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Democrazia Futura. La Rai come sempre preda dei partiti vincitori delle elezioni

Rai
Carlo Rognoni

Carlo Rognoni in un pezzo intitolato “La Rai come sempre preda dei partiti vincitori delle elezioni chiarisce per i lettori di Democrazia futura le ragioni per le quali Dietro le dimissioni di Fuortes la fretta della premier di scegliere un nuovo Amministratore”.

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La Rai ha un difetto tremendo, micidiale: piace tanto, troppo, ai partiti. E Giorgia Meloni, capo dei Fratelli d’Italia e guida del primo governo di destra, ha fretta: vuole scegliere lei un nuovo amministratore delegato.

Forse non c’è da meravigliarsi, se pensiamo al passato e ai primi ministri che l’hanno preceduta a Palazzo Chigi. Sicuramente, tuttavia, c’è da indignarsi. Che il servizio pubblico radiotelevisivo continui a essere preda di quei partiti che hanno vinto le elezioni e non – come dovrebbe essere – una grande azienda culturale con l’obbligo dell’indipendenza e quindi in grado di dare ai cittadini soprattutto un’informazione la più equilibrata e oggettiva possibile, resta una ferita aperta, una triste realtà.

L’attuale AD, Carlo Fuortes, ha deciso di accontentare la nuova premier.

Scelto nel 2021 dall’allora ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, d’intesa con il presidente del consiglio Mario Draghi, Carlo Fuortes ha capito il messaggio e si è dimesso. Giorgia Meloni non deve più aspettare la scadenza naturale dell’attuale Amministratore Delegato che era prevista per il giugno 2024.

E il messaggio era chiaro da qualche giorno: Giorgia Meloni, infatti, ha voluto in tutta fretta approvare nel primo possibile consiglio dei ministri, una legge che introduce un nuovo limite anagrafico per gli amministratori dei teatri lirici. Una mossa che teoricamente serviva a mettere fuori gioco Stéphane Lissner, attuale sovrintendente e direttore artistico del teatro San Carlo di Napoli, liberando un posto che la premier pensava probabilmente – così hanno scritto in tanti – di offrire a Fuortes per accelerarne l’uscita dalla Rai.

Ora si da il caso che Carlo Fuortes sia un gentiluomo, sicuramente un uomo con una storia ricca di esperienze per la guida di importanti teatri (è stato sovrintendente dell’Opera di Roma con il merito di avere rilanciato il teatro sia sul piano economico sia sul piano culturale). Ma ripeto, Fuortes è un gentiluomo e le parole che ha usato per andarsene da viale Mazzini fanno pensare che non accetterà soluzioni di ripiego, per quanto prestigiose:

“Da decenni lavoro nell’amministrazione pubblica e ho sempre agito nell’interesse delle istituzioni che ho guidato, privilegiando il beneficio generale della collettività rispetto a convenienze di parte”

Visto che Lissner è molto apprezzato per come ha guidato il San Carlo di Napoli e ha dichiarato che non intende andarsene, il senso delle parole di Fuortes sulle “convenienze di parte” è chiaro. L’ex Amministratore Delegato della Rai ha aggiunto:

“Prendo atto che non ci sono più le condizioni per proseguire il mio lavoro di amministratore delegato”.

E Fuortes ha poi chirito:

“Non posso, pur di arrivare all’approvazione in cda dei nuovi piani di produzione, accettare il compromesso di condividere cambiamenti – sebbene ovviamente legittimi – di linea editoriale e una programmazione che non considero nell’interesse della Rai. Ho sempre ritenuto la libertà delle scelte e dell’operato di un amministratore un elemento imprescindibile dell’etica di un’azienda pubblica. Il mio futuro professionale – di cui si è molto discusso sui giornali in questi giorni, non sempre a proposito – è di nessuna importanza di fronte a queste ragioni e non può costituire oggetto di trattativa”.

Nel luglio 2021 quando fu scelto per il governo della Rai scrissi:

“Carlo Fuortes ce la farà? Ha raccolto consensi da tutte le parti. Sia per la sua immagine di manager che ha la consapevolezza che i conti in ordine sono una priorità sia per l’intelligenza di puntare su contenuti forti e innovativi”.

Ebbene, Carlo Fuortes non ce l’ha fatta. Il ciclone Meloni lo ha travolto.

Quante volte avete sentito gettare nell’agone politico lo slogan “fuori i partiti dalla Rai”. L’ultimo premier a sostenerlo era stato Matteo Renzi, salvo poi far approvare una legge che non si discosta molto dalla pessima legge Gasparri, voluto e gradita a Silvio Berlusconi.

D’altra parte che sia uno slogan poco sincero e ben poco convincente lo dimostra la prima votazione in Commissione di Vigilanza, non priva di aspetti grotteschi: il partito al quale non era stato consentito di seguire gli altri là dove i partiti non dovrebbero esserci, fu proprio Fratelli d’Italia. E Giorgia Meloni arrivò a dire che nel momento in cui non c’è neppure un suo consigliere nell’amministrazione della Rai, era stato tradito il principio che anche chi sta all’opposizione ha diritto di essere rappresentato.

Ebbene la vendetta della premier si è concretizzata.

Ora staremo a vedere su chi punterà la premier, il centro destra, per sostituire Fuortes, un uomo di grande cultura che aveva appena cominciato – magari con troppa prudenza – a cimentarsi nelle tre grandi sfide che un gruppo dirigente del servizio pubblico deve riconoscere. Primo, tenere i conti in ordine, secondo, confrontarsi con un mercato dell’audiovisivo in crescita in tutto il mondo e che tuttavia in Italia perde colpi, terzo, ridefinire il ruolo di un servizio pubblico grande e ambizioso nell’epoca della rivoluzione digitale, passando dall’informazione.

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