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Democrazia Futura. La grande trasformazione digitale in un piccolo dizionario

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Pieraugusto Pozzi

L’approfondimento di questa terza parte del fascicolo di Democrazia futura si conclude con un dibattito a più voci sugli effetti della trasformazione digitale con alcuni professori giornalisti ed esperti di settore. Per gentile concessione dell’editore Aras di Fano, riproduciamo ampi stralci dell’introduzione di Pieraugusto Pozzi al Piccolo dizionario della grande trasformazione digitale, contenente – come recita l’occhiello – “Ventisei parole per capire meglio il presente e il futuro”. “Da qualche anno, tra gli osservatori della società, della tecnologia, della cultura – scrive Pozzi – si è affermata l’idea che la grande trasformazione digitale sia anche una grande trasformazione culturale. Per grande trasformazione digitale, intendiamo l’insieme degli effetti prodotti dall’innovazione continua e pervasiva delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nella società, nell’economia, nella politica”, aggiungendo più avanti: “il digitale non è più uno strumento operativo o gestionale di individui e organizzazioni, ma un ordine che cambia radicalmente l’economia, la politica, la società, la storia e muta profondamente i modi di apprendere, lavorare, relazionarsi, fare impresa, amministrare la cosa pubblica. Il digitale è quindi una grande trasformazione culturale, che si è avviata promettendo un universo digitale libero, aperto, trasparente, di conoscenza condivisa, di benessere ma che ora presenta diversi lati oscuri di disinformazione, polarizzazione settaria, sfiducia risentita, forti diseguaglianze”.

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La grande trasformazione digitale in un piccolo dizionario[1]

Da qualche anno, tra gli osservatori della società, della tecnologia, della cultura si è affermata l’idea che la grande trasformazione digitale sia anche una grande trasformazione culturale. Per grande trasformazione digitale, intendiamo l’insieme degli effetti prodotti dall’innovazione continua e pervasiva delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nella società, nell’economia, nella politica. Effetti che, come sappiamo, non sono deterministici (ad una certa tecnologia corrisponderebbe quasi meccanicamente un certo assetto), ma molto più complessi (in rapporto di inter-retroazione direbbe Edgar Morin).

Di fatto, siamo oggi di fronte alla grande trasformazione digitale (o forse ad una metamorfosi, perché la trasformazione appare irreversibile ed è stata vistosamente velocizzata ed amplificata dalla pandemia) che ci colloca in un universo popolato di umani e macchine nel quale il digitale non è più uno strumento operativo o gestionale di individui e organizzazioni, ma un ordine che cambia radicalmente l’economia, la politica, la società, la storia e muta profondamente i modi di apprendere, lavorare, relazionarsi, fare impresa, amministrare la cosa pubblica. Il digitale è quindi una grande trasformazione culturale, che si è avviata promettendo un universo digitale libero, aperto, trasparente, di conoscenza condivisa, di benessere ma che ora presenta diversi lati oscuri di disinformazione, polarizzazione settaria, sfiducia risentita, forti diseguaglianze.

In economia, la trasformazione digitale è caratterizzata dall’affermazione del capitalismo digitale o delle piattaforme. Le piattaforme sono le protagoniste dell’economia digitale: esse concentrano enormi risorse immateriali, informative e di conoscenza, in grandi infrastrutture materiali di calcolo, archiviazione e comunicazione. Piattaforme che, grazie all’accumulazione e alla gestione di queste risorse, sono nuovi intermediari globali delle diverse attività umane: ricerca di informazioni e conoscenze, relazioni e comunicazioni sociali, produzione e consumo, mobilità, turismo e accoglienza. Qualche numero: nel 2000, la stampa quotidiana e periodica raccoglieva circa la metà del mercato pubblicitario globale. Una quota scesa oggi a meno del 10 per cento, mentre il 45 per cento del mercato globale (circa 500 miliardi di dollari), è preda di Google e Facebook, che hanno ricavi pubblicitari per circa 230 miliardi. A gennaio 2020, la capitalizzazione di Google, Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Tesla era di 3,9 migliaia di miliardi di dollari. A gennaio 2021, dopo l’anno pandemico da Covid-19, il valore di mercato di queste sei società è salito a 7,1 migliaia di miliardi di dollari: un aumento superiore all’80 per cento. Nello stesso periodo, si stima che siano stati persi in tutto il mondo 255 milioni di posti di lavoro e, in Europa, il tasso di disoccupazione è aumentato dal 7,5 all’8,3 per cento. […]

Il mondo è stato sommerso dal diluvio digitale che in pochi decenni ha cambiato natura e mappe di istruzione, lavoro, imprese, amministrazioni, istituzioni, individui e organizzazioni. Ancora alla fine degli anni Settanta, informatica, radio-telecomunicazioni erano mondi rigidamente separati per cultura tecnica, regole, mercati, tecnologie: tecnologie digitali e mercato globale oligopolistico nell’informatica, tecnologie analogiche e mercati nazionali gestiti da imprese monopolistiche a controllo statale le radio-telecomunicazioni. Ma il rapidissimo sviluppo della microelettronica stava preparando la convergenza digitale, cioè l’uso pervasivo di tecniche e dispositivi digitali, che avrebbe unificato informatica e comunicazioni nelle reti di calcolatori (Internet, a metà anni Ottanta) e avrebbe portato il Personal Computer (a metà anni Ottanta), la telefonia mobile (a fine anni Ottanta), il web (1991), i motori di ricerca (metà anni Novanta), i social network (primi anni 2000), lo smartphone (2007) e gli agenti cognitivi artificiali (automi, bot, robot, sistemi di machine learning) dell’odierno universo digitale dell’infocomunicazione, dell’editoria, dell’industria culturale, della pubblicità.

La grande trasformazione – lemma magistrale coniato da Karl Polanyi nel saggio La grande trasformazione (1944) – del capitalismo e della rivoluzione industriale diventa così la grande trasformazione digitale, che rimodella società e cultura attraverso le nuove forme di comunicazione. Sappiamo infatti che qualsiasi sistema di comunicazione (dai segni, al linguaggio, alla scrittura, alla stampa) è anche un sistema di connessione delle menti, un sistema che consente cioè ad una sorgente di codificare un messaggio e comunicarlo, anche a grandissime distanze spazio-temporali, anche con moltissimi destinatari. Storicamente, i sistemi di comunicazione dell’informazione e della conoscenza sono stati determinanti nella costruzione e condivisione collettiva di identità culturali, credenze religiose, istituzioni di governo, ideologie e, nell’epoca dei mass-media, nella creazione e manipolazione del consenso politico e nell’orientamento dell’opinione pubblica. Con la comunicazione digitale, che è ormai egemone e ha abbattuto limiti spaziali, temporali e di costo, le sorgenti si sono moltiplicate e i loro messaggi possono arrivare ovunque. Ma le bolle e i filtri digitali costruiti attorno all’utente dalle piattaforme restringono gli spazi pubblici in favore di quelli personali e proprietari, frammentando e polarizzando opinioni private identitarie e dogmatiche e pseudo-conoscenze, anziché opinione pubblica informata e conoscenze aperte e verificate. […]

Tradizionalmente, la storia è stata studiata in chiave nazionale, concentrata sulle vicende (eroiche) di un singolo popolo o paese e, solo negli ultimi decenni, si è giustamente (ma spesso superficialmente) allargato il racconto storico alle vicende dell’Europa e del mondo, con prospettive più critiche, per fornire elementi di conoscenza che facilitassero la comprensione del mondo attuale, sempre più globalizzato. Ma anziché una vera conoscenza storica (una visione complessiva e prospettica), in ragione del digitale, si fa strada un approccio cumulativo e informativo, schiacciato sul presente, poco profondo, che, anziché sfruttare gli immensi giacimenti documentali disponibili, ne confonde autorevolezza e origine. In modo che la storia, che non è scienza esatta ma è disciplina di rigore scientifico, lascia imprevedibilmente spazio al negazionismo (cioè al rifiuto ideologico di ammettere alcuni fatti del passato) oppure a comode interpretazioni o a cosiddette verità alternative, che diventano talvolta, con l’incredibile sostegno di atti legislativi, verità assolute. […]

Il nostro intende dunque essere un dizionario pensato come strumento di una vera società della conoscenza, che abbia consapevolezza e coscienza del presente in cui viviamo e del futuro dell’umanità e che non sia egemonizzata da apparati cognitivi artificiali sempre più perfezionati e pervasivi, mentre abbonda l’ignoranza individuale e sociale.

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Confronto a più voci

Sette domande a proposito della Grande trasformazione digitale[2]

(a cura di Bruno Somalvico)

Prendendo spunto dalla pubblicazione dal dizionario interdisciplinare curato da Pieraugusto Pozzi che in ventisei voci indaga la grande trasformazione digitale, Democrazia futura ha raccolto in questo Dossier le risposte di alcuni accademici, giornalisti ed esperti di varie discipline a sette interrogativi posti nell’introduzione del volume che precede, sulle caratteristiche politiche, economiche, sociali e culturali di questo complesso fenomeno.

1) La grande trasformazione digitale è interpretabile come “una grande trasformazione culturale”? O è più semplicemente una nuova modalità tecnologica (numerica) di produzione e distribuzione di creazioni ed oggetti culturali e della loro diffusione/divulgazione?

2) II digitale è davvero un “ordine che cambia radicalmente l’economia, la politica, la società, la storia e muta radicalmente i modi di apprendere, lavorare, relazionarsi, fare impresa, amministrare la cosa pubblica” o è più semplicemente un aggettivo che caratterizza l’attuale fase dello sviluppo tecnologico, come fu per la meccanica, l’elettronica, eccetera?

3) Per quali ragioni la promessa di “un universo digitale libero, aperto, trasparente, di conoscenza condivisa, di benessere” si è trasformata in una realtà di “disinformazione, polarizzazione settaria, sfiducia risentita, forti diseguaglianze”? È possibile che la straordinaria utopia del World Wide Web possa essere riutilizzata per consentire un dibattito pubblico informato, consapevole e partecipato?

4) Per quali ragioni si sono affermati monopoli di fatto di poche piattaforme egemoni fondate su sistemi proprietari e in che modo queste potrebbero essere diversamente regolate e responsabilizzate in un’economia di mercato più aperta?

5) Il controllo della gestione dei big data è davvero lo strumento di una nuova forma di dominio di un capitalismo digitale che esercita una stretta sorveglianza su tutta l’attività in un mondo globalizzato e come tale è destinato ad essere il motore di un nuovo profitto per un lungo periodo dell’umanità o siamo solo in una prima fase di accumulazione primitiva cui seguirà una fase di assestamento e di ridistribuzione delle ricchezze grazie alla ripresa del controllo o comunque dell’indirizzo esercitato da entità statuali o sovra-statuali di fronte alle nuove sfide e ai nuovi rischi globali: sanitari, climatici, ambientali?

6) “Le bolle e i filtri digitali costruiti attorno gli utenti dalle piattaforme restringono gli spazi pubblici, frammentando e polarizzando le opinioni, anziché favorire come la stampa e i mezzi di comunicazione nelle società aperte la formazione di un’opinione pubblica informata e conoscenze aperte e verificate”. Si tratta di un fenomeno irreversibile di riduzione e frammentazione della sfera pubblica destinato a segnare la storia nei prossimi decenni o è ancora possibile governare la rete e rilanciare quella società della conoscenza aperta e condivisa a cui aspiravano i fondatori del Web?

7) La politica e la democrazia potranno riconquistare campo nel disegno del futuro e nella ricerca del bene comune o il tecno-capitalismo dei dati e della sorveglianza è destinato ad egemonizzare il governo delle prossime generazioni, segnando il tratto caratteristico di società tecnocratiche, autocratiche, post-democratiche?     


[1] Sintesi dell’Introduzione di Pieraugusto Pozzi al Piccolo dizionario della grande trasformazione digitale (a cura di Pieraugusto Pozzi, con testi di Silvia Boero, José M. Cerruto, Roberto Cresti, Riccardo Poggi, Marco Severini; Aras Edizioni, Fano (Pesaro e Urbino) 2021, 205 p.). Le ventisei voci sono: Algoritmo, Big Data, Contemporaneità, Digitale, Etica, Futuro, Google, Hashtag, Infodemia, Jobs (Steve), Key, Lavoro, Memoria, Nano-Bio-Info-Cognitive Technologies, Opinione pubblica, Policy, Qanon, Realtà-virtualità, Shitstorm, Tempo, Umanesimo, Velocità, World Wide Web; Xi Jinping, YouTube, Z-Generation.

[2] Nota per i destinatari.  Si prega di rispondere a tutte le domande non superando, per ogni risposta le 6-8 righe, e in ogni caso complessivamente di rimanere all’interno delle 60 righe

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