Key4biz

Democrazia Futura. La Cassazione nega la trattativa Stato-mafia. Salvatore Sechi la ribadisce

Con l’equinozio, il 21 marzo, non abbiamo salutato solo la primavera ma anche l’uscita dell’ultima pubblicazione del professor Sechi[1] La mafia non è finita. Dalla trattativa con lo Stato all’arresto di Messina Denaro (1993-2023[2]. Autore di decine di saggi, libri e collaboratore con le più prestigiose testate giornalistiche italiane, il professor Sechi, che a livello nazionale e internazionale si è distinto per i suoi studi sul movimento operaio e sulla sinistra italiana e non, negli ultimi anni ha rivolto la sua attenzione all’approfondimento e all’analisi del crimine organizzato di stampo mafioso. E’ proprio sul tema delle mafie, vera emergenza del nostro Paese, che il professore mi ha accordato questa intervista, certi dell’importanza della diffusione di una cultura di legalità, troppo spesso issata come inutile vessillo e sventolata alla bisogna.

__________

Rossella Pera. La sentenza della Cassazione emessa a fine aprile nega che tra Stato e mafia ci sua stata una trattativa. E’ stata emessa mentre Amazon su Internet distribuiva La mafia non è finita. Dalla trattativa con lo Stato all’arresto di Messina Denaro (1993-2023), vale a dire il suo nuovo saggio in cui Lei affronta il cancro della mafia. Da dove e perché è nato questo interesse?

Salvatore Sechi. Sono un docente universitario e ho fatto parte, come consulente esterno, delle Commissioni parlamentari di inchiesta guidate dai senatori Paolo Guzzanti e Giuseppe (Beppe) Pisanu. L’interesse civile per la mafia è diventato un interesse storiografico esaminato dall’interno, cioè dall’ambito proprio della politica, dello Stato. Non ho ancora visto   le motivazioni della sentenza della Cassazione, ma personalmente ho acquisito un punto di vista diverso.

Rossella Pera. La sua precedente pubblicazione Dopo Falcone e Borsellino, perché lo Stato trattò con la mafia? Sul documento inabissato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie, edito da Goware, aveva posto un interrogativo: “Si può trattare con la mafia per combatterla?”. Oggi cosa si risponde?

Salvatore Sechi. Intavolare uno scambio con un potere criminale, significa accreditarlo, cioè legittimarlo. La conseguenza è che finisce per saltare ogni distinzione (e credibilità) tra i poteri. La strada viene così aperta alla demolizione della scala di valori su cui si basa l’uso legittimo, cioè ad opera dello Stato, della forza.

Rossella Pera. E se la trattativa è imposta da un’emergenza, da uno stato di necessità (penso al caso di Aldo Moro)?

Salvatore Sechi. In questo caso al negoziato deve seguire immediatamente una politica energica per distruggere il potere criminale. Solo in questo modo verrebbe ripristinata la fiducia dei cittadini nel monopolio statale della violenza.

Rossella Pera. E’ sicuro che nel caso della mafia bastino misure repressive?

Salvatore Sechi No, non bastano, perché Cosa Nostra è riuscita a penetrare profondamente nella società. Ha assolto a compiti e funzioni propri dello Stato, conquistando, in alcuni momenti della sua storia, un radicamento popolare. Pertanto occorrono misure, come le riforme della burocrazia, la costruzione di un grande Welfare (soprattutto nel settore dell’occupazione, dell’assistenza sanitaria, della scuola, del funzionamento rapido e ispirato alla lotta contro le disuguaglianze dell’amministrazione giudiziaria eccetera) che integrino l’attività repressiva, pur necessaria. Questo intreccio è indispensabile. Ma lo Stato italiano è mai stato capace di fare qualcosa di diverso dal tenere disgiunti se non separati questi due interventi?

Rossella Pera. Addentriamoci ora nell’ultima suo lavoro storiografico? Domanda d’obbligo: è riuscito a darsi una spiegazione su quel documento “inabissato” o, come ha preferito definirlo lei “museificato?

Salvatore Sechi. Nessuna.

Rossella Pera. Lei parla del mutamento subito dal principio del carattere soggettivo della responsabilità penale, che andrebbe in contrasto con i diritti costituzionali.

Salvatore Sechi In una breve fase l’amministrazione della giustizia ha fatto proprio il cd teorema Buscetta, cioè’ la possibilità di estendere la responsabilità dei delitti di carattere penale (estorsioni, rapine, minacce, assassini) anche a chi non li aveva commessi, ma li aveva preventivamente approvati nelle sedi e dagli organi associativi di Cosa nostra. Ma le cose sono cambiate, introducendo sanzioni e configurando reati che non di rado assomigliano a veri e propri arzigogoli

Rossella Pera. Si riferisce al fatto che la trattativa tra Stato e Cosa nostra non avrebbe valenza penale?

Salvatore Sechi. Non sono un penalista. La migliore spiegazione potrebbe dargliela il collega palermitano professor Giovanni Fiandaca. A mio avviso apparati dello Stato, senza una specifica e motivatissima delega della magistratura, e sotto il controllo di essa, non dovrebbero avviare scambi con associazioni criminali.

Rossella Pera. Lei mi sta dicendo che non condivide, anzi manifesta riprovazione, per la decisione di alti ufficiali (come il generale al vertice dei ROS, Antonio Subranni, il Colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno) di avere avviato, tramite l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, una trattativa, per conto dello Stato? E’ vero che non ne furono informati il ministro Claudio Martelli né i premiers Giuliano Amato e Carlo Azelio Ciampi). Ma senza il loro preventivo consenso come dei funzionari potevano pensare di riuscire ad arginare la campagna stragista scatenata dai principali boss mafiosi (Beppe Provenzano e Totò Riina)?

Salvatore Sechi. I ROS, rivolgendosi, invece che al magistrato inquirente Paolo Borsellino, a Claudio Martelli e a Luciano Violante (con quest’ultimo concordarono l’audizione del sindaco mafioso di Palermo presso la Commissione parlamentare antimafia) hanno cercato una copertura politica.

Non si può dimenticare che Cosa nostra è un’associazione a delinquere che da oltre un secolo esercita un controllo assolutamente illegale (anche se concessogli non formalmente, ma di fatto) su una parte del territorio nazionale. Dispone di organi decisionali e di bande di killer (una finzione dell’esercito) ed amministra con un vero e proprio statuto di norme, la gestione di pezzi importanti come l’import\export di droghe ed altri prodotti stupefacenti, l’attività edilizia, il funzionamento di mercati e fiere, gli impianti eolici eccetera

E’ c’è qualcosa di più della parodia di uno Stato nello Stato nel senso che quest’ultimo è tenuto in ostaggio e costretto a cedere funzioni e poteri propri. Questa catena andava spezzata come dicevo prima, cioè con grandi riforme sociali associate a misure straordinarie di repressione.

Rossella Pera. Del tipo?

Salvatore Sechi. Del tipo di quella predisposta dal premier socialista Giuliano Amato, cioè con l’invio in Sicilia coma anticorpo alla mafia dell’esercito.

Rossella Pera. La sentenza del Tribunale emessa dai giudici Angelo Pellino e Vittorio Anania ha riconosciuto che la trattativa tra Stato e mafia nel 1992-1992 c’era stata. L’obiettivo del ministro della Giustizia Giovanni Conso, che non rinnovò a diverse centinaia di detenuti (ma i boss mafiosi furono pochini) l’applicazione delle misure del carcere duro, il cd 41bis, fu di indurre Riina a porre fine alla campagna delle stragi e normalizzare la situazione. Di qui le sentenze assolutorie emanate dal Tribunale di Palermo.

Salvatore Sechi. I magistrati Angelo Pellino e Vittorio Anania hanno fatto un lavoro esemplare riconoscendo quanto fino ad allora era stato prepotentemente negato. Purtroppo non solo da uno studioso autorevole come Fiandaca e dal quotidiano Il Foglio fondato da Giuliano Ferrara e dall’establishment berlusconiano.

Purtroppo i giudici della Corte d’Appello di Palermo si sono lasciati travolgere dalla logica dell’innocentismo. Infatti sono arrivati a giustificare i rapporti diciamo incestuosi tra lo Stato e la mafia per cui Riina, Provenzano, Messina Denaro per l molti ì decenni hanno goduto di latitanze dorate, cioè coperte dall’immobilismo, per non dire complicità, di alcuni organi dello Stato.

Rossella Pera. Perché Lei ritiene più coerente e impeccabile la sentenza dei giudici Montalto e Brambille?

Salvatore Sechi. Hanno ampiamente motivato le molte condanne irrogate sulla base del rispetto dello stato di diritto e sulla base del buon lavoro investigativo fatti prima da Antonio Ingroia e poi grazie alla tenacia, all’equilibrio, lo sprezzo del pericolo (che hanno corso e ancora incombono sulla propria vita e su quella dei famigliari) dei magistrati inquirenti Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato, Piergiorgio Morosini e dei loro più stretti collaboratori.

Rossella Pera. Ma questi magistrati hanno commesso degli errori gravi come dare credito ai racconti del figlio di Ciancimino, a un altro personaggio che taluni considerano millantatore come Gaspare Spatuzza eccetera…

Salvatore Sechi. Non si può, però, negare che costoro abbiano per una certa fase fornito degli elementi utili per le indagini sulla trattativa. Ma quando sono diventati dei pallonari, testimoni inaffidabili, predicatori di fantasticherie e bugie, Nino DI Matteo li ha abbandonati e fatti perseguire penalmente. In indagini complesse su un mondo chiuso, ermetico come Cosa Nostra, chi fa delle inchieste serie può commettere degli errori. L’importante è sapere riconoscere le strade false imboccate, fare marce indietro e colpire i mentitori. E’ quanto è stato fatto.

Rossella Pera. Ma la Cassazione in questi giorni ha bombardato, facendola saltare in aria la santa barbara acquisita da Ingroia, Di Matteo, Scarpinato eccetera. Non le pare sufficiente?

Salvatore Sechi. Fino alla lettura delle motivazioni di questa sentenza, preferisco attenermi alla qualità di quanto non può essere smentito, cioè due sentenze diverse ed opposte prima citate. Ripeto, esse convergono su un punto, il principale, cioè che la trattativa c’è stata. Questo è sempre il termine di più frequente impiegato nelle testimonianze del colonnello Mario Mori, il principale esponente, sul piano operativo, del Ros. Della politica e prassi volta all’alleggerimento e alla mitigazione del 41 bis è regista il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, il magistrato Francesco Di Maggio, e i due cappellani militari, il capo della polizia Vincenzo Parisi, i ministri Giovanni Conso, Claudio Martelli e Vincenzo Scotti (che tale impostazione avversarono) eccetera. Tutto ciò è stato ampiamente documentato. Sono circostanze e fatti che nessun giocoliere può ignorare. Per quel che vale, io ho dedicato tre libri.

Rossella Pera. Ma perché, mi scusi, tanto rumore per qualcosa (la trattativa) che alla fin dei conti non è rubricata come un reato?

Salvatore Sechi. Chi insiste su questo refrain dovrebbe rivolgersi ai suoi colleghi penalisti, contattare il ministro Carlo Nordio perché riformi l’ordinamento penale includendovi come reato qualunque contatto tra lo Stato e la criminalità. In secondo luogo, non si vede perché quando il fatto non costituisce reato si debba far discendere che la vicenda (la trattativa) sarebbe inesistente.

Rossella Pera. Ma la Cassazione sostiene una cosa ancora diversa, cioè che il fatto (la trattativa, appunto) non sussiste

Salvatore Sechi. Sono più curioso che ansioso di poter leggere le motivazioni perché una tale interpretazione a tutt’oggi mi sembra munita ben poco solidi fondamenti. Mi pare figlia un po’ sgualdrina di un mero pregiudizio.

Rossella Pera. Quale, per favore?

Salvatore Sechi. Agli impeccabili corifei della sacralità dello Stato italiano nel 1992-1993 bisogna far presente che quando delle istituzioni liberal-democratiche trattano con un potere illegittimo non lo fanno come se fosse un contratto. con una scrittura formale, i bolli e i controbolli, le firme congiunte eccetera da un lato di boss mafiosi, e dall’altra di premier, ministri eccetera. Lo fa in maniera sorniona, clandestina, opaca, ambigua. Ammicca e non conferma. Minimizza e non riconosce. Esattamente quanto è avvenuto finora. Anche se con un ritardo di 15-20 anni i ministri Claudio Martelli e Vincenzo Scotti alla fine hanno parlato. E anche Luciano Violante in quanto presidente della Commissione parlamentare antimafia ha confermato che venne richiesto di concedere a Ciancimino un’audizione a San Macuto. E diede la sua disponibilità.

Rossella Pera. Ma Lei, prof. Sechi, si è mosso fino al punto di prendere sul serio le opinioni dell’ex ministro democristiano Paolo Cirino Pomicino che della trattativa ha incolpato la leadership comunista di allora, cioè Achille Occhetto, Luciano Violante e successivamente Valter Veltroni.

Salvatore Sechi. Mi pare opportuno precisare che Paolo Cirino Pomicino ha in più occasioni negato che la trattativa Stato-mafia vi sia mai stata. Ha, però, ritenuto opportuno aggiungere che, se si deve parlare di una trattativa, essa venne iniziata e portata avanti da esponenti della magistratura con la copertura politica di del Pds, nelle persone di Achille Occhetto e Luciano Violante. Mi auguro quel che finora non c’è stata, cioè una smentita, non importa quanto risentita., di questi leaders appena citati.

Rossella Pera. Vuole ricordare a chi ci legge in che cosa è consistita questa “regia comunista”, come Lei la definisce, volta a favorire, consapevolmente o meno, migliaia di mafiosi?

Salvatore Sechi. In primo luogo la requisitoria di Cirino Pomicino è rivolta all’uso politico che l’ex Pci volle fare della magistratura quando, come confessò Gerardo Chiaromonte, si perseguì l’obiettivo di andare al potere non più attraverso le elezioni e il parlamento, ma riempendo quest’ultimo di magistrati di ogni ordine e grado. Veniva lastricata la cosiddetta di “via giudiziaria al socialismo” che fece inorridire Gerardo Chiaromonte, Massimo D’Alema e Giorgio Napolitano.

Rossella Pera. E in secondo luogo?

Salvatore Sechi. In secondo luogo viene fatta una vera e propria rassegna di gravi, gravissimi errori (o forsennate ambizioni) degli ex comunisti: il voto, in data novembre 1989, contro la creazione della Direzione investigativa anti-mafia (rivelatasi poi utilissima) e contro l’attribuzione dell’incarico a dirigerla a Giovanni Falcone; l’opposizione (settembre 1989) al decreto-legge del socialista Giuliano Vassalli.

Rossella Pera. Perché?

Salvatore Sechi. Allungava il periodo della carcerazione preventiva ai mafiosi e disponeva una serie di misure a favore dei pentiti. Inoltre veniva rigettata la proposta di estendere -mediante il 41 bis dell’ordinamento penitenziario-ai boss il carcere duro inizialmente riservato alle Brigate Rosse.

Rossella Pera. I comunisti furono in prima linea nella gestione dei programmi di protezione?

Salvatore Sechi. Ignoro quale possa essere stata la loro posizione in classifica. Quel che è certo è che i mafiosi ritennero due grandi successi, cioè la mancata proroga del 41 bis a esponenti non minori della criminalità organizzata, e l’eliminazione-alla testa del Dipartimento Affari Penitenziari- di Nicolò Amato. Pur non condividendo questa politica, l’aveva fatta applicare. In sintesi voglio dire che la legislazione premiale sui pentiti avviò un processo di svuotamento delle carceri di migliaia di condannati a decine di anni di reclusione, addirittura con sentenze passate in giudicato.

Rossella Pera. Può dirci i nomi di personaggi importanti che ne beneficiarono?

Salvatore Sechi. La canaglia che aveva coinvolto Enzo Tortora in reati mai commessi e gli stessi killer di Giovanni Falcone. In secondo luogo gli esecutori dell’uccisione di Giovanni Falcone e della sua scorta.

Rossella Pera. Quanti furono i detenuti che le misure premiali favorirono?

Salvatore Sechi. Consentirono a circa diecimila mafiosi, camorristi eccetera, di limitare a pochi anni la degenza in carcere e tornare liberi. Stiamo parlando di episodi che hanno ridotto ad una farsa lo Stato di diritto che in Italia soffre di gravissime limitazioni e storture il cui onere viene scaricato sui ceti più fragili del paese.

Rossella Pera. Lei riporta giudizi molto duri su certi comportamenti dell’ex presidente della Camera Luciano Violante?

Salvatore Sechi. Di Luciano Violante in genere ho sempre avuto stima. Ha saputo ribellarsi alla casta dei magistrati e anche avviare il superamento della perdurante guerra civile tra fascisti e antifascisti. Ha avuto un ruolo importante, anche autorevole, nella storia della seconda parte della prima Repubblica. Nessuno può dimenticarlo. Ma essendo stato molto legato alle diverse incarnazioni politiche dei comunisti non può esimersi dalle relative responsabilità. Insieme a Paolo Cirino Pomicino, e a Giuliano Amato l’ho invitato alla presentazione web del mio volume.

Rossella Pera. Ma Lei ha preso sul serio e riferito ampiamente questa ennesima crociata anticomunista dall’uomo Andreotti.

Salvatore Sechi. Guardi che il limite maggiore della storiografia italiana sul dopoguerra è di essere poco autonoma, cioè non poco dipendente dall’influenza dei partiti, a cominciare dai Pci. Anche quando sono stato iscritto a questo partito, ho sempre cercato di non lasciarmi soverchiare dalle vulgate e dalle convenzioni a lungo fatte valere anche nell’interpretazione della storia.

Rossella Pera. Ha pagato qualche prezzo?

Salvatore Sechi. L’esclusione, il silenzio, una sorta di morte civile come una tossina inoculata lentamente. Per fortuna sono dotato di un forte antidoto naturale. Sono una persona solitaria, rifuggo quanto è possibile dai riti sociali, salottieri eccetera.

Rossella Pera. Con quale conseguenza?

Salvatore Sechi. Anche se da più di mezzo secolo vivo a Bologna e ho insegnato in Emilia. Qui i comunisti controllano ogni marciapiede e direi ogni goccia d’acqua rendendo il pluralismo più l’estetica di una rettorica che una realtà. Pertanto ho potuto maturare la convinzione che per il nostro paese sia stato, tutto sommato, provvidenziale avere goduto di governi come quelli guidati dalla Dc. Debbo confessarlo, sia pure tardivamente.

Rossella Pera. Ma lei è un liberal-socialista?

Salvatore Sechi. Da sempre, anche se sono stato iscritto al Pci. Pertanto, direi inevitabilmente il mio antifascismo si è progressiva mente venuto alimentando del respiro caldo dell’anti-comunismo di Nicola Chiaromonte, Angelo Tasca, Gustaw Herling-Grudziński, di riviste come Il Mondo, Tempo Presente, e poi Mondo Operaio eccetera.

Rossella Pera. Come mai non ha avuto ragione di dubitare degli argomenti di Pomicino?

Salvatore Sechi. Anche se non l’ho mai incontrato, si tratta di una persona molto affabile e civile, che non ama lesinare il dissenso. Non lo esorcizza e tantomeno lo esecra. Per un uomo politico italiano, sempre sul chi vive e animato da un’irresistibile impellenza pedagogica, non è una virtù banale, cioè diffusa.

Rossella Pera. Ma la forza della sua narrazione dov’è?

Salvatore Sechi. I suoi argomenti non sono una carambola politica né hanno un timbro di carattere meramente controversistico. Cirino Pomicino cita episodi con date e luoghi precisi, cioè fatti e documenti. In secondo luogo non mi risulta siano mai stati smentiti da Achille Occhetto, Luciano Violante e Walter Veltroni.

Rossella Pera. Li ha accolti come verità indiscutibili?

Salvatore Sechi. Le certezze assolute non fanno parte della mia cultura. Perciò, li ho accolti rispettosamente, ma come fanno gli storici, cioè con beneficio di inventario. Pertanto ai i noti leaders politici e istituzionali, prima citati, che in generale apprezzo, appena ne ho avuto la possibilità ho provveduto a fare avere a copia del mio lavoro. Se vogliono sono in tempo per esprimere le loro opinioni e, al limite, arginare o capovolgere l’attuale giudizio su un aspetto della storia italiana del secondo dopoguerra ancora aperta sul piano della ricerca storica.


[1] Rossella Pera, “La mafia non è finita. Intervista a Salvatore Sechi”, La Giustizia, 6 maggio 2023. Cf. https://lagiustizia.net/la-mafia-non-e-finita-intervista-a-salvatore-sechi/.

[2] Salvatore Sechi, La mafia non è finita. Dalla trattativa con lo Stato all’arresto di Messina Denaro (1993-2023), Firenze, goWare edizioni,2023, 182 p.

Exit mobile version