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Democrazia Futura. Il processo dell’Islam alla cultura occidentale

Pubblichiamo di seguito il contributo di Fabrizio Ottaviani, Critico letterario, accademico e scrittore, alla rivista DEMOCRAZIA FUTURA, promossa dal gruppo di “Infocivica 4.0” e diretta da Giampiero Gramaglia, a cui seguirà quotidianamente la pubblicazione di tutti gli altri articoli.

Politiche prepotenti e rapaci

Nel settembre del 1955, sull’isola di San Giorgio a Venezia, la fondazione Giorgio Cini invitò alcune figure di spicco del panorama mussulmano – ministri della cultura, storici dell’Islam, scrittori – spingendole a processare l’Occidente “per le sue politiche prepotenti e rapaci”.

Il convegno, organizzato nella città che aveva edificato la sua potenza sul commercio con l’Oriente, durò ben sei giorni e a distanza di settant’anni appare a un tempo profetico e sintomatico.

Profetico, perché anticipa contrasti ideologici che si dispiegheranno solo in epoche più vicine a noi: si testò infatti la contrapposizione fra Occidente e Islam divenuta automatica dopo l’attacco alle torri dell’undici settembre, quando l’Islam diventerà l’oggetto persecutorio che il puritanesimo statunitense imporrà al mondo sostituendo in questo ruolo l’Unione Sovietica, che intanto era crollata.

E sintomatico, perché rivelatore di una sorta di cecità fondamentale sul significato della cultura che impedisce, oggi come allora, di porre la questione nei suoi termini. Bisogna aggiungere che non fu un vero processo, se non altro perché a intentarlo fu l’accusato e non l’accusatore: fu, piuttosto, una tavola rotonda fra personalità di spicco; e tuttavia la struttura processuale che in parte mantenne merita alcune riflessioni. Un invito a farsi accusare può avere qualcosa di bullistico: l’Occidente si sarebbe sentito così forte e sicuro di sé da difendere le proprie posizioni nei rapporti con la periferia dell’impero e questo in una fase storica, quella della decolonizzazione, in cui sarebbe stato preferibile abbandonare protettorati, colonie e territori metropolitani oltremare senza esornativi processi autoindotti.

Oppure vi si può rintracciare una forma di autocritica per interposta persona e un desiderio di espiazione, in altre parole la volontà di accusare, attraverso la claire-voie dell’Islam, i politici e gli intellettuali occidentali per aver “tradito” una supposta vocazione eterna dell’Occidente. Questo secondo atteggiamento fu palese in molti dei convenuti occidentali critici della cultura europea secolarizzata e nichilista.

Personalità

Il ruolo della difesa dei valori europei spettò a personalità del calibro di Vittore Branca ed Eugenio Montale (che però ebbero un ruolo defilato e quasi impalpabile); al grande giurista Francesco Carnelutti; a esponenti della scuola Orientale della Sapienza di Roma e dell’Istituto orientale di Napoli, che costituivano il fiore dell’orientalismo italiano (il termine “orientalismo” non evocava ancora un’immagine stereotipa dell’Oriente ideata dall’Occidente per meglio aggredire il mondo ad Est del Bosforo, come accadrà dopo il celebre saggio di Said, che è del 1978); e poi ad economisti, storici e intellettuali.

Quanto al ruolo di giudice, non ci si allontana troppo dalla verità se si afferma che fu attribuito allo scrittore Guido Piovene, poi fondatore del Giornale assieme a Indro Montanelli, che in quanto personalità cosmopolita non appesantita dalle potenti ma ingombranti ideologie che circolavano in quegli anni si trovava nella condizione migliore per stilare la cronaca degli incontri veneziani.

All’autore delle Lettere di una novizia e delle Stelle fredde spettò infatti il compito di redigere il resoconto del convegno, cosa che egli fece due anni dopo pubblicando il Processo dell’Islam alla civiltà occidentale, ora riproposto dalla Bompiani (1).

Racchiudere sei giorni di discussioni in cinquanta pagine senza fare torto a nessuno fu di certo un tour de force, di cui oggi il lettore non può che ringraziare l’autore. Piovene non era un esperto di Oriente, spiega nella puntuale prefazione al volume Claudio Lo Jacono di cui non sappiamo se abbia potuto avvalersi, per allestire la nuova edizione, di note stenografate o registrazioni audio del convegno; sopperì tuttavia a tale mancanza con le armi di ogni intellettuale di vaglia, la sensibilità e la formazione critica.

Del resto Piovene avrebbe mostrato presto di essere in grado di percepire aspetti essenziali rispettivamente della propria e della altrui società non solo nell’attività di giornalista, ma in due opere come il Viaggio in Italia, che uscirà nel 1957 ed è ritenuto il suo libro più noto, e il De America (1953-1957), sterminata esegesi dell’american way frutto di un lungo soggiorno negli Stati Uniti, volume labirintico che assieme ad America amara di Emilio Cecchi può essere considerato come il tentativo più ambizioso attuato da uno scrittore italiano di decifrare il mondo al di là dell’oceano.

Le giornate veneziane si svolsero in una cornice storica che sollecitava le riflessioni sul culture contact: oltre a essere l’epoca della guerra fredda, gli anni Cinquanta sono l’epoca della decolonizzazione ed è stupefacente che gli incontri, come sottolineato da Lo Jacono, abbiano preceduto di un soffio e quasi intravisto la crisi di Suez: il 26 luglio del 1956, infatti, Nasser annuncerà la nazionalizzazione del canale acquistato nel secolo precedente da Disraeli per conto della regina Vittoria, acquisizione che gli storici fanno coincidere con il passaggio all’imperialismo vero, dopo quello “del libero scambio” proposto in precedenza dai whigs; fase che si concluderà solo con la Prima guerra mondiale teatro di altre malefatte occidentali, delle quali il “caso” Lawrence d’Arabia rappresenta forse l’episodio più noto.

Nel canale di Suez passavano i due terzi del petrolio destinato all’Europa. L’anno prima, il 1955, c’erano stati i primi attacchi dei guerriglieri dell’FNL che diedero formalmente inizio alla guerra d’Algeria, conflitto-simbolo dell’era della decolonizzazione. Il mondo musulmano non era unito: nel 1954 lo stesso Nasser aveva sciolto il movimento dei “Fratelli musulmani”, scaturigine di infiniti integralismi, e ne aveva incarcerato l’ideologo, Sayyid Qutb, che farà impiccare nel 1966 nelle carceri egiziane.

A portare il primo attacco all’Occidente fu una figura carismatica del mondo musulmano, Taha Husein, scrittore ed ex ministro della pubblica istruzione egiziano.

La sua preminenza dipese dalla fama internazionale” scrive Piovene, “dal perfetto uso del francese, dalla figura suggestiva e dal mito che lo circonda. L’ho già veduto altre volte salire alla tribuna a piccoli passi sostenuto dal segretario, con la sua figura scarna, col suo volto affilato, dolce e insieme impenetrabile, gli occhi dissimulati da occhiali neri. Figlio di contadini poveri dell’alto Egitto, Taha si ammalò agli occhi nella prima infanzia; fu affidato a un guaritore popolare anziché a un medico, e fu accecato dalla cura. Nell’ascoltare i suoi discorsi, si direbbe di maneggiare una crema che celi qualche frammento di rasoio…”.

Fu lui a stabilire la nota fondamentale su cui avrebbero suonato i convegnisti e apparentemente, ma solo apparentemente, fu tutta crema: “Bisogna individuare i colpevoli. Incolpevoli gli scienziati, i veri uomini di pensiero. Nessuna contrapposizione fra il Cristianesimo e l’Islam, la colpa è tutta dei politici, degli uomini d’affari, industriali, banchieri… La stessa ingiustizia del resto quegli stessi uomini commettono nelle loro nazioni, contro gli operai e contadini…”.

Era un intervento che accontentava tutti: i musulmani ne emergevano come vittime di soprusi e gli italiani, divisi in quegli anni fra le “due chiese” del comunismo e del cattolicesimo, vi vedevano confermato il disprezzo, comune ad entrambe le ideologie, per il capitalismo.

Sollievo

La conseguenza immediata dell’intervento di Taha Husein, a parte un generale sospiro di sollievo, fu che le figure del pubblico ministero e della difesa furono sostituite da un prisma di entità reso ancora più fantasmagorico dalle differenze, ben percepibili durante il convegno e che solo la freddezza analitica di Piovene riesce a rendere sulla carta, fra l’Islam dei turchi, quello degli iraniani e quello degli egiziani; differenze da mettere accanto ai contrasti insolubili, sebbene spesso impliciti, che i partecipanti occidentali cattolici avevano con quelli illuministi e laici.

Al muro contro muro si sostituì una combinatoria delle possibilità polemiche che Piovene, con la lucidità logica di un Leibniz, riassume nelle prime pagine del saggio: “I mussulmani avrebbero potuto portare l’attacco alla nostra civiltà in se stessa, o come si configura attualmente: accusandola di essere viziata per colpa originaria o per degenerazione, attribuendo ai nostri vizi tanto lo spirito aggressivo sfruttatore del quale il mondo islamico dichiara essere la vittima, quanto i vizi dell’islam stesso, corrotto dai conquistatori. Oppure i mussulmani avrebbero potuto accettare la nostra civiltà e i suoi benefici, ma accusare gli occidentali di averla tradita essi stessi nel comportamento con l’Islam. L’accusa, con queste premesse, si sarebbe ristretta agli avvenimenti politici”.

E proprio sugli avvenimenti politici si concentrò all’inizio l’attenzione generale, allo scopo di aprire una via “irenista” percorsa da quasi tutti i convegnisti, pronti a tendersi la mano “al di sopra della mischia”, come osserva non senza ironia Piovene citando Romain Rolland: fu richiamata la “triade abramitica” di Ebraismo, Cristianesimo e Islam, si osservò che “mettere Gesù all’inferno, come fa Dante con Maometto, sarebbe per un mussulmano un delitto” e si riconobbe che in passato era pur esistito un imperialismo arabo e poi ottomano.

Con il passare dei giorni, tuttavia, ci si rese conto che la soluzione irenista era sbrigativa, qualunquista e probabilmente anche ipocrita. Se ne accorse, per cominciare, Piovene, che parlò di “Un idealismo comodo, pigro e fatuo”. Della Vida, che della fondazione Cini era il presidente, in uno dei momenti in cui i nodi vennero al pettine chiese “se le colpe attribuite alla civiltà occidentale venissero dal fondo stesso di quella civiltà, o invece fossero accessorie”: domanda retorica nonché bizzarra, equivalente a chiedersi se i delitti di mafia vengano dal fondo della mafia o siano accessori; ciononostante gli accusatori, che in fondo a Venezia erano ospiti degli accusati, risposero in coro che erano accessori. Ma visto che da qualche parte una risposta bisognava andarla a pescare – non risulta che i malesi abbiano imposto il loro rule [ossia le proprie regole]a un quarto del pianeta, a differenza degli inglesi – lo storico tunisino Hassan Husni Abdul-Wahab tirò fuori dal cappello a cilindro la tesi fiabesca dell’unità mediterranea perduta. Una civiltà mediterranea pacifica, clemente, cui appartengono tanto i cristiani quanto i musulmani, sarebbe stata contaminata da elementi nordici: “provenienti da una natura ostile”, gli uomini del Nord “erano meno disposti alla vita pacifica; il nutrirsi di carne, anziché di frutta e di latte, li rendeva più bellicosi…”.

Al tramonto

Piovene si chiese a questo punto, tra il serio e il faceto, se Roma non fosse da considerarsi nordica; tesi suffragata in privato poco dopo da un musulmano “che considerava la sconfitta di Annibale una sciagura”.

In fondo si tratta di una contrapposizione presente anche nel mondo greco, segnalata da storici della filosofia quali Capizzi: nelle tragedie greche, soprattutto in Eschilo, è visibilissima l’incompatibilità ideologica fra la violenza indoeuropea dei maschi e il pacifismo mediterraneo delle donne. Ma in quel caso, almeno, il confine fra nord e sud passava all’interno delle singole famiglie. Sono considerazioni che oggi paiono divaganti, e se vale la pena soffermarsi su di esse è perché a Venezia equivalsero a un campanello d’allarme: il tempo del pacifismo volgeva al tramonto e i convenuti iniziavano ad affilare le armi.

Il primo ad uscire, e in modo assertivo, dalla melassa conciliatrice fu Alessandro Bausani, il più giovane partecipante al convegno, autore di una traduzione del Corano. Con la spietatezza dei competenti, Bausani elencò le differenze essenziali fra le due religioni.

Primo: il Cristianesimo si fonda sulla tragedia della croce e impone al fedele un capovolgimento dei valori terreni classici (la forza, la bellezza, la ricchezza sono stigmatizzate) che obbliga all’eroicità e all’ascesi, atteggiamenti che facilmente contaminano il campo profano, come vide Max Weber; invece l’Islam fu fondato da un politico-legislatore, Maometto, che morì onorato in vecchiaia. Secondo: il Corano è anche un testo giuridico basato sulla libera volontà divina, perciò tutte le virtù umane si riconducono all’obbedienza; invece nel Cristianesimo, con il passare dei secoli, si è fatta avanti una tendenza “deistica”, radicata nel razionalismo greco, che spinge a considerare dio come un equivalente della ragione umana e dell’ordine del mondo; come sa ogni storico della filosofia, la tesi di una “libera creazione delle verità eterne” sostenuta da Cartesio e prima e dopo di lui da altri pensatori fu sempre minoritaria, perché avrebbe scisso il piano della divinità da quello della necessità e della ragione. Purtroppo, commenta Piovene, “la proposta di una discussione sulla parte centrale del problema rimase inascoltata, e l’intervento di Bausani ebbe solo risposte marginali.

Intanto, però, sviluppando l’intervento di Bausani che metteva a fuoco il contrasto fra Cristianesimo e Islam si mise a nudo l’altro contrasto, quello fra Islam e civiltà Occidentale laica. Tale contrasto, e di certo non per esaltarne i pregi, fu delineato da Francesco Carnelutti il quale, osservando che la morale, se fosse rispettata, renderebbe inutile il diritto, si ritrovò ipso facto fra i musulmani, abituati ad assimilare morale e diritto sotto l’egida della fede; o addirittura assunse una posizione più primitiva, se dobbiamo accogliere l’avvertimento di Lo Jacono che a riguardo stigmatizza lo “stanco adagio” secondo il quale nel mondo islamico sarebbe impossibile “distinguere fra sfera religiosa e profana”.

E tuttavia subito dopo Carnelutti fu uno dei pochi, paradossalmente nello stesso momento in cui mostrava di detestarla, a effettuare una radiografia accettabile della “differenza” occidentale. Il grande giurista avvolse quella che era anche, come vedremo, una trappola argomentativa bella e buona in una cornice pascaliana di elogio dell’otium perduto, sostituito in Occidente dal divertimento, “che affatica quanto il lavoro”… L’idea era buona: l’umanità si divide fra gente pratica e gente contemplativa, fra chi ritiene che la vita sia una lunga sequenza di problemi da risolvere (e magari, se si è completamente istupiditi dal complesso di inferiorità, di esami da superare) e chi crede che sia una passeggiata al chiaro di luna del senso.

Ma veniamo al punto. Carnelutti stilò una fenomenale lista di caratteristiche essenziali o intreccio à la Wittgenstein che dir si voglia; quella occidentale, osservò, è una “civiltà scientifica, meccanica, dinamica, economica, giuridica, laica”. Poi, rivolto ai musulmani, aggiunse: “Siete sicuri di voler diventare come noi?” Sotto il manto di una sorta di autodafè culturale si celava un colpo di mano argomentativo che avrebbe costretto i mussulmani ad un aut aut: rinunciare ai benefici della scienza europea e rinchiudersi in un ghetto; oppure approfittarne, ma acquistando il pacchetto completo, ateismo compreso.

Naturalmente quasi nessuno cadde nella trappola. I musulmani risposero che, a parte l’ateismo, andava tutto bene: la scienza, la meccanica, lo stato di diritto, purché nella giusta misura…. Ma siccome nella giusta misura tutto è accettabile, anche l’infanticidio, era come girare la testa dall’altra parte per non assistere all’ingresso del convitato di pietra. Il quale, però, era finalmente apparso in tutta la sua coriacea inamovibilità.

A impossessarsi della lista di Carnelutti, e stavolta non per denunciarne la miseria morale, ma per cantarne le lodi, pensò l’economista Pasquale Saraceno, il quale elevò un peana al sistema capitalistico che di fatto dichiarò terminata la fase conciliatrice del convegno. Affermò subito l’impossibilità di scindere il piano politico ed economico da quello culturale: “il nostro è un sistema coerente di cui siamo orgogliosi, elaborato nella Gran Bretagna e basato sulla convinzione che l’iniziativa degli individui avrebbe sviluppato le risorse del mondo. I suoi difetti nascono dai suoi pregi…”.

Accennò, sfiorando il fanatismo, alla “meravigliosa rivoluzione industriale del secolo scorso” e si spinse fino a proporre una sorta di cassa per il Mezzogiorno levantina allo scopo di rimediare agli inevitabili danni che avrebbe prodotto la trasformazione su due piedi dell’Oriente in Occidente: perché “non si può procedere gradualmente, bisogna fare tutto insieme, le industrie e i mercati”.

Fu questo l’intervento per comune consenso ritenuto il migliore del convegno”, commenta Piovene. In realtà, si trattò di un suicidio ideologico: fu infatti un gioco da ragazzi far notare a Saraceno che il concetto occidentale di sottosviluppo non è un universale antropologico – l’esistenza di cattedre universitarie di “sociologia dello sviluppo” è considerata da molti sociologi un’aberrazione – , ma si applica solo alle culture industriali e capitalistiche, incentrate per l’appunto su quel tipo di sviluppo; e poi rilevare, con un prevedibile argomento ad hominem, che l’Occidente non aveva applicato il rispetto dell’individuo nei paesi colonizzati e spesso aveva concesso i diritti dell’uomo con riluttanza anche in casa propria. Senza contare che il tono paternalistico dell’intervento, evidente nell’idea che l’Oriente dovesse riguadagnare il tempo perduto, rivelava l’avvenuta separazione fra Illuminismo e capitalismo.

L’ultimo giorno

L’ultimo giorno si discussero alcuni spunti interessanti, sempre più vicini al nocciolo della questione. Furono messi a tema, infatti, la volontà di potenza e la libertà. E, certo, si ammise che la volontà di potenza alberga in tutte le culture, ribadendo che anche l’Islam ha vissuto a suo tempo un prepotente espansionismo che lo ha portato a conquistare l’Anatolia, la penisola iberica e la Sicilia e spinto alle porte di Vienna.

La libertà, però, era un vanto dell’Occidente. La libertà, in quanto tale, nel mondo musulmano non si riscontra che sotto forma di eufemismo. Davanti all’idea occidentale di libertà, Taha Hussein non poté approvare: è “una libertà filosofica buona per l’Occidente, ma non per noi” osservò.

Provò anche, inutilmente, a sollevare un po’ di fumo relativistico: “Noi chiediamo la nostra libertà, non la vostra” disse evidentemente piccato; ma va da sé che la “loro” libertà era una libertà vigilata, naturalmente dal Corano.

Nel suo intervento Piovene, tirando le somme, ribadì il legame dell’Europa con la scienza (“non potrei fare a meno, senza sentirmi immiserito, dei Descartes, dei Kant…”) segnalandone l’aspetto antidogmatico (“E’ una caratteristica profonda della civiltà occidentale quella di sottomettersi senza tregua ad un processo) e laico, dove il termine “laico” fa riferimento “ad una civiltà critica, nella quale il pensiero usi il dono della libertà…” Lamentò di nuovo “il peso di un sincretismo generico divenuto ormai la filosofia obbligatoria negli organismi di cultura internazionale” e la “ripetizione di formule noiose e false, per esempio che la conoscenza reciproca conduca alla mutua intesa. Concetti vieti, pigri e disgustosamente falsi.”

A sorpresa, la frase che Piovene portò con sé una volta terminato il convegno è un’affermazione di Carnelutti che capovolge una delle sentenze più celebri di Galileo, quella secondo cui “niuna cosa si può amare od odiare se prima non si ha conoscenza di ella”.

Carnelutti, il cattolico Carnelutti, aveva detto che “Non basta conoscersi per amarsi, bisogna amarsi per conoscersi”.

Vi si sente, naturalmente, un’eco del Vangelo e delle lettere di san Paolo, ma questa subalternità della conoscenza all’amore è interessante perché coincide con un’apertura all’autonomia del piano extrascientifico che è per l’appunto ciò che mancò durante le giornate veneziane e che adesso bisogna discutere.

Assenze

A Venezia fu notevole l’assenza di due figure: quella di uno storico dei rapporti fra Occidente e Islam e quella di un filosofo. Quest’ultima assenza, in particolare, pesò nel mantenere in vita un equivoco presente fin nel titolo del volumetto di Piovene, che contrappone una religione, l’Islam, non ad un’altra religione, ma ad una “civiltà”, termine ambiguo e generico non meno che antipatico attributo di solito a culture che hanno edificato una qualche forma di monumentalità, per cui si parla correntemente di civiltà egiziana o babilonese, ma non altrettanto frequentemente di civiltà hopi o nambikwara.

Strutturalisti per difetto, molti dei convegnisti attuarono un’identificazione frettolosa prima fra Islam e Cristianesimo, poi fra quest’ultimo e l’Occidente. Assimilazione accecante, perché se è vero che il Cristianesimo, religione di origine mediorientale, ha influito enormemente in Europa, la “differenza” dell’Occidente è data dalla scoperta greca, e dalla riscoperta seicentesca, di una ragione raziocinante e calcolante storicamente asservita alla volontà di potenza che travolge il mito, le religioni e qualsiasi tradizione nella misura in cui osino interferire con quella potenza.

E questo non per la malvagità dei singoli: di malvagi, infatti, ve ne sono dappertutto, ma solo in Occidente essi sono, grazie alla scienza, armati. Probabilmente in Africa, nel 1889, sono nati leader altrettanto folli di Hitler; i quali però non avevano i mezzi tecnologici per mettere a ferro e fuoco mezzo mondo.

Non è un caso che il senso di superiorità degli europei nasca alla fine del Cinquecento, con la Rivoluzione scientifica.

Digiuni di dialettica dell’Illuminismo – il celebre saggio di Max Horkheimer e Theodore Wiesegrund Adorno risale al 1947 (2), ma fu tradotto in italiano da Einaudi solo diciannove anni dopo, nel 1966 (3) -, gli intellettuali occidentali che parteciparono al convegno avevano almeno contezza di un fatto: che settant’anni di antropologia culturale (senza tener conto che buona parte dell’illuminismo si serve già delle prospettive: per esempio nelle turqueries che imperversavano sulle scene di Parigi al tempo di Luigi XV o nel genere delle Lettere persiane di Montesquieu) impediscono di giocare a chi è migliore.

Tutte le culture, prese in sé come strumenti di sopravvivenza, hanno lo stesso valore: “non è più il tempo in cui credenze diverse dalle nostre erano reputate barbariche o riferite come stravaganze infantili…” osserva Piovene.

Ciò che mancò fu, invece, la tematizzazione della contrapposizione fra volontà di potenza e riconoscimento del valore non utilitaristico di qualsiasi cultura umana, riconoscimento sgradito a tutti perché avrebbe scisso il valore del cristianesimo e dell’islam dal numero dei loro fedeli.

Solo questo avrebbe potuto far compiere un passo avanti alla discussione. Per cui, se nel fronte musulmano la mancanza di competenze in campo storiografico indebolì gli interventi, nel versante occidentale pesò la mancanza di profondità filosofica, che sola avrebbe consentito di inquadrare un contrasto sbilenco: non si può contrapporre infatti una religione a un sistema scientifico, economico e sociale.

Conclusioni

Leggendo il volumetto di Piovene non si percepisce la distinzione che molti anni dopo Deleuze e Guattari avrebbero delineato fra codici (culturali) e assiomatica illuministico-capitalistica; né quella analoga, risalente a Carl Schmitt, fra valori e virtù. Il capitalismo convive benissimo con codici culturali diversi e nemici proprio perché non è esso stesso un codice, ma un’assiomatica, vale a dire un sistema che si muove a un livello superiore (il che, naturalmente, non vuol dire che si tratti di un’assiomatica obbligatoria).

Cosa avrebbe osservato un filosofo se fosse stato presente alla discussione? Che contrapporre la scienza occidentale a dei “codici” era un errore logico che diventava un errore storico e antropologico nel momento in cui si faceva in modo di ignorare l’esistenza di infinite altre religioni, come pure di codici non riconducibili alla sfera della fede. In mancanza di un meta-discorso condiviso sull’uomo, l’ermeneutica (o, se si preferisce, la cultura in senso antropologico) finiva per diventare ostaggio del religioso, lasciando che quest’ultimo si espandesse fino a monopolizzare un campo che è molto più vasto della fede.

A distanza di quasi settant’anni, cosa è cambiato? Restando sul piano della rappresentazione pubblica della realtà, la via irenista è diventata sempre più stucchevole, perché aprioristica e dettata dalla pigrizia intellettuale; se continua ad avere i suoi adepti è perché, nel frattempo, il fatto di continuare a schiacciare occidente e Islam nel muro contro muro ha esacerbato gli animi. Dietro di essa, l’oppressione economica continua tranquillamente a fiorire. In secondo luogo, alcune degenerazioni stataliste dell’islam, come quella di Daesh, evidenziano commistioni oriental-occidentali sempre più ambigue.

Ottimo vademecum per discussioni eterne, il volumetto di Piovene rimane a tutt’oggi una cartucciera di topoi ancora circolanti; nonché in grado, se utilizzati con spregiudicatezza, di mandare gente al Governo; luogo dove da qualche tempo, fra l’altro, si assiste a un’identificazione del “tradizionale” con lo sciovinistico, attraverso una serie di accoppiamenti (per esempio quello fra difesa della cultura italiana e iattanza pseudo-patriottica) che hanno l’effetto di rendere meno attuabile una soluzione a un tempo umana e non esornativa del conflitto culturale.

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Note al testo

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