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Democrazia Futura. Il Medio Oriente dopo la riammissione della Siria nella Lega Araba

Riccardo Cristiano

Riccardo Cristiano presenta la situazione ne “Il Medio Oriente dopo la riammissione della Siria nella Lega Araba” evidenziando – come recita l’occhiello – “Le aspirazioni di Mohammad bin Salman di un ruolo da player globale per l’Arabia saudita” dopo il ristabilimento delle relazioni diplomatiche di Riad con l’Iran”.  Bin Salman vuole, o vorrebbe, assurgere a player globale, e seguendo la linea “pragmatica” prescelta da tempo dal più astuto Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, ha scelto – chiarisce Cristiano – una linea che sembra evocare il famoso slogan prescelto tanti anni fa da quello che fu il cervello del nuovo corso (di allora) di Recep Tayyip Erdogan: “zero problemi con i vicini […] Nessuno presume che la Lega Araba conti qualcosa – aggiunge Cristiano –  eppure il passo deciso tra diverse resistenze da Riad non vuol dire poco. Vuol dire anche che il moribondo Libano tornerà nell’orbita siriana? Difficile dirlo oggi, ma è evidente che Riad ha finto di accettare il rientro di Assad in cambio di chiare condizioni – rientro dei profughi e cessazione della produzione siriana della nuova droga, il captagon- che Assad ha respinto esplicitamente, pubblicamente la prima condizione e implicitamente, tacendola, la seconda. Eppure gli Emirati Arabi Uniti, i veri iniziatori della distensione con Assad, appaiano ritenere possibile che Assad dimentichi Teheran in cambio dei loro petrodollari, indispensabili a ricostruire la Siria”.

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Il 32esimo summit della Lega Araba svoltosi a Gedda il 19 maggio 2023, almeno in attesa del ballottaggio, assume il primato della notizia rispetto alle elezioni presidenziali turche, perché ha portato a galla il disegno del principe saudita, erede della corona e attuale uomo forte del regime, Muhammad bin Salman. La presenza al summit della Lega Araba del presidente siriano Bashar Hafiz al-Assad, nonostante le prove sempre più evidenti del suo ruolo diretto nei crimini contro l’umanità perpetrati in Siria durante la lunga espulsione di Damasco dal “salotto buono della famiglia araba”, è stata voluta proprio da giovane principe saudita. 

La decisione saudita di aprire le porte ad Assad, avversato sì, ma nel peggiore dei modi da Riad per un decennio, ha seguito di poco l’accordo firmato a Pechino per il ristabilimento di relazioni diplomatiche con Teheran, paladina con Mosca del despota siriano. Riad sta cambiando alleanze? Questa impressione è legittima, ma l’invito personale di bin Salman al presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj, prelevato con un aereo francese affinché partecipasse ai lavori del summit arabo contro ogni aspettativa, ha consentito di farsi un’idea diversa.

Bin Salman vuole, o vorrebbe, assurgere a player globale, e seguendo la linea “pragmatica” prescelta da tempo dal più astuto Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, ha scelto una linea che sembra evocare il famoso slogan prescelto tanti anni fa da quello che fu il cervello del nuovo corso (di allora) di Recep Tayyip Erdogan: “zero problemi con i vicini”. Non è un caso che il file delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele è tornato alto, secondo gli esperti, sulla scrivania di Joe Biden. E quel che interesserebbe a Riad sarebbe un accordo sulla deterrenza nucleare. Per contenere Teheran.

Il rientro di Assad nella Lega Araba voluto da bin Salman: Il Libano al centro della distensione

Nessuno presume che la Lega Araba conti qualcosa, eppure il passo deciso tra diverse resistenze da Riad non vuol dire poco. Vuol dire anche che il moribondo Libano tornerà nell’orbita siriana? Difficile dirlo oggi, ma è evidente che Riad ha finto di accettare il rientro di Assad in cambio di chiare condizioni – rientro dei profughi e cessazione della produzione siriana della nuova droga, il captagon – che Assad ha respinto esplicitamente, pubblicamente la prima condizione e implicitamente, tacendola, la seconda.

Eppure gli Emirati Arabi Uniti, i veri iniziatori della distensione con Assad, appaiano ritenere possibile che Assad dimentichi Teheran in cambio dei loro petrodollari, indispensabili a ricostruire la Siria.

Riammettere un nemico nel proprio club è un passo importante, che rende evidente l’intenzione di renderselo amico in cambio di investimenti enormi. Ma il presidente iraniano Ebrahim Raisi è quello russo Vladimir Putin hanno già fatto firmare ad Assad tutte le cambiali possibili, sull’uso dei porti, delle base aeree, dei fosfati e del resto che conta in Siria. Dunque la questione decisiva sarà vedere se bin Salman riuscirà a determinare un esito a lui accettabile nel Libano, che dall’ottobre 2022 cerca un Presidente della Repubblica, da eleggersi da parte dei deputati.

Il Libano è più importante per tutti di quel che sembri, non a caso è lì che i khomeinisti hanno creato è cresciuto Hezbollah. La paralisi libanese è determinata dalla indisponibilità dei filo iraniani, capitanati da Hezbollah, di accettare un nome di compromesso. Solo non capitolare un’altra volta consentirà a bin Salman di dire che la sua linea non è una Caporetto.

Il primo risultato del nuovo corso saudita: il processo di pacificazione in Yemen

Che la regione abbia bisogno di sviluppo economico e non di guerre è evidente, su questo bin Salman, pur essendo un autocrate capace di far uccidere in una sede consolare del suo Paese il noto dissidente Jamal Khashoggi, ha ragione. Il certificato rischio di default sovrano dell’Egitto del piccolo Faraone, il generale Abdel Fattah al Sisi, lo conferma.

Standard and Poor’s ha declassato Il Cairo recentemente da un rating già negativo, e i quattro prestiti ottenuti dal 2016 ad oggi dal Fondo Monetario Internazionale non hanno raddrizzato la barca, che imporrebbe secondo il Fondo una vendita immediata degli asset più pregiati dell’economia egiziana, tutti in mano al regime e in particolare all’esercito.

Fino ad ora il nuovo corso saudita ha ottenuto un solo risultato certo: il processo di pacificazione in Yemen soddisfa Riad, che lo ritiene, per il costo del conflitto, il pericolo costituito dai droni (iraniani) degli Houthi – il gruppo armato zaydita dello Yemen – arrivati fino a ridosso della capitale saudita e le prospettive commerciali che riaprirebbe, di vitale importanza.

Per diventare davvero un player mondiale, amico di russi, cinesi e americani, con un proprio standard, l’Arabia Saudita ha bisogno però non solo della pace in Yemen, ma di risultati arabi tangibili.

In questo senso la Casa Bianca, che alcuni sostengono abbia avviato dopo la svolta saudita colloqui sin qui segreti con i siriani, è decisiva. Per il trattato di pace con Israele, che Biden vorrebbe per dimostrarsi di nuovo un attore anche in Medio Oriente, e per le ricadute che questo avrebbe su molti vicini.

Ma Assad sin qui non ha ceduto nulla, e al Congresso statunitense è stata precipitosamente presentata una proposta di Democratici e Repubblicani che se approvata, come è probabile, impedirebbe non solo la normalizzazione con Damasco, ma anche di attenuare le sanzioni contro Assad e i suoi sodali. E questo renderebbe più difficile investirvi, anche a bin Salman.

Che un leader come bin Salman, definito da molti suoi critici “un feroce assassino” accolga nel salotto buono della sua famiglia un conclamato “assassino” (anche se su questo i suoi critici fanno orecchie da mercante) non sorprende, ma fa capire perché la partita libanese possa proseguire nella più assoluta indifferenza di filo sauditi e filo iraniani alle sorti di milioni di libanesi, ormai ridotti alla fame. Dunque, i parametri sono immorali, ma l’esito della partita che si gioca in queste ore sarà decisivo per il futuro di moltissimi arabi.

Verso nuove relazioni di Riad con la Turchia di Erdogan?

Un altro fronte della politica di “zero problemi con i vicini” imboccata, si direbbe, da Riad, si può scorgere nella scelta saudita di adeguarsi anche in Turchia. Erdogan ha vinto al primo turno delle presidenziali, oltre che le legislative, anche perché Putin come il fedelissimo amico di Erdogan, il Qatar, hanno riempito la banca centrale di Ankara di miliardi di dollari per consentire al sultano la sua politica di mance elettorali, susseguitesi fino a poche ore dal voto. La sua rielezione tra pochi giorni appare probabile.

La scelta saudita di seguire il vento e fare altrettanto non era scontata. L’intenzione è superare il dualismo tra Ankara e Riad per la leadership del mondo sunnita.

Ma, anche qui, la cambiale pagata in anticipo ad Erdogan non è detto che sia tale, visto che il leader turco oggi sembra più interessato a guidare il fronte turcofono da Istanbul ai confini cinesi. Il suo progetto islamico e nazionalista ricorda da vicino quello nazionalista e “cristiano” di Putin, dove la religione è chiaramente l’ancella del potere politico. Ma deve fare i conti con l’espansionismo cinese in quella parte del mondo. Questo porterà Erdogan a tornare in Medio Oriente? Se così fosse cosa farà bin Salman?

L’assegnazione della Presidenza del Social Forum sui diritti umani all’Iran

Comunque sia di qui si passa con facilità al fronte iraniano, che appare più tranquillo di poter seguitare a fare ciò che fa, cioè reprimere senza limiti la rivoluzione “donna, vita, libertà”. L’esecuzione di tre giovani del mondo della protesta, dopo un processo ovunque definito “farsa”, non ha impedito alle Nazioni Unite di affidare proprio all’Iran, nella persona del suo ambasciatore all’ONU Ali Bahreini, la presidenza dell’imminente Social Forum sui diritti umani. La media di una decina di condanne capitali a settimana fa dell’Iran il Paese con il più alto numero di condanne a morte decretate ed anche di quelle eseguite.

Il regime deve sentirsi insicuro in patria, non certo per il consenso sparito ma perché non pressato dalla comunità internazionale, e così il peso del disastro economico, con un numero altissimo di iraniani ormai sotto la soglia della povertà, non allarma il regime che sa che alle prossime elezioni del marzo 2024 pochi andranno alle urne, e i riformisti non saranno ammessi come candidati.

In questa fase in cui l’Arabia Saudita ha dimostrato interesse per la Cina, avvicinandosi ai Brics e aderendo al Trattato di Shangai, Teheran firma altri accordi importantissimi con Pechino e incassa compensi importanti da Mosca per i suoi droni. La differenza a favore dei sauditi dipenderebbe dai nuovi rapporti con Washington, che ora Riad persegue dopo anni difficili con Joe Biden, e il disgelo con Damasco non li agevola: ma comunque è qui che sembra potersi costruire la vera carta che bin Salman ha e i suoi interlocutori di Teheran molto meno.

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