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Democrazia Futura. Il mandato esplorativo del Cardinal Zuppi: superare ogni schematismo

Riccardo Cristiano

Analizzando gli sforzi diplomatici della Santa Sede e il recente viaggio a Mosca del cardinale Zuppi, Riccardo Cristiano spiega in un articolo per Democrazia futura “Perché sostenere Francesco nel suo sforzo negoziale con la Russia non vuol dire tradire Kiev”. Il mandato esplorativo conferitogli da papa Francesco mira a “superare il conflitto [salendo] a un livello superiore tra autodifesa e non violenza” ovvero “superare ogni schematismo” e quindi respingere visioni manichee del tipo ‘bianco o nero’.  “Nel caso ucraino – chiarisce Cristiano – questo vuol dire non fermarsi al piano territoriale, dove c’è un aggressore e un aggredito, ma allargare l’azione alla sicurezza continentale e di tutti, che quindi vede altre esigenze e prefigura un governo multipolare del mondo”.

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Papa Francesco e la Cina

La grande stima che papa Francesco ha sempre espresso per il popolo e la cultura cinese non va confusa con l’ordine politico. La stima deriva dal peso millenario della cultura cinese, a mio avviso affonda nella convergenza tra alcuni tratti del taoismo, Yin e Yang, con il complexio oppositorum che tanto rilievo ha nella visione tensionale di Francesco, per il quale i poli non si elidono, ma coesistono in una relazione tensionale appunto che genera energia, vita.

Dunque lui assume la polarità e l’esempio concreto migliore è la relazione tensionale che serve tra globale e locale.

Ma al di là della filosofia, nella pratica ci sono molte distanze, sebbene sia evidente una reciproca attenzione. Per Pechino anche con Xi Jinping le parole mantra rimangono “stabilità” e “armonia”, un’armonia che a noi sa di “nessun dissenso”. Per Francesco le parola mantra sono “il tempo è superiore allo spazio”, e quindi “avviare processi”.

E’ chiaro che al contrario per Pechino ogni sommovimento, anche quello di Prigozhin, è un problema, ma l’avvertimento dato a Vladimir Putin, “ha allevato una tigre che gli si è rivolta contro”, indicano come la stabilità vada garantita anche dal leader.

Il sommovimento a Pechino non piace per la profonda assonanza che ha con un’altra parola, Taiwan.

Superare il conflitto a un livello superiore tra autodifesa e non-violenza

Francesco invece è interessato ad avviare processi perché nella sua visione spirituale è prioritario non salvaguardare l’esistente ma costruire processi che privilegiando il tempo sull’occupazione dello spazio ci portino avanti.

E’ da tutto questo, se si prova a pensarci su, che deriva la impossibilità per Francesco di essere “filo-russo” come viene dipinto.

Francesco sa che il conflitto in quanto tale non va negato, fa parte della vita, ma punta a risolverlo a un livello superiore.

L’esempio della globalizzazione non solo finanziaria, ma rispettosa delle diversità, del locale, spiega molto bene il suo approccio. Lo chiamano globalista, ma ha elaborato la teologia del popolo.

Un altro esempio di tensionalità polare immaginabile è quello tra autodifesa e non violenza. Francesco è per la non violenza ma ha detto giustamente che chi difende ama, per esempio la patria.

Allora la non violenza serve anche a impedire che la difesa divenga feroce come l’offesa, senza rispetto, valori? Lo penso, perché è un rischio reale, il grande René Girard seppe parlarne, teorizzando la violenza mimetica.

Allora difendersi non può escludere la diplomazia, né questa l’auto difesa. Anche qui bisogna risolvere la tensione salendo, per evitare di scendere.

Nel caso ucraino questo vuol dire non fermarsi al piano territoriale, dove c’è un aggressore e un aggredito, ma allargare l’azione alla sicurezza continentale e di tutti, che quindi vede altre esigenze e prefigura un governo multipolare del mondo.

Mosca la terza Roma chiamata a sconfiggere il male Occidente

Per questo l’Ucraina non capisce Francesco, perché si sente costretta dalla propaganda di Mosca che ne nega l’esistenza stessa e viene recepita da molti “pacifisti” spingendo Kiev a seguirla in un meccanismo di bene contro male, buoni contro cattivi, che non è il meccanismo di Francesco.  Mentre Mosca si ritiene il contropotere cristiano al male occidentale, perverso e corrotto e pronto a corrompere anche l’Ucraina, Francesco rifiuta questo schema bipolare, intransigente e antimoderno. La base russa di questa visione l’ha posta il confessore di Putin, per il quale il capitalismo predatorio occidentale è nato con il sacco di Costantinopoli da parte dei crociati della IV crociata.

 È un fatto storico che fonda una visione antistorica, come ai tempi dell’orda, quando i conflitti erano eterni, irriducibili. Mosca per costoro è la Terza Roma, la vera cristianità chiamata a sconfiggere il male-Occidente.  Come ha scritto il professor Daniele Menozzi, Jorge Mario Bergoglio rifiuta questa visione, lui non propugna la “ricostruzione di una società” che risulta cristiana perché guidata da un potere clericale; anzi, proclama che la cristianità è irrimediabilmente finita, sicché una pastorale che si alimenti della sua nostalgia risulta controproducente. Alla pretesa di respingere quell’istanza di autodeterminazione che è costitutiva della modernità – l’uomo moderno rifiuta infatti ogni forma di eterodirezione – sostituisce l’accompagnamento della Chiesa al percorso autonomamente deciso dagli uomini. Non si tratta però di un passivo accomodamento”, ma di un messaggio evangelico fondato sulla misericordia.

Il papa della fratellanza versus la dottrina del mondo russo. L’Ucraina come Paese-cerniera

Torniamo allora al conflitto. Nulla può essere più lontano dal “papa della fratellanza” che la dottrina del mondo russo, che nega non solo che l’Ucraina esista ma che fa di ogni emigrato russo un russo per sempre, padre di russi ovunque nascano.

Qui non può esistere integrazione, dunque il cristianesimo non potrebbe mai inculturarsi. È una storia a scompartimenti, un mondo senza cerniere.

Il papa invece sa che le cerniere esistono, e a me sembra che veda nell’Ucraina una di queste. Ma il diffuso manicheismo impedisce di comprendere il senso di definire un Paese quale sovrano ma al contempo cerniera.

Per questa visione o si è da una parte o dall’altra, pacifisti o bellicisti molto spesso ragionano così, non vedendo cerniere ma linee di faglia, come in Huntington e più in generale in ogni scontro di civiltà. Ecco perché gli ucraini non capiscono il papa. Lui, che ha avviato la costruzione di una chiesa davvero globale e non più occidentale, non può permettersi di essere stritolato nel ruolo di chierichetto di Biden come Kirill è il chierichetto di Putin. Impossibile.

 Ma questo non vuol dire che papa Francesco non veda torti e ragioni. Piuttosto direi che non si adegua alle narrative delle incompatibilità, coltivando forse anche qualche illusione. 

Ma una comprensione è possibile e lo spiega con onestà e rigore in una intervista molto importante proprio il primate greco cattolico di Kiev, monsignor Svjatoslav Ševčuk. Tanti propagandisti dovrebbero spiegarci come mai Francesco aveva pensato a un convoglio umanitario per mettere in salvo i civili assediati a Mariupol, ma Mosca alla fine non lo consentì, portando alla morte di migliaia di civili.

Mariupol non è un’invenzione, come dice certo strano pacifismo nostrano.

Dunque questo è uno dei risvolti sin qui sconosciuti di un impegno del papa messo in ombra da racconti che riducono tutto a chi sta da una parte e chi dall’altra, trasformando i soggetti terzi in colonne o avversari del proprio campo. Ševčuk. parla anche di un’offensiva russa per conquistare alla propria propaganda il Vaticano e gruppi cattolici.

Una trappola che evidentemente esiste e nella quale anche Kiev per me è caduta.

Cosa ha significato nel Venerdì Santo del 2022 rappresentare due donne una russa e l’altra ucraina che portano la croce

Si ricordi la nota vicenda del Venerdì Santo del 2022, quando il papa volle che due donne, una russa e una ucraina, portassero la Croce.

Kiev vi lesse una equiparazione delle sofferenze, non il pieno riconoscimento dell’esistenza dell’Ucraina, anche da parte della russa, proprio come chiesto dall’arcivescovo di Kiev quale punto cruciale di partenza.

Anche pensando a questo le parole del primate Svjatoslav Ševčuk nella citata intervista appaiono molto significative:

“il papa non capisce l’Ucraina e l’Ucraina non capisce il papa”.

C’è il peso delle rappresentazioni, delle propagande, io direi di alcuni usi deformanti da parte di troppi soggetti interessati a uno schematismo “bianco o nero” ad allontanare il Vaticano da Kiev. C’è anche l’origine di Francesco, osserva: chi viene dall’Argentina, dice nel testo avendo conosciuto molto bene quel Paese, difficilmente può avere una profonda fiducia interiore verso gli Stati Uniti. Ma le sue parole sono importanti perché raddrizzano un quadro che molti hanno visto pencolante da una parte mentre non è così.

La sua ricostruzione della visita di Francesco all’ambasciatore russo poche ore dopo l’invasione restituisce a quel gesto la forza e il coraggio che ebbe. Fu Francesco stesso a rompere il suo protocollo, ad andare e non a convocare come accade normalmente. Era la scelta di cercare un contatto, di esercitare una pressione, di intervenire con forza per fermare un processo drammatico, di cui pochi hanno parlato come Ševčuk.

Anche il racconto del ritardo di un’ora e mezza di Putin all’appuntamento con Francesco in Vaticano per attardarsi a un festeggiamento con Silvio Berlusconi fa capire quanto il papa abbia dato, non avuto. Tutte cose che un racconto in bianco e nero omette, tralascia, per fare del papa un nemico o un amico, in un mondo a due campi. E in questa rappresentazione per Ševčuk la propaganda russa si infiltra, tenta di conquistare spazi nel mondo cattolico e vaticano.

Un altro punto di grande importanza è l’idea di “grande cultura russa” che Francesco coltiva e avverte e della quale il primate della Chiesa greco cattolica ucraina ci dice di avergli detto, “non esiste”. Ecco quel che disse al papa:

“oggi tutti sentiamo semplicemente che tutte le idee su una grande cultura russa sono un mito. Perché noi in Ucraina possiamo testimoniare una realtà completamente diversa. Purtroppo oggi la Sede Apostolica, anche l’Europa, altre istituzioni internazionali sono in pericolo, come prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. A quel tempo, quando filosofi e personaggi della cultura sentivano le parole “tedesco”, “nazione tedesca”, immaginavano poeti, filosofi, musicisti tedeschi, la grande cultura tedesca, che era la pietra angolare della cultura europea. Invece i nazisti, cioè i criminali, erano al potere in Germania”.

Ogni rappresentazione di cavalieri perfetti, senza punti deboli, è fuorviante.

Questa intervista merita attenzione proprio perché nessuno è così. Ma qui si dà a Francesco quel che il campo filo-ucraino di solito non vede e che quello filo-russo deforma. Anche per il semplicismo bellicista e per via della guerra ibrida di Mosca, della sua capacità di penetrazione nel mondo cattolico.

Insistere con la moral suasion umanitaria

Questo è importante, perché dopo la visita del cardinale Matteo Zuppi a Mosca è emerso il desiderio di “insistere con la moral suasion umanitaria” nonostante il rischio di apparire strumentalizzati.

Ma potranno essere altri ecocidi, altre negazioni di accordi sull’ export della farina che affameranno il Terzo Mondo a far mutare l’isolamento di Mosca?

O non potrà essere solo qualche passo umanitario ad aprire una breccia nel muro che fa di Putin uno spettro capace di attaccare anche centrali nucleari?

Putin, che ha lasciato in vita solo lo spazio ultranazionalista, ha forse bisogno di un Kirill meno appiattito; la visita del cardinal Zuppi lo ha fatto intravedere: possibile? Difficile dirlo, ma impedirglielo sarebbe un omaggio al passato, all’idea insostenibile che i conflitti sono eterni, immodificabili.

Sostenere Francesco nel suo sforzo negoziale con la Russia che esiste, oggi, non tradisce Kiev ma può voler dire aiutare il nemico a cambiare, a uscire dai suoi parametri zaristi e medievali.  E anche, guardando dall’altra parte, a evitare di diventare come lui.

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