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Democrazia Futura. Fedeli alla parola democrazia, ma scontenti (quasi) di tutto

Stefano Rolando

Nell’annuale rapporto Demos-Diamanti, hanno la fiducia della maggioranza degli italiani solo il Presidente della Repubblica, le Forze dell’Ordine, il Papa e la Scuola. Gli altri 17 ambiti istituzionali sondati, no (compreso l’espressione generica dello “Stato” che intende sostanzialmente l’apparato di Governo; ma anche Parlamento, Partiti, Sanità, Magistratura, Banche, Unione europea, eccetera). E in questo quadro mentre Mattarella parla anche delle cose che non funzionano bene spronando alla reattività, la premier Meloni incensa il suo operato con la narrativa che va tutto bene e mostra toni assertivi e polemici solo contro “nemici, oppositori” e misteriosi “poteri forti”. Aprendo un caso irrituale e sbagliato attorno alla figura di Giuliano Amato.

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Ogni fine anno, da tempo, un termometro demoscopico accurato registra la temperatura di un rapporto diventato difficile. Quello degli italiani con le istituzioni. Alti e bassi nella storia. E anche nella storia piuttosto recente della Repubblica. Che nel tempo recente hanno mostrato un processo con tendenziale continuità.

Anche per questo 2023, appena terminato, questa dinamica complessiva pare rispettata.

Tuttavia, con singole voci – come vedremo – in cambiamento. Poche a conforto. Molte alimentando una preoccupazione. Biforcazione che è lecito riferire alle due maggiori esternazioni istituzionali di fine 2023 e inizio d’anno (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Capodanno, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 4 gennaio).

Pur essendo doveroso per entrambi collocare le riflessioni in una cornice di ragionevole ottimismo, il primo ha proseguito una retorica che considera civilmente importante segnalare disfunzioni e regressioni, per spronare governo e cittadini a reattività; la seconda ha ancora una volta mantenuto la priorità attorno a quella cha chiama “coerenza” che in verità si manifesta come “incoerenza”.

Cioè, durante la lunga opposizione la sua interpretazione era largamente critica se non negativa; assunta la responsabilità di governo, mette soprattutto sé e il suo governo in quella che ritiene una legittima linea di protezione e la sua retorica appare come un indistinto compiacimento per tutte le cose che vanno bene e un altro compiacimento alla “coerenza” con un tono assertivo e aggressivo che riserva accenti critici e preoccupati solo ai comportamenti di nemici e oppositori.

Con l’aggiunta di una invettiva contro misteriosi “poteri forti” che ricatterebbero il capo del Governo, tema che sta dando vita a impervie elucubrazioni.

E qui non si può omettere di vedere anche qualcosa che è diventato in questo settimana un punto rovente di discussione. Il capo del Governo governa prima di tutto un ampio apparato pubblico che contiene l’unica “dirigenza” di cui le istituzioni dispongono per mandare avanti lo Stato nel suo complesso. Questa dirigenza (e al tempo stesso molti funzionari di vari livelli) conosce e distingue le figure che nel tempo l’hanno governata. Certo, anche per essa contano destra e sinistra, qualcuno mantiene anche radicamenti militanti (io credo inopportuni, ma avviene a destra e a sinistra). Ma annoverare tra i “nemici”, accomunati come tali nella stessa conferenza stampa trasmessa in diretta televisiva, l’onorevole “pistolero” Pozzolo e una personalità due volte presidente del Consiglio, ministro del Tesoro e dell’Interno, fondatore dell’Antitrust e presidente della Corte Costituzionale, con reputazione internazionale ed europea di rango,  come Giuliano Amato, per altro non capendo nemmeno bene le sue affermazioni, è aprire tout court un problema di credibilità non con i “funzionari di sinistra” ma con una grande parte, informata ed esperta, della pubblica amministrazione che sa leggere i fatti e capire le dinamiche di governo. La cosa, per come è andata, è parte della relazione tra fiducia e istituzioni, di cui qui parliamo. E avrà il suo peso.

La ricerca Demos-Diamanti

Torniamo ora ai nuovi dati demoscopici a disposizione.

Come si è detto, con l’ultimo giorno del 2023 arriva – in formato longform del quotidiano La Repubblica (come quartino da tenersi a portata di mano) – l’annunciata annuale rilevazione che Demos e l’Università di Urbino svolgono da tempo sulla fiducia degli italiani rispetto a tutto ciò che percepiscono come “istituzioni” (lo Stato, innanzi tutto, ma anche ciò che non è Stato ma, anzi, è in sostanza dimensione privata, ma assimilata appunto percettivamente come tassello della grande impalcatura di un articolato governo di sistema), con la cura scientifica di Ilvo Diamanti che – insieme ad altri studiosi a cui sono affidate opinioni settoriali – organizza e commenta i dati[1].

Gli italiani sono parte di un processo di antropo-relativismo che riguarda non so se tutto il mondo ma certamente l’Occidente in ordine a un ritiro ampio di fiducia, sulla scorta di disagi, irrisolti, pieghe contradditorie, recessioni e quant’altro. Cose che il mantenimento delle libertà minime di parola e di pensiero assicurate dai fondamentali delle democrazie fanno emergere nel tessuto relazionale e informativo delle comunità nazionali. Fino a diventare modulazione collettiva di sentimenti di consenso e dissenso che, in regimi autoritari e dittatoriali, sono fattori dissimulati, non indagati, coperti da propaganda.

Dunque, la “fiducia relativa”, che questa annuale indagine mostra, circa alcune voci sondate fino a margini preoccupanti, va considerata come una condizione di privilegio che la critica di massa contiene. E tuttavia anche come indicatore di cattiva – o almeno incompresa – funzionalità di sistema che ogni decente profilassi civile dovrebbe guardare con estrema attenzione senza fare “orecchie da mercante” perché i dati sulla fiducia non sanzionano ma certamente logorano.

La democrazia incerta

Il giudizio di insieme che Diamanti propone per il 2023 è racchiuso in un titolo e un occhiello che costituiscono il commento a dati che prolungano giudizi non positivi espressi anche negli anni precedenti. Ma per alcune voci con retrocessioni che fanno di questo 2023 un anno forse più critico di quello che gli stessi titoli profilano. Comincio da qui e entro subito nel merito delle voci che vanno peggio.

Titolo e occhiello sono questi: “La democrazia incerta – Il nuovo rapporto su Gli Italiani e lo Stato. Il nostro modello di governo tiene. Ma cresce l’insoddisfazione. E si allarga il sì all’elezione diretta del premier”.

Giustamente l’annotazione tocca il rischio di una deriva funzionale. Come dire, qualcosa che esce dalla pancia degli italiani, sollecitata da molte allusioni e quindi anche da un certo sdoganamento di pensieri proibiti, attorno a cose che vanno in maniera “insoddisfacente” con la vigente democrazia, fino al punto da fare emergere – per come si può esprimere, con ipotesi “democratiche” – l’idea di delegare di più a un capo, di verticalizzare di più il sistema. A cui poi magari seguirà anche il connesso retropensiero di “non disturbare il manovratore”. Eccetera, eccetera.

Ma vediamo subito le voci che profilano ulteriore forte ritiro di fiducia.

Andando nell’ordine decrescente della tabella centrale dell’indagine – in cui ai primi tre posti restano con indici alti le Forze dell’ordine, il Presidente della Repubblica e il Papa – un forte arretramento lo presentano rispetto al 2022: i Comuni (da 48 per cento di fiducia a 39 per cento, quindi -9 per cento), l’Unione Europea (da 45 a 39, – 6), le Regioni (da 42 a 34, – 8), lo Stato (da 36 a 31, – 5), le Associazioni imprenditoriali (il più alto indietreggiamento, da 35 a 25, -10), le Banche (da 25 a 20, – 5), il Parlamento (da 23 a 19, -4). Arretramento c’è anche in altre voci. I Partiti, già ultima ruota del carro, che nel 2022 avevano fatto un passettino avanti con il 14 per cento sono scesi al 12, restando l’ultima ruota del carro. Poi la Chiesa è a 38 perdendo 3 punti, la Magistratura è a 37 perdendo 2 punti, le ONG sono a 31 perdendo 2 punti, i Sindacati sono a 24 perdendo 3 punti. Rincuora sinceramente sla Scuola – quarta in classifica – che era al 56 e resta al 56. In cima alla classifica, come detto, restano le Forze dell’Ordine con il 67 per cento (e flessione di 3 punti), parimenti il Presidente della Repubblica con il 67 per cento (flessione solo di 1 punto) e poi il Papa con il 64 per cento (flessione di 4 punti).

Ci si chiederà dove è il Governo propriamente detto che non viene rilevato con questa dizione e probabilmente – per l’imprecisione abituale della identificazione popolare – dovrebbe stare all’interno della voce “Stato” che, come indicato, perde dal 2022 5 punti.

Come scrive anche il professor Diamanti, tra i molti aspetti circostanziati rilevati al di là di questa tabella centrale, il più importante resta comunque quello della costante identificazione della “democrazia” come “preferibile a qualunque altra forma di governo”. Lo dice il 67 per cento degli italiani (lo diceva al 69 per cento anche dieci anni fa).

Quindi da questo rapporto annuale non ci sono dirette voci per stimare il maggiore o minore consolidamento di fiducia del governo in carica, se non riflettendo sugli andamenti di alcune – ma solo alcune – delle competenze assegnate. Viene in aiuto al riguardo la doppia pagina, nello stesso giorno, del Corriere della Sera che contiene che contiene la rilevazione Ipsos curata da Nando Pagnoncelli che sul punto saliente ha dati espliciti: la premier Giorgia Meloni scende dal 58 per cento al 44 per cento nell’indice di gradimento (che ha sfumata differenza rispetto all’indice di fiducia) mentre il partito di Giorgia Meloni che traina il Governo “è la prima forza in tutte le categorie e cresce grazie ai flussi da Lega e Forza Italia”.

Sistema-Paese

Un’altra crisi di fiducia è riscontrata nel rapporto Demos attorno alle due voci del sistema economico sondate (Banche sfiduciate dall’80 per cento dei cittadini e Associazioni imprenditoriali sfiduciate dal 75 per cento) che segnalano per questo 2023 un dato molto grave. Perché tocca la fragilità di quel nesso di governo sostanziale che in tutti i sistemi democratici va sotto il nome di “Sistema-Paese”). Rispetto a cui assume un rilievo di piccolo ma reale riequilibrio il dato di una rilevazione settoriale riguardante i Servizi pubblici, in cui c’è altalenanza ma con un generale aspetto di “tenuta”. Le Ferrovie sono al 38 per cento (perdono solo 1 punto rispetto all’anno precedente), i Trasporti urbani sono al 28 (ne perdono invece 5), Le Scuole pubbliche sono al 44 per cento (guadagnano un punto), le Suole private sono al 42 (ne guadagnano 2), la Sanità pubblica flette moltissimo (è il dato più allarmante di tutta la rilevazione, va al 29 per cento dopo essere stata nel 2022, in piena pandemia, al 44 per cento) mentre quella Privata è al 55 per cento (dunque un dato maggioritario di fiducia, con solo 1 punto in meno rispetto al 2022).

Aspetti di vita istituzionale e di governo

Il quadro propriamente di Governo appare quello per cui la rilevazione nel suo complesso, trattando in modo forse necessariamente stressato le questioni dominanti del momento, necessiterebbe di più chiarificazioni. Comunque, questo ambito viene indagato in ordine a due aspetti: il tema della forza come stabilità e il tema della proposta di elezione diretta. Dunque, non in ordine alla percezione della specificità degli accadimenti connessi alle competenze esercitate dal Governo nel 2023 (su cui fa testo la rilevazione di carattere generale a cui si è accennato). Poste in un certo senso le domande (cioè, nel quadro di insoddisfazioni e critiche diffuse su molti aspetti accennati) il risultato fa esprimere la necessità di regole per dare forza e stabilità all’azione di governo (61 per cento, contro il 33 per cento che percepisce un “pericolo” in queste misure, mentre il 6 per cento non si esprime); mentre il 55 per cento degli italiani vede favorevolmente l’elezione diretta del (o della) premier.

Quanto alla proposta di “autonomia differenziata” per le Regioni a statuto ordinario si verifica una netta spaccatura al 50 per cento tra i si e i no. 

Anche sul rapporto tra magistratura e politica c’è una certa divisione interpretativa. Il 52 per cento vede “obiettivi politici” nella modalità di agire della magistratura mentre il 44 per cento vede indipendenza e necessità di un esercizio di controllo.

Associazioni e partecipazione

In continuità con fenomeni importanti per la qualità della vita collettiva indagati anche negli anni scorsi, la rilevazione del 2023 mostra una certa vivacità associativa e partecipativa degli italiani, qui a parziale equilibrio del “sonnambulismo” e della “non reattività” che il Rapporto Censis 2023 ha considerato dominante nella società italiana.

Cominciamo da dati connessi a comportamenti etici. Il 50 per cento ha fatto acquisti con intenti etici ed ecologici. Il 52 per cento ha fatto donazione a enti di solidarietà sociale. Il 60 per cento ha speso soldi con parziale orientamento benefico. Mentre tutta la gamma “partecipativa” (associazioni, petizioni, iniziative sociali in  rete, proteste, finalità locali e di quartiere, eccetera) assume un rilievo costante di forti minoranze, fino a punti alti che riguardano, in senso ampio, il volontariato. C’è una intuizione sociologica in questa rilevazione. Di immaginare, cioè, che chi ha compiuto opzioni etico-solidali, costituisca il principale bacino di chi ha inclinazione per comportamenti associativi e partecipativi. È con questo criterio che appare un 56 per cento (tra chi ha dichiarato preliminarmente di compiere atti etico-solidali) che esprime favore per il volontariato, oppure il 57 per cento di che è favorevole al commercio ambientalmente sostenibile, oppure il 48 per cento di chi partecipa a iniziative civiche locali. Via via verso, comunque, significative percentuali di chi partecipa anche ad aspetti di critica sociale e politica.

Astensionismo

Il riferimento fatto alla rilevazione IPSOS (Nando Pagnoncelli) consente anche di allungare l’attenzione al rapporto tra il 2022 (elezioni politiche) e il 2024 (elezioni europee) per quel che riguarda l’astensione elettorale.

Il passaggio accennato (ma in un angolino delle tabelle) è dal 39 per cento del 2022 alla tendenza rilevata a fine 2023 del 42 per cento. In ogni caso è un dato incrementale che disegna uno sfondo peggiorativo a tutta l’indagine su fiducia e istituzioni.

La percezione del futuro

Merita ancora una considerazione la tabella che indaga un sentimento di fiducia rivolto al futuro, sondando l’accordo tuttavia con un’espressione corrente non fiduciosa: “è inutile fare progetti perché il futuro è incerto e pericoloso?”. Posta così la domanda il 51 per cento concorda. Dato che, proprio per come è posta la domanda, l’esito non dovrebbe essere considerato disastroso. La fascia demografica più pessimista è quella tra i 30 e i 44 anni, quella di reddito più basso, quella del sud e delle isole, quella di elettori che votano Lega e CinqueStelle.

Assunto come dato globale di un sentimento non fiducioso, ritorna il fattore storico del dualismo italiano che pervade moltissime dominanti della complessità sociale dell’Italia, rendendo spesso scivoloso, perché bivalente,  il terreno di indagine su percezioni, opzioni e comportamenti.

Ma, anche rendendo legittimo dire che poco meno della metà degli italiani non è d’accordo con questo sentimento di sfiducia. E questa, guarda caso, resta anche grosso modo la base che è ancora elettoralmente attiva e che rappresenta una stimolazione concreta per chi, con qualche responsabilità  civile o professionale indossata, non demorde in ordine al desiderio attivo (e non rassegnato) di migliorare le cose.

Quattro citazioni dai commenti dei ricercatori.


[1] Una parte di questo testo, informa di analisi e interpretazione dei dati, è stato oggetto del podcast dell’autore sul magazine on line Il Mondo Nuovo (7 gennaio 2024).

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