Il punto di vista

Democrazia Futura. Dalla ideologia al puro posizionamento

di Stefano Rolando, docente di Comunicazione pubblica e politica all’Università IULM di Milano, è condirettore di Democrazia futura |

La trasformazione strutturale dei partiti alla base del “tutto possibile” sotto gli occhi degli italiani. Riflessioni fatte in mezzo a cronache giornalisticamente ben più colorite, che scorrono per ora attorno ad una liturgia a Camere riunite che pone non pochi interrogativi. Nell’auspicio di un rapido rialzo di regia delle compatibilità

Stefano Rolando

Stefano Rolando, docente di Comunicazione pubblica e politica all’Università IULM di Milano e condirettore di Democrazia futura, illustra oggi alcune riflessioni sulle giornate di trattative convulse degli ultimi giorni, in previsione di un accordo per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

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Sia chiaro. Nessun rimpianto per l’età delle ideologie. Quella per cui, in base a qualche testo scritto ai tempi delle Sacre Scritture o in pieno Ottocento, si mettevano le bende sugli occhi di fronte alla realtà e si assumevano scelte anche non responsabili circa le conseguenze.

Tuttavia l’arco di storia dell’età repubblicana mostra le “forze politiche” – ovvero i partiti che oggi si declinano anche come “movimenti” e come “aggregazioni civiche” – in radicale mutazione. Mutazione che un evento di celebrazione nazionale della politica, come lo è l’elezione del Capo dello Stato, tende a mettere in evidente rilievo.

La memoria manda tracce di una solennità in parte perduta. E le televisioni mandano tracce di qualche sbandamento di stile e di comportamento che possono anche rischiare di invalidare il valore simbolico di questa rilevante liturgia.

Prescindendo (e ancor di più non prescindendo) dagli esiti e dalle scelte che si compiono.

L’età delle ideologie significava un richiamo pressante ad una elaborazione finalizzata alla visione filosofica del mondo che ispirava la politica dopo la distruzione generale operata da due guerre mondiali. La sinistra si riconosceva nello schema marxista della lotta di classe e nella riverenza per quella parte del mondo che aveva “realizzato il socialismo”.  La destra nostalgica rivendicava l’originalità dell’elaborazione nazionalistica. Quella non nostalgica proponeva la religione del mercato, il contenimento dello Stato e la fedeltà atlantica. La vasta centralità democristiana era interclassista, per la mediazione sociale e per i valori cristiani nella politica pur amministrati con visione costituzionale e ruolo laico. Un articolato fronte liberal-democratico, che confinò ad un certo punto anche con la rottura in senso riformistico di una parte della sinistra, profilava la proposta di un passaggio dalla centralità dell’ideologia alla centralità della teoria (cosa che conquistava anche una parte della cultura cattolica) che pareva favorire le battaglie di scopo (riforme e diritti) e la competenza in seno alle classi dirigenti.

In quel rapporto tra progetto e competenza c’era (come il ricordo della conferenza socialista su “Meriti e bisogni” richiama alla mente) ancora vivo il tema della rappresentanza sociale. C’era comunque molto di più in quell’espressione “ideologia”. E c’era di più nell’evoluzione dei partiti negli anni ’80.   Ma questo basti a dire che nello schieramento delle opzioni e delle proposte il senso di destra e sinistra presentava i suoi vincoli e quindi la sua riconoscibilità.

Anche il primato della “teoria” è evaporato.

In Italia, più che in altri paesi appartenenti alle democrazie occidentali, l’evoluzione a fine secolo di questo schema verso una disponibilità alla contaminazione populista, ha portato ad accettare il superamento delle ideologie non a favore del primato della “teoria” (la cultura del progetto). Ha favorito il declassamento di tutte le pre-condizioni storiche del “far politica”.

Alla fine del ciclo venticinquennale (1994-2021) la trasformazione appare compiuta. A causa di tante influenze. Ma anche di un regista in ogni senso rilevante che, dalla metà degli anni ’90, è stato Silvio Berlusconi. Una volta superati gli “specchi per le allodole” messi in piedi all’inizio per recuperare voto dalla prima Repubblica (soprattutto voto socialista e democristiano), il sistema dei partiti – nel centrodestra (con frizioni) e nel centrosinistra (con conflitti) – prende le distanze dalle radici.  Nella parete finale di questa evoluzione hanno contato contaminazioni un tempo non immaginabili (i giallo-verdi e i giallo-rossi ne sono stati un recente esempio). E l’approdo appare, per tutti (con qualche resistenza in più da chi proveniva da reali storie, pur moribonde nella narrativa) con una centralità definitoria che la comunicazione politica non avuto reticenza a chiamare “Marketing”.

Cos’è questo Marketing, che – limitandosi alla traduzione tecnica dall’inglese – vorrebbe dire vendere?

E’ in realtà la predisposizione culturale e comportamentale alla vendita. Cioè il problema centrale e ossessivo di collocarsi, nel sistema della visibilità che si è trasformata da istituzionale a mediatica, in un continuo cambiamento di “posizione” per mantenere almeno un filo di coerenza tra pubblico fidelizzato e pubblico da conquistare.

In sostanza non è tanto la fidelizzazione della propria constituency sociale. Ma la fidelizzazione competitiva di brandelli mutanti, transitanti, viaggianti, di società scomposta da una posizione all’altra a seconda di vantaggi – apparenti o reali – che momento per momento vengono disputati con migliore fortuna (comunicativa e rappresentativa).

Il compito di gestire il Marketing viene così, nei partiti maggiori, trasferito dal leader formale alle correnti.

Che non sono più quelle più moderate o più progressiste di una volta, tese ad avere strategie in diverse direzioni di contenuto. Ma quelle che devono presidiare le filiere interne di fedeli e fedelissimi (tra i professionisti della politica, anche quelli più giovani) per assicurare loro posti a spese del contribuente. Cioè posti garantiti dalle elezioni.

Non è uno sconvolgente cambiamento rispetto al passato, in cui i “posti” hanno sempre contato. Ma è un rilevante cambiamento di cultura politica. Per alcuni, diciamolo, una cosa sconvolgente. Per molti una cosa normale.

In ogni caso è uno schema che mette in movimento alternative interne attorno al “posizionamento”.

Un giorno un po’ più a destra, il giorno dopo un po’ più a sinistra, con ondeggiamenti che non hanno più pudori. Come non hanno pudori – sarebbe incomprensibile – nel sistema di impresa per acchiappare i consumatori.

E che spingono il pendolo anche fuori dai partiti. Come spiega bene il fenomeno per cui, in questa legislatura, circa 300 parlamentari hanno cambiato una o più volte casacca. E che spiega anche il relativo peso cogente dei leader nei confronti di parlamentari. Che a volte non rispondono perché eletti sotto altre leadership. O in parte perché sono essi stessi (leggasi la loro rielezione) l’oggetto di scelte che possono essere a riporto del leader o a riporto di altre opportunità.

Qui le differenze si fanno più forti rispetto al passato. E ciò – nella congiuntura di questi giorni – spiega centralmente che l’obiettivo di eleggere il Presidente garante istituzionale di un lungo e complicato periodo storico sia, nella confusione che appare in questi eventi, subalterno alla trattativa sui posti di potere che influenzano la corsa alle elezioni.

Uno sguardo verginale?

Non è uno sguardo verginale quello che solleva questi punti. Forse ha un velo di cultura generazionale che lo ispira. Ma risponde, pur in poche parole, ad un’altra trasformazione parallela che si è determinata nei codici culturali dei partiti.  Che se infrangono certe ritualità istituzionali (priorità, tutela, ruoli, distanziamento di forma e di tempo, eccetera) rivelano anche che la distinzione tra istituzione e politica si è diffusamente persa.

Un tema che se fosse assodato e maggioritario ci metterebbe per definizione fuori dall’Europa.

Questi tema poi è crucialissimo quando codice istituzionale e codice politico debbono incrociarsi, misurarsi, rispettarsi. 

Il condizionale viene qui usato per rispetto di quegli ambiti della politica che ancora conoscono e rispettano questo paradigma. E anche perché nel contesto emergenziale che è stato dichiarato anche dal Parlamento un anno fa (e finora non sconvocato) si ritrova anche questo tema che si è definito da una parte come salvaguardia delle istituzioni e dall’altra parte come possibile rigenerazione della politica (per la quale continuiamo a tifare).

Stiamo parlando di una tendenza crescente. Non fino al punto ancora di totalizzare il sistema. Ma con tratti vistosi.

  • Fa parte della cultura di Marketing adattare velocemente il prodotto alle umoralità del mercato. Ma anche di governare commercialmente quelle umoralità.
  • Fa parte di questa cultura entrare in scena per animare i desideri ed uscirne alla svelta se c’è calo di domanda senza accogliere difficoltà o problemi di manutenzione.
  • Fa parte di questa cultura, soprattutto, prediligere la tattica sulle strategie di lungo periodo.
  • Fa parte di questa cultura prediligere le indicazioni demoscopiche (la percezione) più che l’analisi dei dati statistici (tendenze reali). 
  • Fa parte di questa cultura arrivare a mani vuote e fidando sull’improvvisazione il giorno che si riuniscono le Camere per eleggere il vertice delle istituzioni, cioè una figura che presiede Forze Armate e Magistratura, che nomina il Premier e può sciogliere il Parlamento.
  • Fa parte di questa cultura alzare barricate solo per ottenere preliminarmente dividendi da investire nella prossima competizione elettorale.
  • Fa parte di questa cultura svegliarsi alla mattina prima dei lanci di agenzia e buttar lì un nome a caso (mettendo di mezzo vite private o al contrario addirittura i Servizi segreti del Paese) per vedere l’effetto che fa.
  • Fa parte di questa cultura non usare le tornate ad alta soglia di maggioranza per mettere in campo candidati di vera bandiera per rendere trasparenti i rapporti di forza.
  • Fa parte di questa cultura pasticciare con una frequente faticosa distinzione tra nomi che provengono dalla politica, nomi che provengono dalle istituzioni di garanzia e nomi che provengono dalla società civile.
  • Fa parte di questa cultura dire “qui ci vorrebbe una donna” andando a casaccio sulle designazioni.

Oggi 26 gennaio, terza seduta – si notano ancora queste fragilità. In fatto di nomi non sta a noi osservatori né proporre né alludere. L’auspicio è per un prevalere di regia – che rassicuri gli italiani – attorno a nomi all’altezza (sono pochi ma ci sono) di sostituire con esiti di almeno uguale saggezza e competenza il presidente uscente, Sergio Mattarella.

Se non c’è questa regia, la lettura notturna di opinionisti realistici parla di “crisi di governo”.

In tempi in cui l’offerta ha la sua influenza sulla domanda.

Si propongono queste brevi riflessioni in mezzo a cronache giornalisticamente più colorite. Che scorrono per ora attorno ad una liturgia a Camere riunite che pone – come appena accennato – non pochi interrogativi. “Democrazia futura” non ha vezzi divagatori. Considera giusto che non si sviluppino nostalgie velleitarie. Quindi per contribuire all’interpretazione della trasformazione del nostro tempo. Così che, come elettori, si possa essere nelle condizioni di non reagire a chi grida di più o a chi attraversa in modo più spettacolare il nostro teleschermo. Ma agli argomenti che accompagnano a volte tacitamente una variazione dell’offerta che forse sta cambiando anche strutturalmente la domanda.

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