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Democrazia Futura. A esequie terminate. Qualche nota in morte di Silvio Berlusconi

SILVIO BERLUSCONI

Celestino Spada

“Un flusso di immagini e parole ci ha sommerso nelle nostre case, tracimando dovunque dai dispositivi fra le nostre mani, e le scelte istituzionali di sospensione delle attività parlamentari e di lutto nazionale sono venute a connotare in termini identitari – di identità nazionale – per la Repubblica e per i singoli che non volessero restarne esclusi”. Cosi Celestino Spada “A esequie terminate” scrive per Democrazia futura “Qualche nota in morte di Silvio Berlusconi” aggiungendo: “Qui e là, e presto come un fiume in piena, sono venuti in primo piano i connotati identitari dell’uomo politico, è stato mimato e rilanciato – a celebrare le sue gesta e, con esse, il suo apporto alla vita nazionale – il discorso della “scesa in campo” e gli slogan delle sue campagne elettorali, quelli “populisti” e quelli “identitari/contro” i competitor nel mercato elettorale, lasciando in sordina o del tutto escludendo quelli della “rivoluzione liberale” che pure, almeno nel 1994, attrassero menti e voti, contribuendo non poco a quella sua – decisiva – vittoria nelle urne. Sicché, in un flusso mediale incessantemente riproposto da materiali “d’epoca”, spesso “a reti unificate”, la beatificazione – la santificazione – di Silvio Berlusconi per il suo apporto alla nostra vita nazionale si è compiuta in questi giorni nei termini esatti della sua propaganda, audiovisiva e non: una sceneggiatura completa fino all’“applauso finale”.

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A esequie terminate, a corpo cremato, quali considerazioni si possono trarre circa lo stato del nostro spirito pubblico quale si è manifestato nelle istituzioni e nella comunicazione italiane dopo la morte, lunedì 12 giugno, di Silvio Berlusconi? Un flusso di immagini e parole che ci ha sommerso nelle nostre case, tracimando dovunque dai dispositivi fra le nostre mani, e che le scelte istituzionali di sospensione delle attività parlamentari e di lutto nazionale sono venute a connotare in termini identitari – di identità nazionale – per la Repubblica e per i singoli che non volessero restarne esclusi.

Circa i media, ovviamente in prima fila per ruolo e funzione sociale rispetto all’evento, ciascuno e tutti front runner di quanto è seguito, è stato evidente che la maggioranza parlamentare e la presenza a Palazzo Chigi, dall’ottobre 2022, della leader di una coalizione di centrodestra ha privato quelli non “schierati” dell’opportunità di una sontuosa manifestazione di indipendenza dal governo e dalle gerarchie della politica, che non avrebbero mancato di cogliere con una maggioranza parlamentare e un governo di centrosinistra.

Qui e là, e presto come un fiume in piena, sono venuti in primo piano i connotati identitari dell’uomo politico, è stato mimato e rilanciato – a celebrare le sue gesta e, con esse, il suo apporto alla vita nazionale – il discorso della “scesa in campo” e gli slogan delle sue campagne elettorali, quelli “populisti” e quelli “identitari/contro” i competitor nel mercato elettorale, lasciando in sordina o del tutto escludendo quelli della “rivoluzione liberale” che pure, almeno nel 1994, attrassero menti e voti, contribuendo non poco a quella sua – decisiva – vittoria nelle urne. Sicché, in un flusso mediale incessantemente riproposto da materiali “d’epoca”, spesso “a reti unificate”, la beatificazione – la santificazione – di Silvio Berlusconi per il suo apporto alla nostra vita nazionale si è compiuta in questi giorni nei termini esatti della sua propaganda, audiovisiva e non: una sceneggiatura completa fino all’“applauso finale”. A conferma di quanto egli sia stato nell’ultimo trentennio e resti tuttora, nel declino delle sue fortune elettorali e ora nella morte, egemone “nelle menti e nei cuori” degli italiani e nei linguaggi e nelle scelte mediali – della professione e dell’industria giornalistica italiane.

Ulteriori riflessioni suggeriscono di non enfatizzare troppo le evidenze alla base di questa lettura, o per lo meno di non farlo senza considerare l’opportunità fornita ai media dalle scelte compiute nella circostanza dalle istituzioni parlamentari e l’opportunismo di queste scelte, stanti le incertezze che dalla sua scomparsa derivano a Forza Italia, il “partito personale” di Silvio Berlusconi, struttura portante della maggioranza e del governo in carica[1].

Occasione di centralità e di convergenza dell’attenzione, se non di riunione, nazionale da non mancare per i media, pur nel ricordo di editoriali e contributi anche redazionali recentissimi, preoccupati per l’astensione dal voto elettorale, con seri rischi di “bancarotta della nostra democrazia” per i livelli raggiunti dalla diserzione popolare dalle urne nazionali, regionali e comunali. Una deriva che (qualcuno vi ha visto un nesso) accompagna l’affermazione nelle urne di movimenti ed esponenti “populisti”: l’una e l’altra fra i lasciti (anche) del ruolo appena ricordato e dell’apporto tanto celebrato di Silvio Berlusconi alla nostra vita nazionale.

Mentre, sul versante delle istituzioni e della politica, la rincorsa delle Camere nell’omaggio alla salma, fino all’annuncio di una sospensione inusuale (poi rientrata) della loro attività, nonché la proclamazione del lutto nazionale, ha evidenziato l’impegno dei loro Presidenti e ha offerto al primo ministro, dall’avvio nel suo ruolo bene a distanza dal Cavaliere (“Non sono ricattabile”), l’opportunità di intercettare anche lei, senza forzature, i microfoni e le telecamere dell’attenzione nazionale attorno alla bara. Un’occasione da non mancare, per Giorgia Meloni, dato il fatto dell’espressione popolare, e non solo, di una “identità” nazionale psicologicamente e culturalmente così partecipata e condivisa da costituire, nei simboli e nei riti di questi giorni, una comunità da cui non restare e non essere esclusa. Qualcosa che suona come l’insegna “Fratelli d’Italia” sul mercato elettorale, e che ritorna negli annunci e nella propaganda dell’attuale governo.

Silvio Berlusconi nell’immaginario degli italiani e negli Annali della Repubblica democratica

L’elogio dell’uomo Silvio Berlusconi non è stata la novità del lutto nazionale proclamato in suo onore. Che cosa egli è stato ed ha rappresentato nella vita e nell’immaginario di singoli e di milioni di italiane e italiani è, da trent’anni, parte integrante e dominante della narrativa nazionale – dall’uomo che ha cambiato l’Italia, a colui che ha rivelato gli italiani a se stessi: un (altro) Arci-Italiano che ha saputo cercarli e li ha trovati a sua immagine e somiglianza. Tutte cose proclamate già nel 1995 da star e personaggi dello spettacolo impegnati a sostenerlo nella campagna referendaria sulle interruzioni pubblicitarie dei programmi televisivi: un Te Deum, quello, rispetto al De profundis di questi giorni, per molti aspetti un replay con gli stessi protagonisti invecchiati.

Quanto all’elogio del cittadino e del politico, mentre si è ricordato che Silvio Berlusconi è stato il più longevo fra i Presidenti del Consiglio della Repubblica, non è stato quasi menzionato il fatto che la coalizione da lui guidata ha vinto nel 2008 le elezioni con la più ampia maggioranza mai registrata: tanta fiducia e un successo storico, seguito da un impegno personale e da un’azione di governo che resterà a lungo negli Annali della Repubblica democratica.

Ma soprattutto (bisogna dirlo) non da tutti è stato ricordato un aspetto non marginale, anzi centrale del suo impegno politico: quello del farsi gli affari suoi, un fatto che Silvio Berlusconi non ha mai negato, anzi ha evidenziato, proclamandone la legittimità. Si potrebbe dire che il silenzio pubblico e mediale su questo punto nella circostanza è stato il segno più evidente che “Lui” non c’è più. Berlusconi non ha mai taciuto che la sua “discesa in campo” mirava a salvare, con l’Italia, le sue aziende, e perfino gli amici più intimi hanno confermato e documentato le difficoltà, bancarie e non, in cui esse versavano nel 1993.

E, d’altra parte, il paradosso di una “rivoluzione liberale” propugnata e affidata al monopolista della televisione nazionale privata, resa compatibile con il duopolio televisivo nazionale dalle istituzioni, dalle coalizioni e dalle pratiche politiche bi-partisan della seconda repubblica, non ha fatto soltanto – e fa tuttora – lo stupore dei paesi di tradizione liberale dell’Europa, ma è stato assunto da noi come un dato di fatto, è stato ed è materia primaria delle nostre cronache politiche – come accade ora, a cremazione avvenuta, per le trattative in corso fra gli eredi di Berlusconi e gli esponenti di Forza Italia per i possibili riflessi sulla sorte del governo e delle loro aziende.

E pazienza se questa scelta è costata all’Italia il mancato sviluppo di nuove imprese e prodotti originali e di nuovi mercati della televisione e dell’audiovisivo nazionale in decenni di grandi innovazioni e sviluppi nel settore in Europa e nel mondo, nonché il blocco della Rai lasciata alle convenienze e alle scelte dei partiti in Parlamento nell’alternanza del maggioritario. Un’impresa in mano pubblica, la Rai, e un servizio reso agli italiani, certo oggi non all’altezza della sfida culturale, informativa e produttiva che l’Italia, come tutti i grandi paesi d’Europa, deve affrontare sul suo proprio mercato in un settore da sempre e tuttora strategico per l’economia e la stessa identità nazionale[2] .

Per concludere queste brevi note, è possibile che la rinnovata esperienza del sentimento nazionale prevalente in questi giorni di lutto e la conferma della sua persistente egemonia nelle menti e nei cuori degli italiani forniscano ulteriori elementi di riflessione agli organizzatori e ai partecipanti della giornata dedicata a “Pensare l’immaginario italiano. Stati generali della cultura”[3]. E che, in generale, venga preso sul serio e sia adeguatamente considerato il ruolo assunto nel nostro Paese negli ultimi trenta anni, con la crisi della scuola e delle altre agenzie formative, dal flusso prodotto e offerto al pubblico dalla televisione commerciale, il medium dominante la nostra comunicazione sociale con la sua valenza formativa, se non pedagogica, in termini di stili di vita, di regole sociali di comportamento e di “valori”.


[1] L’Economist, come sempre attento alle vicende italiane, sintetizza così i numeri della maggioranza di governo in Parlamento e il ruolo e le difficoltà di Forza Italia: “It occupies 44 seats in the 400-member lower house, where the governing coalition has a 38-seat outright majority, and 17 of the 206 seats in the Senate, where Ms Meloni’s majority is 15. But the latest polls give it an average of just 7.3% of the vote. And it has reportedly amassed debts, guaranteed by Mr Berlusconi, of €90m ($97m). His heirs may be less keen to underwrite them” (Europe, June 17th 2023).

[2] Cfr. l’intervista di Andrea Biondi a Giancarlo Leone, presidente dell’APA (Associazione Produttori Audiovisivi): “Per non perdere rilevanza, la Rai deve investire nell’audiovisivo il doppio di oggi”, Il Sole-24Ore, 28 maggio 2023.

[3] Organizzato dall’associazione Nazione Futura, l’incontro si è tenuto a Roma, presso l’Hotel Quirinale, con l’intervento di professionisti della cultura, intellettuali ed esponenti politici del partito Fratelli d’Italia – in particolare il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano – il 6 aprile scorso. V. la registrazione di tutti gli interventi proposta on line da Radio Radicale.

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