Il Governo accelera sul cosiddetto decreto 1° maggio. Secondo quanto abbiamo appreso, nella nova bozza di documento ci sono delle importanti misure per il contrasto alle nuove forme di sfruttamento inerenti all’economia digitale.
Entro oggi il testo dovrebbe finire sul tavolo del Consiglio dei ministri e sono diverse le novità. In attesa delle ultime limature, da quanto è emerso, si punta al “salario giusto”, legando gli incentivi a “chi lo applica”.
Le misure di contrasto allo sfruttamento digitale e algoritmico
Nel Capo IV della bozza di decreto, che disciplina “Lavoro mediante piattaforme digitali e misure di contrasto al caporalato digitale”, si interviene direttamente sul rapporto tra lavoratore e piattaforme online e sul potere riconosciuto agli algoritmi, che non possono diventare i nuovi datori di lavoro.
Chiunque “organizza, promuove, gestisce o trae profitto dalla cessione di account o dall’utilizzo sistematico di account intestati a terzi per l’impiego di lavoratori in condizioni di sfruttamento è punito ai sensi delle disposizioni vigenti in materia di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”.
È sfruttamento digitale quando ci troviamo di fronte a compensi inferiori ai livelli minimi previsti dalla Contrattazione collettiva, quando c’è l’imposizione di ritmi, tempi di disponibilità o carichi di lavoro sproporzionati, quando si riscontra sistematica sottrazione di quote del compenso mediante interposizioni fittizie o trattenute abusive, o in caso di utilizzo di identità, documenti o account altrui in forma organizzata.
Conservare i dati per 5 anni
Le piattaforme sono tenute a registrare e conservare “per almeno 5 anni”, tutti i “dati relativi agli accessi, alle assegnazioni, ai rifiuti, ai tempi e ai corrispettivi”, rendendoli accessibili al lavoratore e alle autorità ispettive. Dati che saranno messi a diposizione dell’INAIL, INL e INPS per le attività di vigilanza di rispettiva competenza e di coordinamento per i controlli.
Centrale è anche il principio di trasparenza, perché si dispone che il lavoratore abbia diritto di ottenere, su richiesta, una “spiegazione intelligibile di qualsiasi decisione” di un sistema automatizzato o un algoritmo che incide sulle condizioni di lavoro o sul compenso.
Le tutele per i ciclofattorini della giga economy
La gig economy è un modello in cui il lavoro è organizzato per “gig” (prestazioni brevi, su richiesta), gestite tramite piattaforme digitali e spesso con forme di autonomia o contratti “molto” flessibili. I rider, in generale, sono assunti come lavoratori autonomi o occasionali, pagati a consegna e coordinati da applicazioni mobili come Deliveroo, Glovo, Uber, Eats (solo per citare le più conosciute), il che è esattamente il modello tipico della gig economy.
I rider, o ciclofattorini, appartengono principalmente al settore dei servizi di consegna a domicilio (food delivery), che è un sotto‑segmento dei servizi di trasporto e logistica urbana. In termini più ampi, possono essere ricondotti anche al settore della logistica e delle consegne, che include anche corrieri, fattorini e servizi di trasporto merci leggere.
Questa particolare categoria di lavoratori, che tutti i giorni vediamo sfrecciare nel traffico, ad ogni ora del giorno, anche sotto casa nostra, sono esposti a numerosi rischi: instabilità economica e precarietà, pericoli stradali e psicosociali, minore tutela previdenziale e sanitaria, sfruttamento e controllo opaco da parte di algoritmi e piattaforme.
Qui si innesta il lavoro del legislatore, con l’articolo 16 della bozza di decreto.
Il rider avrà un account sulla piattaforma e vi accederà con Spid o Cie
Tra le novità: “In caso di lavoro intermediato da piattaforma digitale, l’accesso alla piattaforma da parte del lavoratore può essere consentito con SPID, Carta di identità elettronica (Cie), Carta nazionale dei servizi (Cns) oppure con un account rilasciato dalla stessa piattaforma con un sistema di autentificazione a più fattori”.
La piattaforma “non può rilasciare più di un account per ogni singolo codice fiscale”. Il lavoratore avrà a disposizione un “libro unico del lavoro”, che gli verrà fornito dal datore, dove annotare “per ciascun mese di attività, anche il numero di consegne, l’importo totale erogato al lavoratore e gli importi riconosciuti volontariamente dall’utente in modalità digitale”.
“Le credenziali di accesso al proprio account rivestono carattere strettamente personale ed è fatto divieto di cessione a terzi“, si legge nel testo, che prevede peraltro una sanzione, che da 600 a 1200 euro, in caso di cessione del proprio account e uso di account da parte di persona diversa del titolare.
Ad inizio anno la procura di Milano ha posto sotto indagine uno dei pesi massimi della gig economy, Deliveroo. L’azienda è stata accusata di sfruttamento e contratti da fame. Secondo l’indagine, infatti, sarebbero stati letteralmente sfruttati, con paghe sotto la soglia di povertà, anche approfittando del loro stato di bisogno, quasi 20.000 lavoratori sul territorio nazionale, di cui 3.000 solo a Milano.
La società e l’amministratore delegato sono indagati inoltre per il reato di caporalato, visto il pesante sfruttamento lavorativo dei dipendenti: 12 ore al giorno di lavoro, per circa 1.000 euro al mese. Oggi Deliveroo Italia è sotto controllo giudiziario con accuse di caporalato e sfruttamento digitale.
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