Chi è contro i contro i data center dell’intelligenza artificiale, secondo una parte della Silicon Valley e sempre più anche secondo l’amministrazione Trump, fa il gioco della Cina.
È questa la tesi che sta prendendo piede negli Stati Uniti mentre cresce la protesta contro le infrastrutture necessarie per alimentare la corsa all’AI.
Come racconta il Wall Street Journal, dirigenti tecnologici ed esponenti dell’amministrazione Trump hanno iniziato a suggerire che dietro una parte del movimento contro i data center possano esserci potenze straniere, in particolare la Cina, o gruppi vicini alla sinistra socialista americana.
Trump: “La Cina non potrebbe essere più felice”
Il presidente Trump ha avvertito che le comunità che si oppongono alla costruzione dei data center rischiano di diventare “arretrate e povere”, aggiungendo che “la Cina non potrebbe essere più felice di questo movimento anti-data center”.
Per la Casa Bianca, la costruzione di nuove infrastrutture è una condizione necessaria per mantenere la leadership americana nell’intelligenza artificiale.
Le valutazioni miliardarie attribuite ad aziende come OpenAI e Anthropic presuppongono infatti una crescita enorme della capacità di calcolo, che richiede nuovi campus, chip, reti elettriche e centrali.
Trump punta inoltre sugli investimenti nei data center per sostenere la propria narrativa sulla forza dell’economia americana.
Il governo Usa si schiera anche sul copyright
La posizione dell’amministrazione non riguarda soltanto la costruzione delle infrastrutture.
La scorsa settimana il Dipartimento di Giustizia si è schierato a favore di OpenAI nella controversia con il New York Times sul copyright.
Secondo il governo americano, regole che rendessero significativamente più difficile costruire una forte industria dell’AI negli Stati Uniti potrebbero minacciare la sicurezza nazionale e offrire “un vantaggio competitivo agli avversari stranieri che non sono sottoposti agli stessi vincoli”.
Per Washington, la corsa all’AI sta assumendo sempre più i contorni di una nuova competizione strategica simile, per importanza, alla corsa allo spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica.
Acqua ed energia? Lutnick: “Propaganda dei nostri avversari”
Il problema è che le preoccupazioni delle comunità locali sono molto concrete. I residenti temono soprattutto l’impatto dei data center sulle bollette elettriche, sui consumi di acqua e sul territorio.
Per contrastare queste critiche, alcuni protagonisti dell’industria stanno cercando di ridimensionare l’impatto delle infrastrutture. Sam Altman ha sostenuto in un podcast che i nuovi data center sarebbero più efficienti, in termini di utilizzo delle risorse, rispetto alla coltivazione delle mandorle.
Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha invece richiamato il consumo d’acqua degli allevamenti bovini e, in un’intervista alla CNBC, ha liquidato parte delle critiche definendole “propaganda dei nostri avversari”.
OpenAI: account cinesi dietro contenuti contro i data center
A giugno OpenAI aveva annunciato di aver bloccato due gruppi di account ChatGPT probabilmente riconducibili alla Cina, utilizzati, secondo la società, per sostenere una “apparente operazione di influenza occulta”.
Tra i contenuti generati figuravano anche post per i social media che sostenevano che i data center stessero facendo aumentare i prezzi dell’elettricità.
Albert Zhang, del team OpenAI dedicato al contrasto degli abusi, aveva tuttavia precisato che la società non intendeva sostenere che l’intero dibattito americano sui data center fosse prodotto da attori stranieri.
Alcuni dei post individuati, ha ammesso, avevano ottenuto pochissime visualizzazioni, in certi casi appena tre.
OpenAI ha ribadito venerdì che le persone hanno “preoccupazioni reali” e che spetta all’industria guadagnarsi la loro fiducia.
Anche X segnala possibili operazioni cinesi
Alla fine di agosto anche X, la piattaforma di Elon Musk, ha pubblicato i risultati di una propria indagine su presunte operazioni di influenza provenienti dalla Cina.
La senatrice repubblicana Cynthia Lummis ha rilanciato la questione: “Non sorprende che il Partito comunista cinese stia facendo gli straordinari per far deragliare il vantaggio americano nell’AI. Questa disperazione è un chiaro segnale che sono nervosi”.
Tra i più espliciti c’è stato anche Trae Stephens, venture capitalist e cofondatore di Anduril, secondo cui il mancato divieto di TikTok starebbe consentendo alla propaganda del Partito comunista cinese di influenzare la popolazione americana.
Andy Masley, ricercatore AI che ha contestato alcune delle preoccupazioni sull’utilizzo di acqua da parte dei data center, ha osservato che alcuni dei contenuti indicati come propaganda cinese sembrano piuttosto riconducibili a normali bot farm alla ricerca di attenzione.
Una protesta che resta bipartisan
Il problema per Trump e per Silicon Valley è che l’opposizione ai data center non arriva soltanto dalla sinistra.
I sondaggi mostrano un malcontento trasversale e il tema sta avvicinando gruppi politici normalmente molto distanti.
In Michigan, per esempio, un sondaggio EPIC-MRA ha rilevato che il 62% degli elettori si oppone allo sviluppo dei data center. Nello stesso Stato, il socialismo raccoglie un giudizio negativo dal 51% degli elettori e positivo soltanto dal 22%.
Il dato rende più difficile attribuire automaticamente l’opposizione alle infrastrutture AI alla sinistra radicale.
Come abbiamo visto anche nello scontro politico delle ultime settimane, figure come Bernie Sanders e Steve Bannon si sono ritrovate sullo stesso fronte nel chiedere di rallentare l’espansione dei data center.
Il rischio elettorale per Trump
Per Trump la questione può diventare politicamente delicata.
Sostenere apertamente i data center significa appoggiare una delle industrie strategiche per la competizione con la Cina, ma rischia allo stesso tempo di alienare una parte della sua stessa base, soprattutto nelle comunità rurali interessate dai nuovi progetti.
Marjorie Taylor Greene, dopo le parole del presidente, ha attaccato duramente la nuova linea: “Buona fortuna a vincere le elezioni di midterm ora che MAGA significa data center di massa, telecamere Flock e Stato di sorveglianza”.
Anche per le aziende tecnologiche esiste un rischio: trasformare ogni critica ai data center in una forma di propaganda cinese o socialista potrebbe radicalizzare ulteriormente l’opposizione locale.
La battaglia politica sull’AI americana si sta quindi spostando dai modelli ai territori. La domanda non è più soltanto chi vincerà la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina, ma quanto energia, acqua e spazio le comunità americane siano disposte a sacrificare per farlo.
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