infrastrutture

Data center, la mappa della protesta sociale in Lombardia da Travagliato alla Rho ‘Valley’

di |

Le comunità locali chiedono trasparenza, tutele ambientali e partecipazione alle scelte. Per evitare uno scontro permanente serve un nuovo patto sociale che accompagni la trasformazione digitale senza sacrificare ambiente, cittadini e competitività.

Sempre più data center in Lombardia, perché le comunità locali si ribellano

Per anni i data center sono rimasti invisibili. Erano semplicemente i “magazzini di internet”, edifici anonimi che pochi notavano e ancora meno comprendevano. Oggi non è più così. L’esplosione dell’intelligenza artificiale (AI), del cloud e dei servizi digitali ha trasformato queste infrastrutture in uno degli investimenti più ricercati d’Europa. E la Lombardia, grazie alla vicinanza con Milano, alle reti di telecomunicazione e alla disponibilità di connessioni elettriche ad alta capacità, è diventata il principale terreno di conquista.

Ma proprio mentre cresce la domanda di nuovi impianti, cresce anche la protesta. Da Travagliato, nel Bresciano, fino al territorio iper-industrializzato di Rho, passando per Magenta, Lacchiarella, Zibido San Giacomo, Bollate e Siziano, sta prendendo forma una vera e propria mappa dell’opposizione sociale ai data center. Non si tratta più di singole contestazioni locali: emerge un fenomeno diffuso, che mette in discussione il modo in cui l’Italia sta affrontando una delle trasformazioni infrastrutturali più importanti dell’era digitale.

Il caso Travagliato: il prezzo dello sviluppo

Il progetto previsto a Travagliato incarna bene le contraddizioni di questa nuova stagione. Come racconta Cinzia Reboni su Brescia Oggi, da una parte ci sono numeri che fanno gola a qualsiasi amministrazione comunale. Oltre 11 milioni di euro tra oneri di urbanizzazione, monetizzazioni e compensazioni rappresentano una somma capace di finanziare opere pubbliche, servizi e interventi che molti piccoli comuni difficilmente riuscirebbero a sostenere con le proprie risorse.

Dall’altra però c’è un’infrastruttura dalle dimensioni eccezionali. Anche dopo il ridimensionamento annunciato dal proponente, da 300 a 120 megawatt di potenza, il progetto rimane tra i più rilevanti in Italia: un’area di circa 130 mila metri quadrati, un edificio principale di quasi 50 mila metri quadrati, una sottostazione elettrica dedicata, decine di generatori diesel di emergenza, centinaia di parcheggi e nuove opere stradali.

Sulla carta gli studi ambientali sostengono che rumore, impatto paesaggistico e interferenze con gli ecosistemi saranno contenuti grazie a fasce verdi, mitigazioni e sistemi tecnologici avanzati.

È un copione ormai noto. Gli sviluppatori assicurano che tutto rientrerà nei limiti di legge, che l’efficienza energetica sarà elevata e che gli impianti utilizzeranno le migliori tecnologie disponibili. Le comunità locali, invece, chiedono di guardare oltre i documenti progettuali e si domandano quale sarà davvero l’effetto di un’infrastruttura di queste dimensioni destinata a funzionare ventiquattro ore su ventiquattro per decenni. È una domanda legittima.

Dal territorio di Rho nasce un nuovo movimento “no-data center”

Se Travagliato rappresenta un caso emblematico, il Rhodense sta diventando il simbolo di un’opposizione organizzata. Qui, ha spiegato Roberta Rampini su Il Giorno, il timore è che un’area relativamente ristretta possa trasformarsi nella principale concentrazione europea di data center. I progetti previsti tra Rho, Pregnana Milanese, Cornaredo e Pero si aggiungono agli impianti già esistenti, alimentando la percezione che il territorio venga progressivamente destinato a ospitare infrastrutture sempre più energivore.

Comitati, associazioni e forze politiche locali chiedono una moratoria sulle autorizzazioni, magari sul modello di New York, una pianificazione sovracomunale e soprattutto una valutazione complessiva degli effetti cumulativi.

Il punto, sostengono, non è il singolo data center. Il problema nasce quando dieci grandi impianti insistono sulla stessa area, condividendo reti elettriche, sistemi di raffreddamento, infrastrutture stradali e consumando risorse che, considerate una per una, sembrano sostenibili, ma nel loro insieme possono modificare profondamente il territorio. È un’obiezione che merita attenzione. Gran parte delle procedure autorizzative continua infatti a valutare ogni progetto separatamente, mentre gli impatti reali spesso derivano dalla concentrazione di molti interventi nello stesso contesto geografico.

Le quattro grandi paure: consumo di suolo, energia e acqua, ma anche rumore e aumento delle temperature locali

Le proteste che stanno emergendo in Lombardia ruotano quasi sempre attorno agli stessi temi. Il primo è il consumo di suolo. Molti progetti sorgono su aree agricole o su terreni ancora liberi, alimentando la sensazione che la transizione digitale proceda sacrificando uno dei beni più scarsi del Paese.

Il secondo riguarda l’energia. I moderni data center sono tra le infrastrutture più energivore mai costruite. L’intelligenza artificiale sta aumentando ulteriormente questa domanda e rende necessarie nuove cabine elettriche, linee ad alta tensione e investimenti sulla rete nazionale.

Il terzo elemento è l’acqua. Molti impianti utilizzano sistemi di raffreddamento che possono richiedere quantità significative di acqua, soprattutto nei periodi estivi, proprio quando il cambiamento climatico rende sempre più frequenti le crisi idriche.

Infine c’è il rumore. Non tanto quello dei server, quanto quello degli impianti di raffreddamento e dei generatori di emergenza, che possono entrare in funzione in qualsiasi momento per garantire la continuità operativa.

Sono preoccupazioni concrete, non semplici (o soltanto) manifestazioni di sindrome Nimby, che presto potrebbero diventare anche temi politici da campagna elettorale. A cui possiamo aggiungere la questione dell’impatto climatico e ambientale, perché questi grandi data center, a quanto pare, possono alterare la temperatura media del territorio che li ospita, aumentandola sensibilmente. Un’altra questione di non poco conto in tempi di cambiamenti climatici e di surriscaldamento globale, che in Italia e nel Mediterraneo è particolarmente evidente, come certificato da numerosi studi scientifici.

Attenzione però alle semplificazioni

Esiste però anche il rischio opposto. Raccontare i data center come un’invasione inutile significa ignorare il ruolo che queste infrastrutture hanno assunto nell’economia contemporanea. Ogni ricerca su ChatGPT, ogni pagamento digitale, ogni video in streaming, ogni archivio sanitario elettronico, ogni sistema industriale basato sull’intelligenza artificiale vive dentro un data center.

Pensare di poter rinunciare a queste infrastrutture significa, nei fatti, rinunciare a una parte consistente della competitività economica del Paese. Un numero enorme di persone usa ChatGPT o Gemini, o Claud e tanti altri modelli di AI, probabilmente anche tra chi non vuole data center nel proprio territorio.

L’Europa, già oggi, dipende in larga misura da infrastrutture digitali controllate da operatori stranieri. Se l’Italia decidesse semplicemente di dire “no” ai nuovi data center, gli investimenti non sparirebbero: si sposterebbero altrove.

Con loro se ne andrebbero anche occupazione qualificata, innovazione, ricerca e attrattività per le imprese tecnologiche. Per questo la contrapposizione frontale rischia di essere sterile.

Le promesse non bastano più, è ora di condividere le informazioni con le comunità locali e offrire un nuovo patto sociale

Anche gli investitori, tuttavia, dovrebbero prendere atto che il modello seguito finora mostra evidenti limiti. Le compensazioni economiche rappresentano certamente un vantaggio per i comuni, ma non possono diventare l’argomento decisivo per ottenere il consenso delle comunità. Così come non basta promettere qualche fascia alberata o interventi di mitigazione paesaggistica. Le comunità chiedono qualcosa di più sostanziale.

Chiedono trasparenza sui consumi energetici reali, dati pubblici sull’utilizzo dell’acqua, monitoraggi indipendenti del rumore, garanzie sull’approvvigionamento elettrico, utilizzo del calore prodotto dai server per il teleriscaldamento urbano, priorità per il recupero delle aree industriali dismesse e una pianificazione che consideri l’effetto complessivo di tutti gli insediamenti.

Sono richieste che appaiono sempre meno ideologiche e sempre più coerenti con la dimensione industriale di queste infrastrutture. Serve un nuovo patto sociale su cui costruire fiducia e futuro. Su questo poi va costruito un nuovo modello di governo del territorio capace di accompagnare e favorire la trasformazione digitale ‘sostenibile’.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz