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Data center al centro delle elezioni di medio termine. Lo Stato di New York apre il fronte contro l’industria dell’AI

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L'esplosione dell'AI sta accelerando la costruzione di migliaia di nuovi data center negli Stati Uniti. Ma l'impatto su bollette, ambiente e territorio alimenta proteste crescenti, trasformando queste infrastrutture in un tema sempre più centrale nella campagna elettorale americana.

La rivolta contro i data center AI entra nella campagna elettorale USA

Per anni i data center sono stati considerati infrastrutture invisibili. Capannoni senza finestre, lontani dai centri urbani, necessari per far funzionare internet, il cloud e l’economia digitale. Oggi, però, quei giganteschi edifici che alimentano l’intelligenza artificiale stanno diventando uno dei temi politici più controversi d’America.

Dallo Stato di New York al Texas, dalla Virginia al Wisconsin, cresce infatti un movimento trasversale di opposizione sociale e politica contro la costruzione di nuovi data center. Una protesta che mescola preoccupazioni ambientali, timori per l’aumento delle bollette elettriche, consumo di acqua, occupazione di terreni agricoli e diffidenza verso il crescente potere delle Big Tech.

La questione è ormai entrata nella campagna elettorale per le elezioni di medio termine di novembre, quelle che determineranno il controllo della Camera dei Rappresentanti e che tradizionalmente rappresentano un referendum sull’operato della Casa Bianca.

New York apre il fronte politico contro l’industria dell’AI

Il segnale più forte è arrivato da Albany, capitale dello Stato di New York, dove il Parlamento statale ha approvato una moratoria di un anno sulla costruzione di nuovi data center. Si tratta della prima iniziativa di questo tipo negli Stati Uniti, come raccontano Nick Reisman e Marie J. French su Politico.

La misura, fortemente sostenuta dall’ala progressista democratica, impone una pausa alla corsa alle nuove infrastrutture digitali e introduce requisiti più stringenti sull’utilizzo di energia rinnovabile e sui costi dell’elettricità sostenuti dai grandi operatori tecnologici.

Non è un episodio isolato. Nello stesso pacchetto legislativo, New York ha approvato norme che limitano l’utilizzo dei dati personali per la definizione dei prezzi, nuove restrizioni sull’impiego dell’intelligenza artificiale nei giocattoli destinati ai minori e maggiori tutele sulla condivisione dei dati sanitari.

Dietro queste iniziative emerge una nuova filosofia politica: la convinzione che il settore tecnologico abbia acquisito un potere economico e sociale tale da richiedere una regolamentazione molto più rigorosa rispetto al passato.

È arrivato il momento di mettere dei limiti alle Big Tech“, sostengono sempre più frequentemente esponenti democratici progressisti. Una posizione che intercetta una crescente diffidenza dell’opinione pubblica verso le grandi piattaforme digitali.

Il boom dell’AI cambia la geografia politica americana

La rapidissima diffusione dell’intelligenza artificiale generativa ha trasformato il settore. Microsoft, Google, Amazon, Meta e OpenAI stanno investendo centinaia di miliardi di dollari in nuovi centri di calcolo per sostenere la domanda di potenza computazionale richiesta dai modelli di AI.

Ma questa espansione ha un costo. I nuovi data center “hyperscale”, quelli utilizzati per addestrare e gestire i grandi modelli di intelligenza artificiale, consumano quantità enormi di energia elettrica e acqua. Per alimentarli, le utility americane sono costrette a realizzare nuove linee di trasmissione, centrali elettriche e potenziamenti della rete.

Una parte di questi investimenti rischia di essere scaricata sulle bollette dei cittadini. È proprio qui che nasce il problema politico. Secondo le analisi più recenti, oltre 1.500 nuovi data center sono attualmente pianificati o in costruzione negli Stati Uniti. Più di 200 si trovano all’interno di distretti congressuali considerati competitivi in vista delle prossime elezioni.

In altre parole, il tema rischia di influenzare direttamente alcune delle sfide elettorali più importanti del Paese.

L’AI è un problema politico, la fronda repubblicana si allarga

Nelle ultime settimane, le divisioni interne al Partito Repubblicano sulla regolamentazione dell’AI sono emerse con chiarezza. Come raccontato da Samuel Benson e Andrew Atterbury sempre su Politico, la scorsa settimana, il senatore Josh Hawley ha aspramente criticato lo sviluppo incontrollato dell’AI e ha lanciato un appello alla difesa dei lavoratori in un discorso tenuto presso un think tank di Washington.

Il governatore della Florida, Ron DeSantis, ha nuovamente attaccato l’amministrazione Trump per aver tentato di scavalcare la regolamentazione a livello statale, definendola “una cattiva politica” e “una manovra politica ancora peggiore“, commenti che arrivano pochi giorni dopo che il suo procuratore generale, da lui stesso scelto, ha intentato causa contro OpenAI .

Una serie di importanti candidati repubblicani, infine, tra cui il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, hanno basato la loro campagna elettorale sulla lotta contro le grandi aziende tecnologiche.

Una minaccia elettorale per democratici e repubblicani

La particolarità del fenomeno è che non segue le tradizionali linee di divisione ideologica. Le proteste contro i data center coinvolgono comunità rurali conservatrici preoccupate per la perdita di terreni agricoli, ma anche quartieri suburbani progressisti allarmati per l’impatto ambientale e paesaggistico.

Per questo motivo né democratici né repubblicani hanno ancora elaborato una strategia nazionale coerente. Molti candidati democratici cercano di collocarsi su una posizione intermedia: sostegno all’innovazione tecnologica e all’intelligenza artificiale, ma accompagnato da regole più severe per proteggere consumatori e ambiente.

Tra i repubblicani prevale invece una maggiore attenzione ai benefici economici e occupazionali dei nuovi investimenti, anche se cresce il numero di amministratori locali conservatori che si trovano a fare i conti con l’opposizione delle comunità residenti.

Il risultato è una frammentazione delle posizioni. Alcuni candidati chiedono una moratoria sui nuovi progetti. Altri propongono di imporre alle Big Tech il pagamento di una quota maggiore dei costi energetici. Altri ancora difendono apertamente i data center in nome della competitività americana nella corsa globale all’intelligenza artificiale contro la Cina.

La Virginia e il Texas: i laboratori della nuova politica dell’AI

I casi più emblematici sono quelli della Virginia e del Texas. La Virginia ospita già la più grande concentrazione mondiale di data center, al punto da essere considerata la capitale globale del cloud computing. Negli ultimi anni, però, le proteste dei residenti contro nuove installazioni sono aumentate sensibilmente.

In Texas, tradizionalmente favorevole agli investimenti industriali, il governatore repubblicano Greg Abbott ha recentemente introdotto nuove linee guida e limiti per il settore, segnale che anche negli Stati più pro-business la pressione politica sta crescendo.
Nell’area residenziale di Houston gli abitanti usano tutti l’AI, ma la maggioranza si sta mettendo di traverso alla costruzione di data center vicino alle abitazioni. Come spesso accade, in queste situazioni, si materializza subito la sindrome Nimby (Not in my back yard).

Anche il governatore democratico della Pennsylvania, Josh Shapiro, ha avviato iniziative per imporre maggiori obblighi e controlli agli operatori.

L’evoluzione è significativa: fino a pochi anni fa quasi tutti i governatori, indipendentemente dall’appartenenza politica, competevano per attirare nuovi data center attraverso incentivi fiscali e agevolazioni. Oggi la domanda non è più soltanto come attrarli, ma come gestirne l’impatto.

Un nuovo fronte nella guerra alle Big Tech

Sul piano politico più ampio, la battaglia sui data center rappresenta l’ultima evoluzione della crescente ostilità americana verso le grandi aziende tecnologiche. Dopo anni di dibattiti su privacy, social network, disinformazione e monopolio digitale, l’intelligenza artificiale ha reso tangibile la presenza fisica del potere tecnologico sul territorio.

I data center sono diventati il simbolo concreto dell’espansione delle Big Tech: enormi investimenti che promettono sviluppo economico ma che generano anche costi sociali immediatamente percepibili dalle comunità locali. Per i candidati al Congresso il tema presenta opportunità e rischi.

Recentemente, i cittadini di Monterey Park, città della California nell’area di Los Angeles, hanno votato contro la costruzione di nuovi data center sul territorio comunale.

Attaccare le grandi aziende tecnologiche può risultare popolare presso un elettorato sempre più diffidente verso i colossi della Silicon Valley. Al tempo stesso, però, ostacolare gli investimenti nell’intelligenza artificiale rischia di apparire come una minaccia alla crescita economica e alla leadership tecnologica degli Stati Uniti.

Il test delle elezioni di novembre

Le elezioni di medio termine rappresenteranno il primo vero test politico dell’era dell’intelligenza artificiale. Non è ancora chiaro se i data center diventeranno un tema nazionale oppure resteranno una somma di battaglie locali. Tuttavia, un dato appare evidente: l’espansione dell’AI non è più soltanto una questione tecnologica o industriale. Sta diventando una questione elettorale.

La politica americana si trova di fronte a un dilemma che accompagnerà il Paese per molti anni: come conciliare la corsa all’intelligenza artificiale, considerata strategica per la competizione globale con la Cina, con le richieste delle comunità locali che non vogliono pagare il prezzo energetico, ambientale e sociale della rivoluzione digitale.

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