L’Europa accelera sui data center, ma il 55% degli investimenti si concentra negli hub più grandi: Francoforte, Amsterdam, Londra, Parigi e Dublino
Più data center significa abilitare crescita economica. Siamo nel pieno della trasformazione digitale, pur con limiti e ritardi fisiologici, particolarmente evidenti per il nostro Paese, e per tenere in piedi un Paese in questo momento storico serve una spina dorsale forte e flessibile, in grado di reggere nuova capacità e dimostrarsi sufficientemente resistente agli strappi dell’attuale congiuntura geopolitica.
I data center sono l’infrastruttura invisibile su cui ogni Paese deve poter contare se vuole dotarsi di un’economia avanzata e soprattutto se vuole garantirsi sufficiente capacità di calcolo e le risorse necessarie per lo sviluppo e l’impiego di soluzioni di intelligenza artificiale (AI), cloud sovrano, robotica/automazione e internet delle cose. In Europa gli investimenti in data center sono stimati in 110 miliardi di euro entro il 2028, considerando solo i principali poli continentali (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino, con l’aggiunta di quelli emergenti come Milano e Madrid).
Nuovi data center generano ulteriori investimenti, occupazione qualificata e rilancio di aree dismesse, contribuendo anche a una transizione energetica più efficiente e sostenibile. L’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano ha indicato in un recente studio che tra 2023 e 2025 sono già stati investiti circa 29,5 miliardi di euro nei 13 principali hub europei. La maggior parte degli investimenti europei resta concentrata nei grandi hub “FLAPD”, che da soli assorbirebbero circa il 55% del totale degli investimenti previsti.
Il tallone d’Achille della dipendenza tecnologica ed energetica
L’Europa può continuare a crescere e guadagnare terreno, ma il suo principale problema, ormai noto a tutti, è la dipendenza cronica sia da tecnologia estera, sia dagli approvvigionamenti energetici extra-Ue. Come segnalato sempre dall’Osservatorio, oltre metà della potenza energetica installata per i data center europei è concentrata in 10 operatori, di cui sette statunitensi. Ancora, l’80% del mercato cloud è controllato da hyperscaler e provider americani.
Gli investitori, se devono decidere dove allocare nuove risorse finanziarie in questo settore, mostrano incertezza riguarda all’Europa, principalmente perché scarseggia di energia, che è elemento centrale per la crescita dei data center.
L’Unione europea continua a importare quasi il 60% dell’energia che consuma, soprattutto gas, petrolio e altre fonti fossili, con Paesi come Italia e Germania sopra la media comunitaria (oltre il 70% di dipendenza in Italia). Anche se produce molta energia elettrica da rinnovabili e può contare su know‑how in settori come fotovoltaico ed eolico, l’Europa resta dipendente anche da importazioni di materie prime critiche (litio, terre rare, cobalto, silicio, ecc.) per batterie, turbine, pannelli e data center, oltre che da componentistica e chip di fabbricazione asiatica.
L’Italia in coda, ma tiene la corsa europea
Tra il 2026 ed il 2028 gli investimenti in data center nel nostro Paese dovrebbero aggirarsi sui 25 miliardi di euro, con ulteriori proiezioni positive per il 2030. La crescita del mercato è sempre più guidata dagli hyperscaler, con il passaggio da piccoli data center a grandi campus superiori ai 30 MW, più efficienti ma anche più energivori.
In termini di potenza, la capacità installata è stimata da AGICI triplicare entro il 2030, passando da circa 600 MW oggi a 2 GW, con investimenti che si concentrano in particolare in Lombardia (Milano) ma con crescente interesse per altre aree del territorio.
Accanto alle opportunità emergono però alcune criticità, legate alla disponibilità di infrastrutture energetiche. In Italia, secondo un nuovo studio realizzato da Engie e Key to Energy, le richieste di connessione hanno raggiunto i 79 GW, con possibili fenomeni di saturazione della rete in alcune aree, e i ritardi nel time-to-grid possono comportare perdite fino a 1,1 milioni di euro di EBITDA per ogni anno di slittamento.
In questo scenario, accelerare la transizione verso un’energia stabile e competitiva diventa un fattore chiave per lo sviluppo del settore e gli operatori energetici saranno sempre più abilitatori e partner per lo sviluppo, la gestione e l’approvvigionamento energetico dei data center.
Non solo data center, necessario investire nella transizione energetica
La transizione energetica, però, non va pensata solamente come un problema o un costo. Portata avanti in maniera intelligente, cioè supportata da politiche lungimiranti, orientata all’efficienza, alla sostenibilità, all’inclusione dei territori e all’innovazione, la transizione rappresenta un efficace abilitatore di crescita e competitività. Dal 2028 – 2030, secondo lo studio, i data center potrebbero diventare attori energetici sempre più attivi e fondamentale risulta il ruolo di soluzioni avanzate come i Power Purchase Agreement (PPA) rinnovabili, anche multi-tecnologici (fotovoltaico e eolico), insieme ai sistemi di accumulo, che garantiscono flessibilità e sicurezza energetica.
Investire nella transizione energetica, inoltre, è l’unico modo affrontare in maniera concreta il problema dell’aumento della domanda di energia da parte dei data center. Entro il 2030, i consumi energetici dei data center a livello globale potrebbero crescere fino al 30% annuo e al 16% in Europa.
In Italia si stima un aumento che può arrivare a 2 o 4 volte i consumi attuali, superando il 10% dei consumi europei del settore.
La domanda energetica a livello globale è cresciuta del 23%, raggiungendo 545 TWh di consumi. In Europa dell’11%, con 80TWh e in Italia del 17%, con 4,2 TWh. Il trend subirà una decisa accelerazione entro il 2030: nel mondo la domanda raggiungerà oltre 2mila TWh, in Europa 167 e in Italia 21,6 TWh con una crescita del 37%.
Rinnovabili e PPA per decabonizzare la data economy
Una recente ricerca di A2A stima che lo sviluppo dei data center in Italia potrebbe contribuire alla crescita del PIL nazionale al 2035 del 6% – con la creazione di 77 mila posti di lavoro – fino ad arrivare, in uno scenario full potential, al 15% con 150 mila nuovi occupati.
Grazie a PPA e politiche “verdi” si potrebbero ridurre le emissioni nocive generate dalla data economy fino a 3,7 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, solo lato data center in italia.
Nel 2024, è riportato dalla ricerca, la data economy ha generato per il nostro Paese un valore di 60,6 miliardi di euro, pari al 2,8% del PIL nazionale. Nei prossimi 10 anni, il numero di dispositivi IoT e la domanda di servizi cloud sono attesi triplicare, mentre il traffico dati più che raddoppierà. Con queste dinamiche e in ipotesi di allineamento dell’Italia ai livelli dei Paesi più avanzati nel mondo nell’ecosistema digitale, il valore della data economy italiana potrebbe superare i 200 miliardi di euro al 2030.
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