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Dal capitalismo digitale alla ‘Bestia’, l’evoluzione psicopolitica del web

Internet è certamente una delle più radicali innovazioni che gli esseri umani hanno saputo creare. Il suo impatto sul mondo è totale e la sua diffusione è avvenuta molto, forse troppo, velocemente. In pochi decenni la sua natura pervasiva l’ha resa disponibile praticamente a tutti, in una sorta di democrazia mondiale digitale. I benefici sono stati enormi ma insieme a loro, la rete ha portato con sé problemi e usi distorti.

Tra questi, alcuni sono causati dalle grandi aziende che sono nate intorno ad Internet, le quali negli ultimi dieci anni, mentre hanno offerto agli utenti servizi sempre più accattivanti, hanno deciso di “prendersi” la rete, i suoi dati, i suoi utenti e di usarli per aumentare in maniera esponenziale i loro profitti. Lo hanno fatto senza dirlo esplicitamente, lo hanno fatto tramite l’uso dei loro algoritmi e dei dati che le persone cedono loro quotidianamente. Lo stanno facendo trasformando ogni azione degli utenti sulla rete in un piccolo contributo utile a generare il loro plusvalore. Siamo arrivati al punto che bisogna chiedersi di chi è oggi internet e soprattutto, come si è chiesta la ricercatrice inglese Jennifer Cobbe, di chi sarà in futuro Internet: nostra o loro?

Dietro questa domanda c’è il nuovo modello di business di Internet che fino ai primi anni del nuovo millennio, nemmeno i guru della Silicon Valley avevano immaginato. Un modello di business che Shoshana Zuboff, studiosa americana dell’impatto sociale delle tecnologie digitali, ha definito il “capitalismo della sorveglianza”. Una nuova forma di accumulazione di denaro costruita su tecniche di acquisizione di informazioni e operazioni di modifica del comportamento delle persone. Il capitalismo della sorveglianza è nato quando gli specialisti di Google, di Facebook e di Amazon hanno capito che, monitorando gli utenti mentre stanno digitando parole nel motore di ricerca, sui social o sui siti di eCommerce, si può imparare a prevedere chi sono e cosa desiderano. Una volta che si può anticipare ciò che gli utenti desiderano, si possono inviare loro annunci realizzati ad hoc o suggerire loro azioni sulla rete per influenzare il loro comportamento in modo da massimizzare i guadagni dei fornitori di beni e servizi.

Le aziende della sorveglianza non rispondono quindi soltanto ai bisogni dei consumatori, ma modellano e guidano quei bisogni verso i loro obiettivi e verso gli scopi dei loro clienti. Di conseguenza, quando utilizziamo un browser Web o un’app sullo smartphone, diventiamo quasi certamente gli oggetti inconsapevoli di esperimenti psicologici che cercano di definire le nostre abitudini, i nostri desideri e le nostre vulnerabilità a beneficio delle aziende, delle organizzazioni e dei soggetti che sorvegliando il nostro agire sulla rete e possono orientarci per trarne benefici.

Tramite il monitoraggio e l’analisi dei nostri comportamenti online, le grandi compagnie del Web ci conoscono meglio dei nostri familiari. Facebook conosce i ragazzi meglio dei loro genitori, Amazon conosce i suoi clienti meglio dei loro familiari e dei loro colleghi. Mentre noi osserviamo i nostri conoscenti su Facebook, su Twitter o su Instagram, i proprietari di questi enormi strumenti digitali osservano tutti, noi e loro, e costruiscono i nostri profili che usano per scopi commerciali, ma eventualmente anche per scopi politici e di controllo sociale, vedi i casi di Cambridge Analytica e di Alipay in Cina.

Su Facebook e negli altri social media il mondo è mostrato come dentro uno specchio concavo o convesso, mai reale. Il news feed di ognuno di noi (il flusso di notizie che ci mostra i post dei nostri contatti) è manipolato sulla base del profilo che l’azienda di Zuckerberg ci ha assegnato e vediamo i post dei nostri contatti che il suo algoritmo decide di farci vedere, mai tutti, mai nell’ordine reale. Si tratta di una chiara distorsione della realtà, anche di quella digitale. Di recente si è scoperto che Facebook ha messo a punto anche un algoritmo di classificazione dell’affidabilità dei suoi utenti misurata con un punteggio che varia da zero a uno sulla base del loro comportamento sul quel social.

Il modello del capitalismo di sorveglianza da qualche anno è stato esteso alla politica. Ormai sono diversi i casi che dimostrano come i governi, i partiti e, a volte, anche i singoli esponenti politici hanno sposato il modello della sorveglianza dei cittadini e sono passati alla manipolazione. Il caso dei bot russi, lo scandalo Trump-Cambridge Analytica, l’accordo tra il governo cinese e Alibaba per il rating dei cittadini tramite Alipay, fino al caso del sistema di propaganda, dal nome molto evocativoLa Bestia”, usato dal segretario della Lega nonché vice Premier, sono tutti esempi molto significativi di come la politica si sta impossessando di Internet e dei social media per mutuare il modello del capitalismo della sorveglianza a fini politici. Per inondare la rete di messaggi che orientano le opinioni, di fake news, di offese gratuite, pregiudizi, minacce e di altri “atomi digitali” che ci hanno portato nella fase della “psicopolitica”, ben descritta in un breve saggio dal filosofo Byung Chul Han.

Partiti, governi e singoli esponenti politici hanno creato sistemi che controllano i social, analizzano quali sono le news, i post, le foto, i video e i tweet che ottengono i migliori risultati, e che tipo di persone interagiscono con essi. Così possono capire cosa accade sulla rete e modificare la loro strategia attraverso la propaganda. Ad esempio, se pubblicando un post su Facebook in cui si parla di immigrati, il maggior numero di commenti è “gli immigrati ci rubano il lavoro”, il post successivo parlerà della mancanza di lavoro in Italia e servirà così ad alimentare e a rafforzare quella paura. E proseguendo così in una spirale che coinvolge migliaia di persone che spesso sono ignare di questa manipolazione politica della loro psiche. È sufficiente osservare cosa è avvenuto sui social in questo mese a seguito della tragedia di Genova e del blocco delle navi dei migranti, per comprendere come la rete sia ormai il luogo della psicopolitica.

Come ha scritto Han, la psicopolitica ci fa credere di essere liberi, ci lascia immaginare di poter esprimere le nostre opinioni, di poter contare. Nella realtà sono i poteri politici che usano la rete per contare noi, per misurare le nostre opinioni, le nostre emozioni, e dopo averle misurate per manipolarle con un’attenta e nascosta cura che a volte ci lascia felici e ignari di essere diventati oggetti di operazioni digitali che non gestiamo e non capiamo. Le persone vivono il loro coinvolgimento nella rete come un susseguirsi di emozioni momentanee, annullando i sentimenti che hanno bisogno di tempi, sensi e discorsi compiuti, ma spesso non si accorgono di questo. La rete e i social media ci costringono alla velocità, alla frenesia digitale e digitatoria e noi molto spesso li assecondiamo.

Naturalmente ci può essere una via di uscita, seppur difficile, dal capitalismo della sorveglianza e dalla psicopolitica. La soluzione passa necessariamente attraverso la conoscenza degli strumenti digitali, tramite l’azione di garanzia dei governi e dei parlamenti, ma anche attraverso la riflessione di ognuno sul rischio di essere manipolati da entità che si nascondono dietro la facilità della tecnologia e dell’uso dei social media, tramite la riappropriazione della coscienza di noi stessi, del nostro tempo e della nostra soggettività che deve saper usufruire dei servizi di Internet senza essere forzata dall’uso improprio e bulimico dei mezzi digitali.

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