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Cronache dal futuro. Seoul, rinunciano alla privacy ma temono l’immigrazione

5 aprile 2021

Sono molto curioso di toccare con mano la realtà di Seul, Corea del Sud. Il Paese che ha fermato il virus prima di tutti. La nazione dove, responsabilmente, sono riprese quasi immediatamente le attività produttive, grazie a diversi fattori, tra cui l’uso di app traccianti, l’esperienza maturata con precedenti epidemie, una struttura ospedaliera e di laboratori medici all’avanguardia e, soprattutto, la disponibilità delle persone a rinunciare alla propria privacy in cambio della sicurezza e della salute.

La Corea del Sud era e rimane la quarta economia asiatica e la dodicesima nel Mondo. Il suo Pil è di 1.500 miliardi di dollari, con un tasso di crescita del 2,7% e di disoccupazione al 3,8%, gli occupati sono oltre la metà della popolazione, di circa 50 milioni di abitanti. 

Le industrie manifatturiere sono state progressivamente superate da quelle di tecnologia informatica, elettronica di consumo, di assemblaggio e sono le più importanti assieme al settore alimentare come Jinro, Hite, Oriental Brewery, Lotte, Namyang Dairy Products e altre. Seul è la sede di aziende come Samsung, LG, Hyundai, Kia, SK. La velocità di download media è di 52,4 Mbps, seguita dalla Norvegia con 48,2 Mbps. La media mondiale è di 17,6 Mbps. Quella italiana è di 19,9 Mbps. Come paese siamo al 34° posto, dopo l’Argentina, dopo la Croazia, dopo il Myammar. Qui siamo nel futuro. O meglio in uno dei futuri possibili. Il 5G per i cellulari è già attivo in tutto il territorio, con questa nuova tecnologia si hanno più connessioni in contemporanea e molto più rapide e soprattutto dal cellulare ci si può connettere con gli elettrodomestici, i computer a casa o in ufficio, ma anche semafori, lampioni, auto, orologi.

Il virus, con il distanziamento sociale necessario, ha dato un impulso forte allo smart working, e, una volta superato il blocco preventivo delle attività, che qui ha avuto una breve durata, sono state trovate misure di contenimento e di garanzia per la ripresa del lavoro e dello studio. Ora circolano meno auto e meno persone, le attività professionali prosperano anche da casa e questo ha fatto abbassare l’inquinamento e tante sprechi dovuti agli spostamenti.

Ma c’è un ma… non avevano ancora terminato di glorificarsi per l’arresto dell’epidemia che è arrivato “il virus di ritorno. Era successo anche a Singapore molti mesi fa, si ripete adesso in Corea del Sud, paese tradizionalmente restio a ospitare immigrati e con una presenza contenuta, ma costante negli anni, di cinesi di Taiwan, vietnamiti, birmani, thailandesi oltre a una ristretta schiera di europei e americani. Chiaramente sono immigrazioni differenti. Quelle provenienti dal terzo mondo sono state accusate di aver reintrodotto il virus. È successo da alcune settimane. Lavoratori impiegati nell’indotto dell’industria metalmeccanica, malpagati e senza diritti sindacali, costretti a vivere in ambienti sovraffollati. Oltre 30 lavoratori dei settori dell’indotto, che si occupano della saldatura, brasatura, incollaggio, calettatura e rivettatura, delle varie componenti dei modelli d’auto, in una delle grandi aziende automobilistiche, sono risultati positivi al Coronavirus e allontanati dagli alloggi e dalle fabbriche dove lavoravano. Risultano infettati circa 250 tra operai immigrati e persone del quartiere entrati in contatto con loro. Probabilmente c’è stato qualche contatto sfuggito ai controlli. Adesso sono tutti imbarcati su una nave ospedale, a largo del porto di Incheon. Mentre nell’opinione pubblica serpeggia il malcontento, infuria una polemica imbarazzante, il Governo non sa come comportarsi, se curarli o riportarli nei loro paesi di origine.

Dal finestrino dell’Airbus A380-800 di Emirates Airlines, proveniente da Dubai, vedo la vasta estensione della città. I grattacieli più famosi: il Korea Finance Building, la Namsan Tower, il World Trade Center, the Six Residencial Tower Palace e gli I-Park Apartments.

Seoul_finance_center

Il numero di queste torri è uno dei maggiori in Asia, subito dopo quelli di Hong Kong e Singapore. Palazzi, palazzine, case e grattacieli si perdono a vista d’occhio, alternati con ampi spazi verdi, i sei parchi cittadini. Seul è circondata da una cintura di foresta. I quartieri sono immensi, tagliati da stradine squadrate e autostrade che dovrebbero essere a scorrimento veloce, ma il traffico eccessivo le rende bloccate del tutto. Finalmente siamo tornati alla normalità?

Seul è sul confine tra due climi, uno temperato caldo umido e un clima continentale, fa abbastanza caldo d’estate e molto freddo d’inverno. La città giace nel bacino idrografico del fiume Han, che l’attraversa, ed è circondata per ogni lato da montagne, più di tanto non si potrà espandere. Oltre tutto non dista molto dal confine con la Corea del Nord. Per questi motivi e per il suo sviluppo, comunque caotico, soffre di problemi di inquinamento atmosferico, anche se meno di Tokyo e Pechino. L’area urbana conta oltre 10 milioni di abitanti ma se includiamo il porto di Incheon e il centro residenziale di Seongnam arriviamo a 25 milioni di persone. Grazie a questa alta densità, è una delle città più cablate al mondo.

Sono al Seul Incheon International Airport, a 70 km dalla città, nel più grande hub del Paese asiatico, uno degli scali più grandi e trafficati al mondo, circa 70 milioni di passeggeri in questo 2021. Una struttura enorme, super moderna, metallica, con grandi vetrate e colonne, pulita a specchio, brillante per le milioni di luci e neon, percorsa da centinaia di migliaia di persone con mascherina, guanti, bagagli. Tutti si muovono celermente, un senso di ansietà già mi assale.

Seul Incheon International Airport

I controlli allo scalo sono minuziosi. Prima della verifica passaporti, un’equipe di militari in tuta bianca antisettica, completamente coperti, tanto da non vederli in volto, blocca i visitatori uno per volta. Ciascuna equipe è composta da due militari uomo-donna e un medico. Mi chiedono cortesemente di verificare il bagaglio. Vengo poi scannerizzato, con telecamere a riconoscimento facciale, mi misurano la febbre, che non ho, annotano i miei dati, vogliono sapere chi sono, che ci faccio in Corea, dove dormo, quanti soldi ho, da dove vengo. Controllano il mio cellulare e mi chiedono di aggiungere due app, che servono alla identificazione dei luoghi sicuri qui in Corea. Infine mi regalano otto mascherine super tecnologiche, bianche immacolate, con respiratore con filtro sostituibile, mi pregano di indossarne subito una e di gettare nel secchio dell’immondizia la mia celestina, graziosa ma inutile, da infermiere sfigato del terzo mondo. Mi chiedono poi di cambiare i guanti con i loro, chiusi in un sacchetto igienizzante.

Ce ne sono almeno tre paia, ogni paio ha un differente colore. In un inglese perfetto mi dicono che devo cambiare i guanti ogni 4 ore. Posso comprarne altri nelle farmacie o nei negozi che riportano il simbolo “Coronavirus”, quella palla con le protuberanze strane che loro hanno fatto diventare un’emoticon sorridente. Costano solo 1000 won a sacchetto, quindi 0,78 €. Superato il controllo mi danno il benvenuto in Corea del Sud, anzi a “Soul”, come pronunciano loro, tipo “anima” in inglese, scritto in coreano 서울특별시 ovvero Seoul Teukbyeolsi.

Appena esco nella hall degli arrivi, trovo la mia guida. Si chiama Giuseppe Rinaldi, è un biologo italiano, di 29 anni, che vive qui da quasi un anno, poco dopo che è scoppiato il contagio. Lo riconosco dal cartello, col mio nome e cognome ben stampato ma non mi sembra un italiano, in tutto e per tutto ha l’aspetto di un coreano, alto, giovanile, con gli occhi a mandorla e la faccia asiatica. “Non se deve impressionà, mi rassicura in perfetto romano, io so’ italiano, de Roma, quartiere Trieste… Solo che mi’ madre è coreana e mi’ padre de Viterbo, tutto qui.” Parli coreano? Aggiungo io, sicuro di avere fatto la scelta più fortunata. “Manco pe’ nniente, seh…” mi spiazza lui “Nun li capisco proprio. Mi madre me parlava inglese, mi padre romano…m’arrangio coll’inglese. Si qualche parola la so… Ma va benissimo, qui quasi tutti capiscono l’inglese.”  Che si fa? Si prende il treno o il taxi per andare in città? Meglio evitare mezzi pubblici e la folla. I taxi a Seul hanno tre diversi colori mi spiega Giuseppe: il celeste è normalmente un taxi elettrico e costa come il giallo a benzina. Le tariffe sono abbastanza basse, anche se è meglio anticiparli, dicendo loro quello che normalmente si paga fino in città, per evitare truffe. I taxi neri invece sono i deluxe e costano un po’ di più degli altri ma hanno più spazio e sono più eleganti. Prendiamo il deluxe e paghiamo 5.000 wones, ovvero quasi 4 €.

Giuseppe lavora come biologo presso la Seoul National University, in un seminario di ricerca proprio sulle epidemie e collabora con il Korea Centers for Disease Control and Prevention, quindi sa tutto della vicenda di cui mi occupo. Entriamo subito nel merito delle app che mi hanno messo nel telefonino. Sono due, la prima segnala se nel raggio di cento metri c’è stato un caso di contagio recente. L’app mi avverte perché io possa evitare di passare di lì. Praticamente è una mappa portatile e aggiornata del contagio, in questo momento. Ti dice anche che percorso fare per arrivare alla tua meta evitando luoghi contagiati. È stata molto utile nei primi mesi dello scorso anno. L’altra è come un semaforo. Si accende e ti segnala rosso se un contagiato, anche asintomatico, è passato di lì nelle ultime 24 ore! Si accende col giallo se è passato di lì negli ultimi 4 giorni e invece ti dà il verde se il contagiato è passato di lì ma almeno cinque fino a 9 giorni fa. Così sai in tempo se in quel negozio, in quell’incrocio, in quel bar c’è pericolo oppure no. Geniale! In questa maniera in Corea non è stato necessario chiudere tutte le attività nel momento clou del contagio ma è stato sufficiente individuare percorsi alternativi ed evitare i luoghi in cui il contagio era presente. Sono le persone ad autoregolarsi e non lo Stato a imporlo chiudendoli in casa.  

Com’è stato possibile che siano stati così tempestivi? “Proprio il Centro con cui collaboro io, mi spiega Giuseppe, si trovò spiazzato nel 2015 quando si verificarono i casi di Mers. Non c’erano sufficienti kit per fare il test alle persone malate e queste passavano di ospedale in ospedale, cercando il test, ma così aumentarono il numero dei contagiati.” Esattamente quello che è successo un anno fa in Cina e poi anche in Italia, nelle prime settimane di epidemia, tra gennaio e febbraio. In seguito a quella esperienza la Corea si è attrezzata con leggi più snelle per intervenire in maniera tempestiva e nel 2016, quando arrivò la Zika, il paese era già preparato. Con il Corona Virus è andata meglio. La Corea del Sud ha dieci milioni di abitanti in meno dell’Italia. Eppure il 18 aprile dell’anno passato la Corea contava 232 morti e 10.653 contagiati mentre l’Italia aveva oltre 100 mila contagi e 23.660 deceduti. In Corea erano stati fatti 554.834 test mentre in Italia, sempre al 18 aprile, i tamponi superavano il milione. Ma il tampone da solo non ti mette al riparo. Sono una serie di misure che devi prendere insieme: i tamponi per capire chi sono e dove sono i sintomatici e gli asintomatici, le app per tracciarne i movimenti e i contatti, la segnalazione dei movimenti dei contagiati, il rispetto delle norme da parte dei cittadini, senza deroghe, senza stupide “astuzie”… ma soprattutto disinfestazioni continue dei luoghi pubblici, igiene esasperata  e una rete ospedaliera efficiente, con letti di terapia intensiva, separazione drastica dei pazienti contagiati dagli altri e una dotazione per i sanitari,  che li ponga al riparo dai contagi.

La situazione nel mondo, ad oggi 5 aprile 2021, è di oltre 15 milioni di contagiati e di quasi un milione di decessi, cui ha contribuito molto la situazione sfuggita di mano in Africa e in parte in alcune zone del Sud America e dell’India. Mentre in Corea del Sud siamo fermi a soli 355 decessi e 25.890 contagiati.  Le mascherine in Corea non le hanno distribuite a febbraio, le hanno da sempre. Chi prende un raffreddore indossa la mascherina per rispetto agli altri, parenti, amici e colleghi. Così non è stato necessario imporre un comportamento alla popolazione. Ognuno sapeva già cosa fare.  Se hai bisogno di mascherina vai in farmacia e mostrando un documento ne puoi acquistare 10 ogni 5 giorni a prezzi calmierati. Se non hai mascherine e guanti non ti fanno entrare nei locali, siano uffici o ristoranti.  Mentre ci avviciniamo al centro il discorso di Giuseppe si sposta su un altro aspetto del successo coreano, quello delle relazioni sociali. I coreani, come i giapponesi e i cinesi, trovano di cattivo gusto, anzi considerano proprio maleducazione, toccarsi tra estranei. Non ti danno la mano per salutarti ma fanno un inchino. Non ci si bacia in pubblico, neanche tra sposi o fidanzati, è sconveniente. C’è addirittura il rischio di una multa. Il rispetto della distanza ha agevolato la difesa dalla contaminazione.

Siamo diretti a Itaewon in centro, dove un tempo c’era una base militare americana.  Ho voluto evitare Myeongdong, la zona più turistica e caotica, perché già la città è un continuo fermento, decine di migliaia di persone per strada, taxi, auto, furgoncini, al punto che non si direbbe che stiamo in una situazione pandemica ancora attiva. Tutti, dico tutti, hanno mascherine e guanti. Tutti rispettano le distanze. Tanto più che adesso è tornata la paura del nuovo contagio, portato dagli stranieri.

Itaewon

La rinomata cortesia dei coreani è solo una vernice formale, dietro la quale si nasconde un innato sospetto per tutto ciò che viene da fuori. Giuseppe mi ha spiegato che Seul ha tanti quartieri, ciascuno con una propria identità ma è sempre e comunque un mix di tradizione e modernità. Mentre attraversiamo le vie del centro non mi sembra di essere in Asia, se non per le scritte sfavillanti e il caleidoscopio di colori che mi giunge dai negozi e dai palazzi coperti dalle pubblicità ridondanti. Potremmo essere facilmente a New York, nel quartiere Murray Hill o nelle strade vicino a Broadway, a  Berlino o in uno dei quartieri moderni di Londra.

Itaewon è multiculturale, vivace, stimolante. Ho scelto questo quartiere perché Giuseppe mi ha detto che possiamo assaggiare differenti cucine.  È altrettanto facile socializzare con residenti e turisti, fare shopping nei mille negozietti aperti fino a tardi di sera. Il mio albergo è l’Imperial Palace Boutique Hotel, dall’esterno appare come un palazzotto compatto con un arredo esterno da arlecchino, tanti sono i colori e le luci colorate con cui lo hanno addobbato. All’interno è caldo e comodo, super efficiente, ma soprattutto silenzioso. Lascio i bagagli e mostro documenti e credit card. Mi lavo le mani, cambio mascherina e guanti e sono libero, possiamo andare a scoprire Seul.

Prima che cali la notte c’è il tempo di un po’ di relax, anche se il mio non è un viaggio turistico nel vero senso della parola, ho bisogno di tuffarmi un po’ nell’atmosfera di Seul per capirne il mood. Questa è la città del tutto e del contrario di tutto, dell’occidente accanto all’oriente, dell’edonismo consumista accanto alla morigeratezza confuciana, del moderno e del tradizionale, l’uno accanto all’altro. Giuseppe mi porta alla Seoul Tower, sulla cima del monte Namsam a 480 metri e la torre ci aggiunge altri 237 metri. È un luogo sacro agli innamorati, non solo coreani ma di tutta l’Asia. Qui si sono girate le scene della famosa serie tv “My love from the Star” e vengono le coppie a chiudere i lucchetti, con le loro iniziali, sulla terrazza panoramica. Curioso, ma non fa per me questo genere di posti. Ce ne andiamo prima che faccia buio, lasciamo i lucchetti ad arrugginire al vento e alla pioggia, mentre chi li ha messi magari sarà già al terzo divorzio. Tuttavia la visita mi ha dato modo di osservare queste giovani coppie e anche i gruppi di amici.

Seoul Tower

Le ragazze sono spesso graziose e molto curate, sia nell’abbigliamento che nel make up ma ho notato che anche i ragazzi erano truccati! La Corea del Sud è la mecca della cosmesi, mi spiega Giuseppe. Quando una ragazza compie 16 anni i genitori le regalano l’operazione per allargare la circonferenza degli occhi o per costruire la palpebra, che il coreano naturalmente non ha. É la terra della chirurgia estetica e vengono da tutta l’Asia e non solo, perché le operazioni sono anche a buon mercato. Il make up maschile è stata una scoperta inquietante anche per la mia guida. I ragazzi passano ore per farsi un make up, truccarsi gli occhi e le guance, ed esiste una gamma di prodotti specifici per l’uomo. Pare che un buon make up sia essenziale per fare colpo sulle ragazze e per avere successo nella professione. Giuseppe potrebbe provare ma è troppo romano per farlo.

Ci trasferiamo a Gwangjang, uno dei mercati più antichi della città, per assaggiare il cibo di strada. Giuseppe gradirebbe volentieri dei supplì ma qui non li trovi. Si può al massimo degustare il soju, un distillato di riso, orzo o frumento, ma lo fanno anche con patate o tapioca. Ha una variazione alcolica tra il 14 e il 45%, quello più diffuso è al 20%. È il superalcolico più venduto al mondo! Il soju si beve con tutto, anche con la pizza coreana, il kimpa che in pratica è un sushi, di riso e verdure, senza pesce crudo. Il kimchi, di verdure fermentate. Il bibimbap, cioè carne, riso, verdure e uova, il capaccio coreano di carne.

Al mercato di Noryangjin posso comprare addirittura il pesce vivo.  Molluschi, granseole, aragoste, letteralmente vive che posso acquistare e poi farmi cucinare a mio gusto. Uno dei piatti più apprezzati è la piovra viva, praticamente un polpo che viene spezzettato e mentre ancora si muove viene mangiato. Tutte cose abbastanza impressionanti e lontane dalla mia idea di gastronomia, dove fresco non significa per forza vivo e la sofferenza dell’animale è una cosa che trovo ripugnante e del tutto gratuita. Intanto mi colpisce il fatto che sembra non ci sia mai stata l’epidemia. Sono tutti allegri e per niente distanti tra loro. Evidentemente le app hanno dato semaforo verde. Giuseppe incontra una collega londinese, anche lei qui come ricercatrice. Si chiama Elisabeth Turner. Molto simpatica. Con Elisabeth ci mettiamo a parlare del sistema scolastico coreano. Uno dei migliori al mondo. Lei insegna alla Seoul University, ha dei corsi in inglese di microbiologia abbinata all’epidemiologia. Le università più prestigiose sono proprio la Seoul National University, la Korea University e la Yonsei University. Essendo un paese molto tecnologico, gli studenti di questa branchia possono trovare tante possibilità di occupazione. Entrare come studente nelle università comunque non è facile. Prima di tutto bisogna superare un test di ammissione e poi una prova attitudinale. Se superi il test ma dimostri di non avere attitudine a quella professione non sei ammesso. Per lo straniero entrare alle università coreane è anche più facile ma deve avere una conoscenza del coreano oltre che dell’inglese. I costi sono accettabili. Le tasse annuali sono di 6,7 milioni di won (5.500 euro), l’alloggio nel campus è di 700 mila won (580 euro) e ci sono borse di studio per stranieri. Se uno volesse trovarsi una casa fuori dal campus non è un problema ma l’affitto varia a seconda della posizione e della grandezza dell’appartamento e anche del deposito. Quanto più deposito si versa e quanto meno affitto si paga. Elisabeth ha un appartamento in una zona abbastanza vicina al centro e con un deposito di 35.000 euro paga un affitto molto basso, solo 300 euro mensili. Se avesse lasciato un deposito di 50.000 non avrebbe pagato l’affitto! Chiaro che il deposito poi verrà restituito alla fine della locazione. La nostra serata-cena termina con una passeggiata lungo il fiume Han, valutando l’atmosfera e il design della città. Giuseppe mi conferma che molte costruzioni sono opera di architetti di fama, per esempio la Dongdaemun Design Plaza, dove si tengono conferenze, esibizioni, mostre e c’è anche un museo del design, è opera dell’architetta anglo-irachena Zaha Hadid.

Proprio di fronte a quest’opera c’è il distretto commerciale che non chiude mai, il Dongdaemun Market, dove si trova di tutto e fino alle 5 del mattino c’è qualche negozio aperto. Piuttosto che tirare fino all’alba preferisco dormire.

Al risveglio mi alzo con la prorompente voglia di approfondire com’è andata. Come hanno fatto i coreani (ma anche a Singapore e a Hong Kong) ad avere un numero così esiguo di decessi per contagio?  Faccio colazione in fretta nella sala breakfast dell’hotel. Non siamo molti ma è anche vero che sono le 7.45 del mattino. Giuseppe è venuto a prendermi e lo trovo nella hall. Gli comunico il mio desiderio e lui ha già un’idea su chi contattare. Fa una telefonata e ne riemerge raggiante. Andremo dal dr. Jung Eun-kyeong, direttore dell’agenzia con cui collabora per gli studi sull’epidemia e là troveremo anche il dr. Oh Myoung-Don, specialista in malattie infettive all’Università Nazionale di Seul. Solo che ci dobbiamo trasferire a Sejong, la capitale amministrativa, a 120 km di autostrada. Arriviamo al Ministero della Salute e del Benessere.  Un moderno palazzo bianco, come ti immagini i ministeri in Corea. Il dr. Jung Eun-kyeong e il suo collega Oh Myoung-Don ci aspettano in una sala per riunioni, momentaneamente libera. Dopo gli inchini di rito e il té fumante, pongo i miei quesiti e uno dei due si avvicina a una lavagna e inizia a segnare date e nomi. Secondo le sue analisi il virus appare in Cina a novembre 2019 ma se ne viene a conoscenza solo i primi di febbraio, con una dichiarazione del Capo di Stato cinese. Tra gli scienziati tuttavia la voce già circolava. C’è il forte sospetto, sostiene il dr. Oh Myoung-Don, che il virus in questione sia opera di ricercatori, come sosteneva l’anno scorso lo stesso prof. Luc Montagnier, medico, biologo e virologo francese, premio Nobel per la medicina. Una sequenza di HIV sarebbe stata inserita nel genoma del coronavirus per tentare di lavorare a un vaccino contro l’HIV, e il virus sarebbe poi stato rilasciato per errore alla fine del 2019: “Un lavoro da apprendisti stregoni e comunque un intervento dell’uomo”. Ma di chi? I cinesi? Pare che il laboratorio di Wu Han avesse anche finanziamenti americani. La tesi di Montagnier venne smentita subito, da uno studio pubblicato su Emerging Microbes & Infections il 14 febbraio 2020. Lui replicò dicendo che la medicina ufficiale riceve pressioni per negare la realtà. Mentre lui è libero di parlarne. L’apparato nega sempre ogni complotto. Non sapremo mai qual è la verità. 

Il primo contagiato in Corea arriva proprio da WuHan. È una donna cinese, che sbarca il 20 gennaio 2020 e viene fermata all’aeroporto perché accusava febbre, problemi respiratori e altri sintomi influenzali. I sanitari riconoscono un potenziale virus, grazie alle esperienze maturate in passato. La signora viene ricoverata in isolamento e scattano le misure di emergenza mentre tutto il mondo guardava alla Cina, con gli ospedali affollati e al Giappone, dove scoppiava il problema della nave da crociera Diamond Princess. C’è un periodo di intermezzo in cui si scoprono 30 contagiati, in parte arrivati dalla Cina, in parte infettati per contatto in Corea. Finché arriva il boom con il contagiato numero 31. Viene scoperto il 6 febbraio grazie a un incidente stradale. Una signora ferita lievemente, viene portata al Saeronan Oriental Medicine Hospital a Daegu, una popolosa città a 250 km a sud est della capitale. La signora fa parte di una setta religiosa, la Chiesa di Gesù Shincheonji, molto diffusa in Corea del Sud. Entra ed esce più volte dall’ospedale senza che le abbiano mai fatto il tampone, perché non presentava sintomi. Nei giorni seguenti la signora continua la sua vita normale ma aveva una strana febbre che non diminuiva. Nel frattempo si era stabilita in un hotel, aveva preso parte a un buffet, incontrato amici della stessa fede. Il 17 febbraio, con i sintomi ormai in aggravamento, la signora, spaventata, decide di andare in un altro ospedale, per sottoporsi finalmente al test, perché ormai si parlava chiaramente di epidemia in tutto il mondo. In 24 ore arriva il responso: positiva. Ricostruendo tutti i suoi contatti sono stati ritrovati 909 contagiati. Sembrava che la Corea stesse per essere travolta come Wu Han. È scattato subito l’allarme e le operazioni di contenimento si sono concentrate su Daegu, dove la setta aveva dato vita al focolaio di contagi. Nel giro di pochi giorni i casi erano saliti a 8.000. La carta vincente è stata la capacità di sottoporre quanta più gente sospetta possibile ai test gratuiti e facilmente accessibili. Grazie ai 96 laboratori pubblici e privati di analisi, si è potuto controllare 15.000 persone al giorno, oltre 230.000 dal 3 gennaio al 20 marzo. Sono state attivate 53 stazioni mobili di controllo, lungo le strade principali, bloccando i conducenti e facendo il test direttamente col conducente seduto in auto.  La parola d’ordine è stata “tracciare, controllare, trattare”.  In questa maniera, grazie alle app scaricate sui telefoni cellulari, ogni utente era in grado di controllare la situazione e di evitare il contagio. Non è stato necessario chiudere 60 milioni di persone in casa come a Wu Han, ognuno era artefice del proprio controllo sul virus e i suoi movimenti. Il test è stato messo a punto dalla società Seegene e ne è stata affidata la produzione ad altre quattro compagnie. Si avvale di un sistema di intelligenza artificiale basato sui Big data, il kit è stato autorizzato in una settimana, con risultati pari al 98% di precisione. In meno di 4 ore si ha il risultato e viene subito comunicato all’interessato se è o meno positivo. In tal caso la persona si chiude in autoisolamento per 14 giorni e viene controllato periodicamente. Mi rendo conto che un simile tipo di intervento da noi dovrebbe superare non poche difficoltà legate alla privacy e alla normativa vigente. La Corea ha fatto piazza pulita di queste leggi già alle precedenti epidemie. In seguito sono scattate le messe a punto delle app mobili Co100, di cui abbiamo già parlato.

In seguito al caso coreano sia Israele che il Sud Africa ma anche gli Stati Uniti hanno autorizzato, in via eccezionale e per un tempo limitato, l’uso di questi dati raccolti con i test e con le app per consentire una mappatura dei contagi. Il Governo israeliano ha autorizzato lo Shin Bet, servizi segreti interni, ad utilizzare una lista segreta di dati sui propri cittadini per tracciare i loro spostamenti e verificare se abbiano frequentato persone o luoghi infetti. In modo da obbligare le persone a rischio alla quarantena. In effetti la lista c’è da tempo, per schedare tutta la popolazione, araba ed ebrea, come cautela per possibili attentatori interni. Negli Usa gli accordi tra Facebook, Google e Casa Bianca hanno permesso la condivisione dei dati personali relativamente ai cittadini, finalizzati al contrasto dell’epidemia. In molti dicono che queste misure che le autorità dichiarano proporzionate e limitate nel tempo, per il periodo di emergenza, slitteranno in avanti perché del virus non ce ne libereremo facilmente, i nuovi contagi riscontarti tra gli immigrati lo dimostrano. Un po’ come la storia del terrorismo, un nemico valido per scatenare controlli a tappeto e conflitti in ogni parte del mondo, con la scusa della lotta ad Al Quaeda. Ora la lotta era contro Coronavirus ma un virus è ancora meglio di un terrorista, non lo vedi se non al microscopio, dopo un test e genera più paura e la paura è un ottimo mezzo per convincere le persone a fare qualsiasi cosa. Anche dopo la vaccinazione di massa non puoi vivere tranquillo, c’è sempre quello che non si è vaccinato, ci sono gli asintomatici che possono sfuggire al controllo, ci sono intere regioni del mondo dove non sappiamo cosa sia accaduto in realtà: in Ecuador, in Etiopia, in Kenya, in Myammar. Il virus può sempre riapparire e lo fa. Così le misure di controllo e sicurezza non hanno mai fine.

Andiamo a Bukchon per vedere il villaggio tradizionale, non è lontano dall’affollata e moderna Insa-dong. Troviamo le botteghe artigiane e i negozietti di ceramiche e di abiti folklorici. I coreani, così lanciati verso il futuro, sono in realtà molto tradizionalisti, anche sciovinisti. Non vedono di buon occhio i matrimoni con gli stranieri, anche se sono occidentali, figuriamoci con i musulmani.  Lo capisco qui nella Sin Yetchatjip, una delle più antiche sale da tè, nascosta in un vicolo silenzioso, un’oasi di pace. Il coreano frequenta i 300 caffè Starbucks, uguali in tutto il mondo, ma poi ama le sale da tè. Vive in un grattacielo, usa cellulari con i 5G ma poi passa il suo tempo libero a visitare il Gyeongbokgung, il complesso architettonico che comprende vari edifici antichi, tra cui il palazzo Reale della dinastia Joseon, dove tutti amano fotografare e filmare il cambio della guardia.

Gyeongbokgung Seoul

I militari sono vestiti in divise rosse e altri accesi colori, hanno barbe posticce ed elmi ingombranti, brandiscono una curiosa sciabola e indossano calzari di secoli fa, sono “le guardie svizzere” di Seul. Queste scene, questi palazzi, queste tradizioni sono la loro identità, un passato che nascondono in fondo al cuore e non sopportano possa essere messo in discussione. Per questo un’ondata di odio si è riversata sugli immigrati: poveri, barbari, incolti, che hanno riportato l’epidemia. Ma ancora di più odiano Mister Lee Man Hee, 88 anni, fondatore della Chiesa di Gesù Shincheonji, quelli che fecero schizzare i contagi a 8.000 lo scorso anno. La setta ha un ferreo regime di segretezza ma si dice che abbia almeno mezzo milioni di affiliati, degli irriducibili fanatici, che si incontrano in 1.100 luoghi di culto segreti, dove pregano stretti gli uni agli altri, in maniera ormai illegale e pericolosa. Hanno centri operativi anche all’estero, tra cui quello di Wu Han in Cina. Mr. Lee Man Hee è il capo indiscusso, idolatrato, quasi un secondo messia. Colui che i seguaci della setta vedono come “l’angelo inviato da Gesù a salvare l’umanità”, ma per poco non portava la Corea al tracollo! Contro il messia i tribunali coreani hanno avviato una indagine penale, che si è conclusa da pochi mesi in tribunale con l’accusa di “omicidio per negligenza intenzionale”, l’arresto domiciliare e l’interdizione dai culti segreti. La setta è stata messa fuori legge e i fedeli sono stati avvisati di evitare riunioni e complotti. Mr. Lee ha chiesto scusa in tv ma è troppo tardi. I coreani non si fidano di queste sette religiose estranee alla loro cultura. La filiale di Daegu della Community Chest of Korea, una organizzazione no profit filo governativa, ricevette la primavera scorsa 10 milioni di euro dal conto di Shincheonji. Tuttavia al Governo coreano non servivano soldi, serviva collaborazione e fedeltà agli ordini. Così l’offerta venne rifiutata e in cambio si chiese appunto collaborazione, ovvero l’elenco degli affiliati, per poterli sottoporre a test, ma in molti si rifiutarono, avviando la setta a una fine ingloriosa.

Adesso è ripreso il sistema dei test a tappeto e l’utilizzo dei big data per rintracciare i contatti, soprattutto negli slum e nei quartieri degli immigrati, e di chi ha avuto contatti con loro. Ancora non si sa se l’esito sarà positivo ma i coreani sono fiduciosi del loro metodo.  Ha funzionato e funzionerà ancora. “Per tre giorni consecutivi abbiamo visto un numero maggiore di pazienti dimessi che di nuovi contagi”, ha dichiarato il vice ministro della Sanità, Kim Gang-lip, “ma non dobbiamo dimenticare le lezioni che abbiamo appreso”. 

Quando mi accingo a partire leggo sul Korea Times, quotidiano in lingua inglese, dell’impennata di divorzi come conseguenza degli effetti del Coronavirus sulle famiglie. Le informazioni via sms che il Governo ha ripreso a inviare di continuo sotto forma di avvisi, oltrepassano ogni limite di privacy, includono rivelazioni sulla vita privata delle persone infette. Il quotidiano riporta il caso di un professionista sulla cinquantina che tornò dalla Cina, insieme alla segretaria di 30 anni, risultando entrambi infettati, nel febbraio 2020. La moglie del professionista impugnò l’informazione per chiedere il divorzio, che ha ottenuto con una bella somma di risarcimento dall’ex marito. Stessa cosa capitò a un uomo di 43 anni, residente a Nowon, sposato con figli, contagiato dal suo istruttore durante un corso sulle molestie sessuali. I messaggi inviati mostravano i tempi e i luoghi in cui i due uomini avevano stazionato a lungo e tra i quali c’era anche il bagno di un bar, dove erano rimasti fino alle 11 di sera. Una donna sui 60, nonostante fosse positiva, aveva partecipato a una cerimonia di matrimonio e al successivo ricevimento. In seguito ai problemi di salute, si era ricoverata in ospedale, come vittima di un incidente d’auto. Le sms avevano svelato il marchingegno ma l’assicurazione la denunciò e gli utenti la subissarono di offese terribili, per la frode tentata e l’infezione perpetrata verso gli amici. Un uomo di 30 anni, positivo al Coronavirus, è stato oggetto di insulti volgari on line perché le autorità non riuscirono a seguirlo nei suoi spostamenti alla stazione di Seul, in un luogo frequentato da prostitute. Lui aveva solo pranzato in una bettola dei dintorni ma a nulla è servito chiarirlo, la folla on line era inferocita. Questo ci riserva la fine della privacy? La gogna sui social? Anche i compassati coreani, una volta di fronte ai comportamenti ritenuti, a torto o a ragione, immorali, si scatenano e si presentano come i più violenti fustigatori di costumi. Forse per il futuro non è dei virus che dobbiamo avere paura ma di quello che, grazie queste esperienze epidemiche, riusciamo a far emergere della nostra natura.

AVVERTENZA: i dati, i personaggi e le informazioni che trovate in questo articolo sono in parte veri e in parte un’opera di fantasia. Le vicende di viaggio sono ambientate in un futuro ipotetico, anche se abbastanza possibile.

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