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Crisi Venezuela, Riforme Usa, Il ritorno di Tony Blair, Brexit, Presidenziali Francia, Matteo Renzi

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Venezuela, nuova sfida di Maduro: via all’Assemblea costituente

02 mag 11:39 – (Agenzia Nova) – Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro gioca la carta piu’ estrema tra quelle che aveva a disposizione per manovrare la delicata crisi politica che vive il paese. Il capo di Stato ha aperto la strada per la convocazione di una Assemblea costituente, decisione che al momento ha solo aumentato la tensione con le opposizioni. L’organo che si incarichera’ di redigere una nuova carta sara’ composto da “circa 500” persone nominate con un sistema tutto da decifrare: “circa 200, 250 eletti dalla base della classe operaia, dalle comuni, dagli indigeni, dai quartieri, dai movimenti sociali”. Un processo che non passera’ per “le vecchie strutture dei partiti politici” e che sembra rivolgersi a settori su cui il governo ha gia’ creato nel tempo i propri bastioni. La decisione, accolta con forti critiche dai movimenti contrari a Maduro, apre diversi interrogativi: il processo promette di essere lungo, non meno di due anni secondo diverse fonti, cancella dall’agenda gli appuntamenti elettorali che l’opposizione chiedeva per ripristinare “il filo democratico nel paese”, e getta un’ombra sulla vita delle istituzioni attuali. La prima ad essere definitivamente messa fuori gioco e’ l’Assemblea nazionale oggi controllata dagli avversari del presidente, ma da tempo destituita di ogni potere. I giuristi che si oppongono all’iniziativa denunciano soprattutto la scelta della base elettorale su cui verra’ formata l’Assemblea, le “comuni”, una struttura che il quotidiano spagnolo “El Pais” spiega assimilandole ai soviet. La decisione riscalda gli animi di una piazza che da settimane e’ teatro delle contestazioni al capo di Stato. Il bilancio, non ufficiale, degli scontri con le forze di sicurezza e’ sin qui di 34 vittime e nelle ultime ore di lunedi’, proprio in seguito all’annuncio sulla costituente, si sono prodotte notizie di nuove tensioni con lo stesso copione: cortei, gas lacrimogeni, scambio incrociato di oggetti. Per oggi e’ intanto attesa a San Salvador la riunione straordinaria del Celac (Comunita’ dei paesi latinoamericani e caraibici), appuntamento convocato da Caracas per rispondere sul piano internazionale alla pressione fatta in sedi come l’Organizzazione degli stati americani.

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I Democratici Usa proclamano vittoria sul fronte della spesa, pronti a bloccare anche l’agenda di riforma fiscale

02 mag 11:39 – (Agenzia Nova) – Il Partito democratico Usa e’ uscito vittorioso dal braccio di ferro della scorsa settimana per l’aumento temporaneo del tetto di indebitamento federale. La pratica di innalzare i limiti di spesa e indebitamento a colpi di provvedimenti emergenziali, per evitare l’arresto delle attivita’ del governo federale, si e’ gradualmente consolidata a Washington durante le passate amministrazioni Obama, a seguito della crisi del 2008 e per l’impossibilita’ di approvare nuove leggi di bilancio in un Congresso spaccato lungo linee politico-ideologiche. Grazie alla prova di forza con una maggioranza repubblicana riottosa e divisa, i Democratici sono riusciti a spuntare lo stanziamento di ben cinque miliardi di dollari supplementari per il finanziamento di nuove voci di spesa pubblica domestica; le nuove voci sono state inserite nel provvedimento emergenziale varato venerdi’ sera, che consentira’ al governo di funzionare per i prossimi cinque mesi. Nel frattempo, il Congresso dovrebbe risolvere l’eccesso di spesa in maniera strutturale, tramite il varo di una nuova legge di bilancio. Almeno nella teoria: l’opposizione democratica, granitica nell’ostruzionismo opposto all’agenda presidenziale, e agevolata dalle divisioni della maggioranza repubblicana, ha infatti gia’ annunciato una battaglia senza quartiere alle proposte del presidente Donald Trump, che nei giorni scorsi ha presentato un ambizioso progetto di riduzione della pressione fiscale a tutti i livelli. I Conservatori, invece, sono lontanissimi da una linea condivisa in merito alla quantita’ e all’entita’ dei tagli da apportare all’elefantiaco complesso dell’amministrazione federale; una minoranza “responsabile” dei legislatori Repubblicani e’ anzi categoricamente contraria a qualunque taglio, specie di fronte a possibili ricadute traumatiche, come nel caso dello “shutdown governativo” evitato venerdi’ scorso. Nel concreto, cio’ si traduce in un ribaltamento dei rapporti di forza al Congresso: i Democratici sanno infatti di poter contare proprio su questi “responsabili” per disinnescare tutti gli interventi piu’ ambiziosi e controversi dell’amministrazione presidenziale in materia di spesa pubblica e pressione fiscale, che pure costituiscono la piattaforma con cui Trump ha ottenuto dagli elettori Usa l’accesso alla Casa Bianca. In definitiva, come scrive la “Washington Post”, i Democratici “siedono al volante durante le battaglie di bilancio, anche se alla Casa Bianca c’e’ Trump”. “Senza di loro non possiamo approvare nulla”, ammette sconsolato il senatore repubblicano John Cornyr, vice del presidente del Senato Mitch McConnell. Del resto, l’atteggiamento di molti dei legislatori repubblicani nei confronti di Trump e’ scettico, o apertamente ostile, quanto quello dei Democratici, specie per quanto riguarda i progetti del presidente che paradossalmente godono di un piu’ vasto sostegno da parte dei cittadini: primo tra tutti, il muro al confine con il Messico, che proprio i Repubblicani hanno rifiutato di finanziare tramite il provvedimento di spesa della scorsa settimana. Quanto ai Democratici, i 5 miliardi di spesa addizionale sono soltanto una delle vittorie incassate la scorsa settimana: un’altra, politicamente ancor piu’ significativa, e’ la conferma dei finanziamenti federali al fornitore di servizi abortivi e di controllo delle nascite Planned Parenthood; e ancora l’estensione permanente dell’assistenza sanitaria per i lavoratori del settore del carbone, e gli aiuti alla bancarottiera Portorico per il programma di assistenza sanitaria Medicaid. Quanto al presidente Trump, messo all’angolo dall’ostilita’ del Congresso, la sua priorita’ resta quella di incassare il prima possibile una qualunque vittoria legislativa da presentare alla sua base elettorale. Il presidente scommette ancora sulla riforma della sanita’, per la quale ha negoziato indefessamente nel corso delle ultime settimane; la Casa Bianca ha distribuito concessioni alle diverse correnti del Partito repubblicano, con l’obiettivo di tornare a votare la riforma alla Camera gia’ nei prossimi giorni.

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Regno Unito, Blair spiega perche’ torna alla politica a vent’anni dalla vittoria del New Labour

02 mag 11:39 – (Agenzia Nova) – Vent’anni fa, il 2 maggio 1997, ricorda la stampa britannica, il Labour guidato da Tony Blair, il New Labour, vinceva le elezioni politiche nel Regno Unito e tornava al governo dopo 18 anni. Il controverso leader, 63 anni, parlando della ricorrenza, ha annunciato che, pur non candidandosi, intende avere un ruolo attivo nel dibattito politico, a causa della preoccupante prospettiva dell’uscita dal mercato unico oltre che dall’Unione Europea. Intervistato dal quotidiano “Mirror”, l’ex primo ministro ha affermato: “Questa questione della Brexit mi ha dato una motivazione diretta a essere piu’ coinvolto nella politica. Bisogna sporcarsi le mani e lo faro'”. “Non sappiamo ancora quale sara’ l’accordo finale sulla Brexit. Siamo a favore di una semplice posizione di buon senso britannico, ovvero ‘Vediamo prima che cosa fanno i Tory’. Perche’ c’e’ una parte del Partito conservatore determinata ad attuare la Brexit a ogni costo”, ha spiegato Blair, paragonando il mercato unico alla “Champions League degli accordi commerciali” e un accordo di libero scambio alla League One, la terza serie britannica. “Svolgero’ un ruolo attivo per tentare di plasmare il dibattito politico e cio’ significa uscire e riconnettersi col paese (…) Non voglio trovarmi nella situazione in cui questo momento storico passa e io non ho detto niente perche’ cio’ significherebbe non avere a cuore questo paese”, ha dichiarato l’ex premier, assicurando che non abbandonera’ il lavoro a tempo pieno nella sua fondazione benefica e che non si candidera’ per un seggio parlamentare. “Non sono sicuro di poter creare un movimento politico, ma penso che vi sia una serie di idee che la gente potrebbe sostenere”, ha proseguito. “Non si tratta di sfidare la volonta’ popolare. Si tratta di dire che la volonta’ del popolo potrebbe cambiare quando vedra’ l’accordo finale”. Blair, infine, ha confessato di essere “emotivamente attaccato in modo profondo al Partito laborista” e ha difeso la propria eredita’, dopo le divisioni suscitate dalla sua politica estera dopo l’11 settembre 2001 e, soprattutto, dalla decisione di partecipare all’invasione dell’Iraq: “Non buttate via i risultati di quel governo: il grande investimento nel servizio sanitario e nelle scuole; abbiamo ridotto la poverta’ dei pensionati e quella infantile, abbiamo introdotto il salario minimo”, ha ricordato.

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Usa, ancora polemiche su Trump per la sua apertura ai leader autocratici

02 mag 11:39 – (Agenzia Nova) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e’ di nuovo al centro delle polemiche, dopo le aperture riservate negli ultimi giorni a una serie di dittatori e presidenti autocratici. Trump ha stupito gli Usa e i loro alleati ieri, aprendo a un confronto diretto con il dittatore nordcoreano Kim Jong-un. “Se si rendesse opportuno incontrarlo, lo farei senz’altro. Ne sarei onorato”, ha dichiarato il presidente nel corso di una intervista concessa ieri a “Bloomberg”. “Di nuovo, se le circostanze lo consentissero. Ma si’, lo farei”. Le parole di Trump hanno lasciato basiti i media, che sottolineano come Washington e Pyongyang non intrattengano relazioni diplomatiche ufficiali, e come soltanto la scorsa settimana il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, avesse escluso l’ipotesi di negoziati col regime nordcoreano senza passi credibili verso l’arresto dei programmi balistico e nucleare di quel paese. Interpellato in merito alle parole del presidente, il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, ha affermato che “chiaramente, al momento le condizioni (per un confronto diretto tra Trump e Kim Jong-un) non sussistono”. Trump, pero’, aveva gia’ fatto discutere la scorsa settimana, invitando alla Casa Bianca il presidente filippino Rodrigo Duterte, noto per la repressione sanguinosa ed extragiudiziale del crimine in patria e per gli indecorosi insulti pubblicamente rivolti ai leader internazionali che hanno sollevato obiezioni al suo scarso riguardo per i diritti umani. Prima ancora, Trump era stato criticato per aver accolto a Washington il presidente egiziano Abdel Fatal al Sissi, cui aveva riconosciuto, nonostante la soppressione del dissenso, di aver compiuto “un ottimo lavoro”. E ancora, le immediate congratulazioni al presidente turco Recep Tayyip Erdogan per l’approvazione della riforma costituzionale che ha di fatto formalizzato il passaggio a un sistema presidenziale autocratico. E’ innegabile, scrive la “Washington Post”, che il nuovo inquilino della Casa Bianca stia tentando di “coltivare” le relazioni con i leader autoritari dopo gli anni di ostracismo della precedente amministrazione Obama, come “scorciatoia” per conseguire progressi sul piano della politica internazionale. E’ il caso degli elogi quasi giornalieri rivolti dal presidente Usa al suo omologo cinese Xi Jinping, dopo la visita ufficiale di quest’ultimo negli Usa, all’inizio del mese scorso. Il problema – accusa la “Washington Post”, che a questo proposito cita l’ex ambasciatore Usa in Russia Michael McFaul, e’ che il rifiuto di Trump di esprimersi in sostegno della democrazia e dei diritti umani coincide “con l’assenza, sulla scena internazionale, del leader del mondo libero”.

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Spagna, i sondaggi a Madrid confermano il calo dei partiti tradizionali

02 mag 11:39 – (Agenzia Nova) – Il Partito popolare (Pp) al governo, non perde il suo primato, ma accusa un colpo. I socialisti perdono sempre piu’ terreno e il movimento anti sistema Podemos continua la sua irresistibile ascesa. In un sondaggio eseguito da Metroscopia sulle intenzioni di voto a Madrid, il quotidiano “El Pais” fotografa il panorama politico di un paese colpito da numerosi scandali di corruzione e, dinamica ormai nota all’Occidente, con lo sguardo sempre piu’ rivolto alle forze politiche che vantano una lotta contro l’establishment. L’inchiesta e’ stata realizzata tra il 24 e il 26 di aprile, nei giorni in cui si pubblicavano i primi risultati di una indagine giudiziaria che colpisce in primo luogo la struttura del Pp nella capitale. Il risultato lascia pochi dubbi: si andasse ora alle urne i popolari otterrebbero il 25,7 per cento dei consensi e 36 seggi. Sarebbero ancora i piu’ forti nell’emiciclo madrileno, ma 8 seggi e il 7,4 per cento in meno rispetto alle elezioni del 2015. Un pesante rovescio lo subisce anche il Psoe (Partito socialista operaio spagnolo), che passerebbe dal 25,4 per cento (37 seggi) al 19,7 per cento (27 seggi). Da secondi che erano, i socialisti sarebbero ora quarta forza a Madrid. Cresce ancora Podemos, il movimento anti sistema sempre piu’ seconda forza nel paese: se nel 2015 ottenevano il 18,6 per cento e 27 seggi, oggi guadagnerebbero il 24,9 per cento con 35 scranni. Il partito, rappresentato dal colore viola, raccoglie gran parte dell’elettorato deluso del Psoe – forza che assegna alle primarie il delicato compito di ridefinire strategia e guida politica – e finisce per ridurre lo spazio di manovra della sinstra piu’ estrema di Izquierda Unida. E molto bene andrebbe anche l’altro movimento di rottura con lo storico bipartitismo spagnolo, i centristi di Ciudadanos che passerebbero dal 12,1 per cento (17 seggi) al 22,6 per cento (31 seggi). Gli “arancioni”, attenti a coltivare una immagine di maggiore responsabilita’, intaccano l’elettorato tanto del Pp quanto del Psoe.

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La Commissione europea cerca di rafforzare la presa sul mercato del clearing in euro

02 mag 11:39 – (Agenzia Nova) – Bruxelles, riferisce il “Financial Times”, si prepara a proporre il controllo dell’Unione Europea sul redditizio mercato del clearing in euro della City di Londra, costringendo gli operatori britannici a spostarsi o a sottostare al controllo delle autorita’ dell’Ue. La Commissione europea, secondo il quotidiano, che ha visionato una bozza interna, presentera’ a giugno una “provocatoria” proposta di legge, in vista dei negoziati sulla Brexit, che restringerebbe notevolmente la possibilita’ del centro finanziario londinese di ospitare una delle sue attivita’ di punta. Da sei anni la Gran Bretagna cerca di respingere il tentativo guidato dalla Francia di collocare il clearing in euro all’interno dell’area monetaria; benche’ i ministri delle Finanze francese e tedesco abbiano dichiarato che l’uscita dall’Ue rende insostenibile il dominio del Regno Unito in questo segmento, l’intervento della Commissione va oltre, minacciando restrizioni anche prima che la Brexit sia effettiva. Il testo, infatti, parla di una “supervisione piu’ centralizzata” sulle clearing house, le camere di compensazione, di importanza sistemica. A Londra vengono trattati tre quarti dei derivati denominati in euro, per un valore nozionale di 850 miliardi di euro al giorno. Il documento parla di “specifici accordi basati su criteri oggettivi” per gli operatori non Ue, citando anche, se necessario, “la supervisione diretta a livello dell’Ue e/o requisiti di sede”. Per il governo britannico la ricollocazione del clearing in euro sarebbe impraticabile ed economicamente poco saggia e favorirebbe l’hub finanziario di New York; il cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, ha avvertito che l’economia europea pagherebbe “un costo enorme”; il vice governatore della Banca d’Inghilterra, Jon Cunliffe, ha aggiunto che il rimpatrio della compensazione porterebbe a un “nazionalismo valutario” che potrebbe frammentare i mercati di capitali. All’interno dell’Ue la questione e’ dibattuta: si sta valutando un sistema di soglie per determinare se una clearing house non comunitaria debba essere sottoposta a un maggior controllo o ad altre misure. Secondo le stime di Ey, la ricollocazione avrebbe un impatto su 83 mila posti di lavoro. Un’alternativa meno rigorosa potrebbe essere quella di rendere il trasferimento obbligatorio solo nel caso in cui il Regno Unito non accettasse le condizioni regolamentari e la supervisione extraterritoriale.

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Francia, Marine Le Pen riprende parola per parola un discorso di François Fillon

02 mag 11:39 – (Agenzia Nova) – Un discorso pronunciato appena un paio di settimane fa da François Fillon, il candidato del centro-destra sconfitto al primo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2 aprile scorso, e’ gia’ diventato materia di storia: Marine Le Pen, ne ha copiato interi paragrafi nel corso del comizio tenuto ieri 1° maggio al Parco delle esposizioni di Villepinte, alla periferia est di Parigi. In se’ per se’ il discorso pronunciato dalla candidata del Front national (Fn) di estrema destra, che domenica prossima 7 maggio sfidera’ al turno di ballottaggio il candidato indipendente di centro sinistra Emmanuel Macron, non conteneva sostanziali novita’ politiche: l’intenzione della Le Pen era mostrare l’importanza da lei attribuita alla “cultura francese” ed alla sua lingua; contrariamente al suo avversario Macron. A farlo balzare oggi agli onori delle cronache politiche pero’ e’ proprio il fatto che il comizio della leader Fn era ricalcato quasi parola per parola su discorso pronunciato da Fillon il 15 aprile scorso a Puy-en-Velay, nella regione della Loira. Il quotidiano progressista “Le Monde” dimostra il “plagio” con un lunghissimo articolo in cui solo alla fine sottolinea il senso politico dell’operazione politica di Marine Le Pen: “Una strizzata d’occhio” all’elettorato di Fillon, ha detto al “Monde” David Rachline, il direttore della campagna elettorale della candidata dell’estrema destra. L’obbiettivo? Mostrare che, parlando della Francia e della sua cultura, Marine Le Pen e’ una “candidata che unisce” e che e’ tutt’altro che “settaria”.

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Il cancelliere tedesco Merkel visita gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita

02 mag 11:39 – (Agenzia Nova) – Il cancelliere tedesco Angela Merkel si e’ recata in visita ad Abu Dhabi ieri (lunedi’), dove ha incontrato il principe alla corona Sheikh Mohammed bin said al-Nahjan. Con il principe, come con la famiglia reale saudita, incontrata domenica nel porto della citta’ di Jeddah, Merkel ha discusso del G20 di Amburgo previsto nel mese di luglio. Fra gli argomenti in discussione ci sono anche la protezione del clima e i diritti delle donne, oltre alle crisi in Siria, Libia e Yemen. E’ stata affrontata anche la crisi migratoria che ha investito l’Europa: gli Emirati Arabi Uniti intendono cooperare all’assistenza ai rifugiati e alla lotta contro la poverta’ assieme alla Germania. “Gli Emirati Arabi Uniti sono il piu’ grande donatore di tutto il mondo a livello pro capite, e anche la Germania e’ molto attiva in questo settore”, ha detto l’Ambasciatore degli Emirati a Berlino, Ali Abdullah al Ahmed all’agenzia stampa tedesca “Dpa” prima del viaggio del cancelliere. Gli Emirati, ha spiegato l’ambasciatore, vogliono approfondire i legami con la Germania oltre l’ambito prettamente commerciale. Al Ahmed ha anche messo in guardia contro la diffusione del radicalismo islamico in Germania. “E’ molto importante che le ambasciate si prendano cura di che tipo di predicatori ci sono presso le moschee in Europa”, ha detto l’Ambasciatore, che a tal proposito ha sottolineato l’importanza di valutare le implicazioni per la sicurezza del flusso di rifugiati in Europa. Negli Emirati Arabi vivono oggi circa 275 mila siriani e la monarchia del Golfo si e’ impegnata, su richiesta tedesca, ad accoglierne altri 15 mila nei prossimi 3 anni. Gli Emirati hanno finanziato inoltre un campo profughi in Giordania e uno in Grecia.

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Matteo Renzi pensa gia’ alle elezioni legislative

02 mag 11:39 – (Agenzia Nova) – Il Pd (Partito democratico) e’ piu’ che mai il “Pdr” (“Partito di Renzi”), come l’hanno soprannominato i suoi critici: lo scrive oggi martedi’ 2 maggio il quotidiano economico francese “Les Echos” in un articolo con cui il suo corrispondente da Roma Olivier Tosseri commenta la solida vittoria alle primarie di partito dell’ex presidente del Consiglio, con il 70 per cento dei voti. Sempre alla ricerca della legittimita’, racconta il giornalista francese, Renzi aveva fatto della partecipazione popolare la principale questione in gioco di una consultazione priva di suspense a causa della mancanza di rivali in grado di impensierirlo: ebbene circa 2 milioni di elettori si sono mobilitati per incoronarlo. E’ molto piu’ d quanto ci si sarebbe potuti attendere in seguito alla recente scissione dal Partito democratico provocata da una parte degli oppositori interni di sinistra a Matteo Renzi; ma molto meno dei 4 milioni registrati alle prime primarie celebrate nel 2005, dei 3 milioni e mezzo di quelle del 2007 o persino dei 2 milioni ed 800 mila che parteciparono a quelle del 2013 in cui lo stesso Renzi aveva raccolto il 68 per cento delle preferenze. Matteo Renzi potrebbe percio’ presto rivelarsi un re nudo, scrive “Les Echos”, se non correggera’ la sua eccessiva personalizzazione nell’esercizio del potere e il Pd potrebbe dover subire nuove scissioni. Da leader con una rinnovata investitura guidera’ il partito alle prossime elezioni legislative previste per il 2018, con l’obbiettivo dichiarato di tornare a Palazzo Chigi: ma l’incertezza legata alla legge elettorale, l’avversione delle altre forze politiche nei confronti della sua personalita’ ed il rifiuto di una parte degli elettori del Pd di andare dopo il voto ad un’alleanza con il centrodestra di Silvio Berlusconi, potrebbero far deragliare i piani di Matteo Renzi. Se il ritorno alla testa del Pd di colui che sogna di essere il Macron italiano e’ stato finora una passeggiata, conclude Tosseri, al contrario si annuncia lunga e difficile la sua marcia per tornare ad essere presidente del Consiglio.

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Germania, il ministro della Difesa sempre piu’ freddo nei confronti delle Forze armate

02 mag 11:39 – (Agenzia Nova) – Il ministro della Difesa tedesco, Ursula von der Leyen (Cdu), ha tenuto sin dall’assunzione del suo incarico, nel 2013, un peculiare distacco dalle Forze armate, trascurando il linguaggio tecnico ed evitando di farsi fotografare vicino a determinate attrezzature militari. Prima della Difesa, von der Leyen aveva avuto incarichi nel ministero della Famiglia, del Lavoro e degli Affari sociali. Questa settimana, a seguito degli scandali legati alle molestie nelle caserme, il ministro ha preso nettamente le distanze dalla condotta dei vertici delle Forze armate. Durante una trasmissione della Zdf, il ministro ha dichiarato che “ci sono problemi di leadership a diversi livelli”. Un’affermazione dura e inusuale, sottolinea la “Sueddeutsche Zeitung”, specie se pronunciata da un ministro del governo a pochi mesi dalle elezioni. Il ministro ha commentato anche l’arresto del soldato Franco A., che si era finto rifugiato siriano e secondo gli investigatori pianificava attentati nel paese: anche in questo caso, il ministro ha puntato l’indice proprio contro le Forze armate dove regna, ha detto, “un frainteso spirito di corpo”. Il ministro, senza attendere l’esito delle indagini sul caso, ha dichiarato che i superiori del miliare arrestato erano al corrente delle sue idee estremiste di destra fin dal 2014, e che ne era stato informato anche il Servizio segreto militare Mad. La vicenda denota, secondo il ministro, “un problema di atteggiamento e di leadership all’interno delle Forze Armate, a diversi livelli”. Un problema che richiede “un dialogo molto piu’ aperto ed ampio. Molto puo’ essere tollerato, ma non l’estremismo politico di destra o quello religioso”. Von der Leyen, commenta la “Sueddeutsche Zeitung”, ha sempre saputo che il ministro della Difesa puo’ inciampare in scandali e problemi d’immagine. Finora la 58 enne e’ riuscita a tracciare una netta distinzione tra la propria immagine e quella delle Forze armate, al costo pero’ di alienare il personale in divisa, a dispetto della puntualizzazione d’obbligo: “La stragrande maggioranza delle Forze armate”, ha detto von der Leyen durante la sua apparizione televisiva, sono “pulite” e svolgono un servizio importante per il paese.

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