Criptovalute, sicurezza colabrodo: sottratti quasi 4 miliardi di dollari in cyber attacchi. Il Report 2026 di CoinGecko
Crescono in maniera costante i cyber attacchi alle piattaforme di criptovalute e neppure gli audit di sicurezza sembrano sufficienti a fermarli. Tra gennaio 2025 e luglio 2026, exchange e piattaforme crypto hanno perso complessivamente 3,63 miliardi di dollari in 245 incidenti informatici, mentre gruppi criminali organizzati e hacker sponsorizzati da Stati affinano tecniche sempre più sofisticate per rubare e riciclare gli asset digitali.
È il quadro che emerge dallo State of Crypto Security Report 2026 di CoinGecko,riportato dalla Cnbc, che fotografa un settore nel quale la cybersecurity fatica a tenere il passo con l’evoluzione delle minacce. Un dato mostra la dimensione del problema: i dieci maggiori attacchi rappresentano da soli oltre il 72,5% del valore complessivamente sottratto nel periodo analizzato.
Attacchi hacker alle criptovalute: oltre 1,8 miliardi persi tra infrastrutture e supply chain
La superficie di attacco cresce insieme alla complessità dell’ecosistema crypto. Le vulnerabilità delle infrastrutture e della supply chain sono state le più costose per exchange centralizzati (CEX) e piattaforme decentralizzate (DEX), provocando oltre 1,8 miliardi di dollari di perdite.
Tra i casi citati da CoinGecko figurano Bybit e KelpDAO. Il dato evidenzia uno dei problemi centrali della sicurezza delle criptovalute: un protocollo può essere sicuro nel suo nucleo e contemporaneamente rimanere vulnerabile attraverso infrastrutture esterne, fornitori, integrazioni o interfacce utilizzate dagli utenti.
Le vulnerabilità cambiano inoltre a seconda dell’architettura. Negli exchange crypto centralizzati (CEX) il principale punto debole rimane la compromissione delle chiavi private. Se un attaccante riesce a impossessarsi delle credenziali necessarie ad autorizzare le transazioni, può ottenere direttamente il controllo degli asset.
Nel settore decentralizzato la minaccia arriva soprattutto dal codice. Le dApp hanno perso 546 milioni di dollari a causa di exploit degli smart contract, attraverso vulnerabilità o comportamenti imprevisti dei programmi che eseguono automaticamente le transazioni.
A questi rischi si aggiungono manipolazioni degli oracle e dei mercati ed errori nei meccanismi interni. CoinGecko cita, tra le piattaforme interessate da perdite legate a queste dinamiche, Bitget, Binance e Hyperliquid.
Cybersecurity crypto, il paradosso degli audit: il 60% delle piattaforme colpite era stato controllato
È probabilmente il dato più significativo dell’intero rapporto. Dei 245 incidenti crypto documentati dall’inizio del 2025, 147 hanno coinvolto protocolli che erano già stati sottoposti ad audit di sicurezza.
Significa che circa il 60% delle piattaforme compromesse aveva completato verifiche indipendenti. Ancora più impressionante è il dato economico: queste piattaforme rappresentano l’88,44% di tutto il capitale sottratto nei 19 mesi analizzati.
Non significa necessariamente che gli audit siano inutili. Il problema riguarda soprattutto il loro perimetro. Una verifica può controllare il codice disponibile in un determinato momento, ma non certifica automaticamente l’intera infrastruttura sulla quale quel software continuerà a funzionare.
Secondo CoinGecko, molti degli attacchi informatici contro piattaforme crypto già sottoposte ad audit hanno sfruttato infrastrutture esterne, aggiornamenti del codice non verificati oppure caratteristiche sistemiche manipolate attraverso attacchi alla governance.
Soltanto circa l’11% degli incidenti sarebbe riconducibile a vulnerabilità degli smart contract comprese direttamente nel perimetro degli audit. Una quota relativamente piccola che ha comunque provocato 396 milioni di dollari di perdite.
Il messaggio è chiaro: proteggere il codice non significa necessariamente proteggere l’intera piattaforma crypto.
CEX e DEX sotto attacco: dalle chiavi private alle interfacce false
Gli exchange centralizzati seguono un modello di sicurezza differente rispetto alla finanza decentralizzata. I CEX possono essere sottoposti a controlli di conformità e attestazioni finanziarie, compresi meccanismi di Proof-of-Reserve, utilizzati per aumentare la trasparenza sulle riserve disponibili.
Questi strumenti, tuttavia, non impediscono necessariamente un cyberattacco e offrono poca protezione contro due minacce particolarmente insidiose: social engineering e furto delle chiavi private.
Anche per DEX e dApp il rischio non arriva più necessariamente dallo smart contract principale. Interfacce false e integrazioni malevole possono diventare il punto d’ingresso attraverso il quale sottrarre criptovalute agli utenti anche quando il protocollo sottostante non presenta vulnerabilità evidenti.
Hacker nordcoreani e criminalità organizzata nel mirino delle piattaforme crypto
Parallelamente alla tecnologia è cambiato il profilo degli aggressori. Ai singoli hacker si sono affiancati gruppi criminali organizzati e attori sponsorizzati da Stati, compresi hacker nordcoreani.
Dopo il furto, inoltre, comincia una seconda fase dell’attacco: nascondere il percorso delle criptovalute sottratte. Gli aggressori utilizzano crypto mixer, bridge tra blockchain e prelievi scaglionati per rendere più difficile seguire i fondi, ostacolando le indagini e il recupero degli asset.
La sicurezza delle criptovalute diventa quindi un problema che attraversa l’intero ciclo dell’attacco: dalla compromissione iniziale fino al riciclaggio e alla dispersione dei fondi attraverso diverse blockchain.
Assicurazioni crypto in calo nonostante l’aumento degli attacchi
Di fronte alla crescita delle perdite ci si potrebbe aspettare un’espansione delle assicurazioni. CoinGecko registra invece il fenomeno opposto.
La copertura attiva dei principali protocolli assicurativi crypto è diminuita del 20,2%, passando da 163,2 milioni a 130,2 milioni di dollari, mentre i pagamenti cumulativi sono rimasti sostanzialmente fermi a 33 milioni di dollari.
Il rapporto individua tra le possibili spiegazioni proprio l’elevato rischio dell’ecosistema, che scoraggia l’offerta di capitale e contribuisce a mantenere elevati i premi assicurativi.
Esiste inoltre un problema di copertura. Alcune protezioni on-chain intervengono soltanto in caso di exploit verificati degli smart contract o guasti infrastrutturali, mentre possono escludere perdite derivanti da errore umano, compromissione delle chiavi private o volatilità del mercato.
Il risultato è un mercato che fatica a svilupparsi: ad agosto 2026, cinque dei nove protocolli assicurativi on-chain analizzati risultavano inattivi o avevano spostato la propria attività verso altri segmenti.
Gli exchange centralizzati stanno quindi sviluppando anche fondi di protezione propri destinati a garantire gli utenti in caso di exploit.
Ma i numeri dello State of Crypto Security Report 2026 evidenziano una questione più profonda. I 3,63 miliardi di dollari rubati alle piattaforme di criptovalute in appena 19 mesi dimostrano che la cybersecurity del settore non può più essere misurata semplicemente verificando se uno smart contract sia stato sottoposto ad audit.
La vera superficie di attacco comprende ormai codice, chiavi private, infrastrutture, supply chain, interfacce, integrazioni e comportamento umano. Ed è proprio negli anelli esterni a ciò che viene tradizionalmente controllato che gli hacker sembrano trovare sempre più spesso la strada per arrivare agli asset digitali.
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