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Cosedanoncredere. Prodotti alimentari, più informazioni in etichetta

Dal 5 aprile 2018 sarà applicabile in Italia l'obbligo di indicare sull'etichetta dei prodotti alimentari la sede e l'indirizzo dello stabilimento di produzione o, se diverso, di confezionamento.

di Redazione UNC |

Cosedanoncredere è una rubrica settimanale promossa da Key4biz e Unione Nazionale Consumatori. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

Buone notizie: vinta la sfida per ottenere più informazioni in etichetta! Dal 5 aprile 2018, infatti, sarà applicabile in Italia l’obbligo di indicare sull’ etichetta dei prodotti alimentari la sede e l’indirizzo dello stabilimento di produzione o, se diverso, di confezionamento.

La nuova normativa (pubblicata in Gazzetta ufficiale la scorsa settimana) prevede un periodo transitorio per lo smaltimento delle etichette già stampate senza questa informazione. Poi si dovrà indicare la località ove si trova lo stabilimento stesso e anche del suo indirizzo, qualora l’indicazione della località non sia sufficiente ad indentificare in modo agevole l’impianto produttivo.

La legge prevede anche alcune eccezioni come ad esempio nel caso in cui l’indicazione della sede dello stabilimento sia ricompresa nel marchio. Inoltre l’obbligo non si applica ai prodotti alimentari già regolamentati, come vini, spumanti, etc.

Il nuovo obbligo è stato introdotto con la finalità di garantire una più completa informazione al consumatore italiano e una migliore tracciabilità degli alimenti da parte degli organi di controllo, facilitando la gestione delle crisi in materia di sicurezza alimentare.

Seppure non siano mancate le polemiche (l’indicazione dello stabilimento in etichetta non è previsto a livello europeo e rappresenta un vincolo applicabile solamente alle aziende che producono o confezionano in Italia) si tratta di una buona notizia a giudizio di chi, come noi dell’Unione Nazionale Consumatori, si è battuto per ripristinare un diritto sacrosanto per i consumatori: quello di poter scegliere i prodotti che portiamo a tavola anche in base alla provenienza.

Intendiamoci non è qui messa in discussione la sicurezza o la qualità del cibo (esistono infatti regole europee che impongono a tutte le aziende che operano in ambito comunitario di rispettare rigorosi sistemi di autocontrollo) ma l’esclusione dell’indicazione dello stabilimento di produzione rappresentavo un serio passo indietro per la consapevolezza dei consumatori.

Mi spiego meglio: come è ormai noto, i marchi italiani nelle mani di gruppi stranieri sono parecchi e sono forse destinati ad aumentare per la crisi della nostra economia; in un mondo globalizzato, il fenomeno non è di per sé negativo a condizione però che gli acquirenti stranieri siano in grado di conservare l’impegno industriale in Italia. E invece ci sono multinazionali che delocalizzano e licenziano in Italia, continuando a vendere i prodotti con marchi italiani: in alcuni casi questo è un inganno per i consumatori perché a quel punto il prodotto perde qualcosa della sua identità.

Dunque, reintroducendo l’obbligo di indicare lo stabilimento di produzione in etichetta, si garantisce al consumatore una scelta informata di acquisto, che ragionevolmente può tendere a favorire gli alimenti realizzati in un determinato luogo da uno specifico produttore. Non solo per nazionalismo, ma anche come riconoscimento del valore delle tradizioni e della cultura alimentare dei singoli territori.

Senza contare che, grazie a questa informazione, si consente al consumatore di scegliere il prodotto più conveniente: l’indicazione dello stabilimento permette infatti di capire se due prodotti (anche di marca diversa) sino realizzati dallo stesso produttore e quindi si può scoprire ad esempio che un tipo di biscotti del discount o del supermercato possono essere in alcuni casi uguali a  quelli di marca.

Infine, aspetto da non trascurare, dal punto di vista sanitario, la disponibilità immediata dell’informazione della sede dello stabilimento nei casi di allerta, consente alle autorità di ricostruire la filiera e accorciare notevolmente i tempi di indagine in caso di emergenze, così riducendone anche l’impatto mediatico.

Cresce, insomma, la trasparenza per gli acquisti dei consumatori.

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