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Copyright, tutti i dubbi sulla riforma UE emersi al convegno ‘Poche parole tra copyright e consumatore’

I contenuti e le informazioni messe a disposizione dai cosiddetti aggregatori di notizie, così come quelli che condividiamo ogni giorno attraverso social, blog, siti di news sono per i consumatori una “normalità”: in Europa si discute da mesi di una riforma del copyright che, tra gli altri, potrebbe avere l’effetto di prevedere un compenso economico in favore degli editori ogni volta che un contenuto viene annunciato attraverso i motori di ricerca. Per fare il punto su questa proposta, tutt’ora oggetto di dibattito in seno al Parlamento UE, l’Unione Nazionale Consumatori ha promosso il convegno “Poche parole tra copyright e consumatori” che si è svolto alla Camera dei Deputati con la partecipazione di importanti rappresentanti delle Istituzioni, del mondo accademico e delle aziende del settore.

In apertura dei lavori Massimiliano Dona, Presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, ha spiegato il perché dello slogan #poche parole: “il riferimento va alle poche parole di uno snippet, la breve descrizione che accompagna un link con la funzione di descrivere il contenuto. La proposta di cui si discute in Europa avrà probabilmente l’effetto, tra le altre cose, di cambiare gli attuali scenari grazie alla previsione di un compenso che gli aggregatori di news saranno tenuti a versare agli editori proprio per aver pubblicato uno snippet. Come rappresentanti dei consumatori riteniamo necessario contemperare due esigenze: la qualità delle fonti informative e la facilità di accesso alle news. Il tema è capire se gli strumenti proposti da Bruxelles segnano una strada giusta oppure no perché ogni qualvolta viene chiesto un compenso bisogna chiedersi se ci sono nuovi valori che meritano di essere tutelati. La nostra preoccupazione è che questa proposta non solo non salverà i bilanci dei grandi editori (dai quali, invece, è lecito aspettarsi un cambiamento dei modelli di business che venga incontro alle esigenze dell’utenza), ma che invece possa limitare oltre misura la facilità di accesso alle informazioni on line soprattutto a discapito dei consumatori ed anche dei piccoli editori indipendenti e delle start up.

Il primo contributo al dibattito è partito proprio dall’Europa con il video di Marco Giorello, capo unità della DG Connect della Commissione Europea, che spiega perché la modernizzazione del diritto d’autore è oggi un obiettivo primario  Commissione:questo processo si inserisce in un quadro più ampio di ammodernamento del settore digitale -afferma Giorello- sono state infatti proposte 5 riforme per arrivare ad una riforma del diritto d’autore europeo: una di queste proposte rivisita i fondamentali della direttiva del 2001 che pone i principi della materia a livello europeo. Si vuole modernizzare questo quadro per dare una spinta all’industria europea della creatività e nella gestione dei contenuti online rispetto all’uso che ne viene fatto dai grandi motori di ricerca.

Francesco Posteraro, Commissario Agcom, ha sottolineato che “non c’è contrasto tra circolazione delle informazioni e protezione del diritto d’autore, così come non ce n’è, su un piano più generale, fra libertà e diritti”. Il Commissario Francesco Posteraro ha poi ricordato che “uno degli obiettivi prioritari delle recenti iniziative europee in materia di copyright era garantire ai consumatori di poter fruire dei contenuti in qualsiasi posto essi si trovino e con qualsiasi dispositivo. Un primo passo in questa direzione è stato fatto con l’approvazione del regolamento sulla portabilità transfrontaliera nel mercato interno dei servizi che mettono a disposizione contenuti online. Per quanto riguarda la proposta di direttiva sul diritto d’autore, io non credo che da queste norme possano nascere dei pregiudizi per i consumatori. Per proteggere gli interessi dei consumatori bisogna concentrarsi piuttosto sulla promozione dell’offerta legale e non trascurare, per altro verso, le modalità attraverso cui avviene il consumo dei contenuti in rete. Le piattaforme digitali condizionano e influenzano in maniera significativa, attraverso i loro algoritmi, le scelte dei consumatori, senza che a ciò corrisponda una responsabilità di tipo editoriale.”

Alcuni dubbi sulla riforma sono emersi invece dal primo panel di interventi riservato agli esponenti del mondo accademico. E’ stato il direttore di Key4Biz, Raffaele Barberio a lanciare il dibattito con Giovanni Maria Riccio, professore di Diritto Comparato all’Università di Salerno, Alberto Maria Gambino, professore di Diritto Privato e pro-rettore all’Università Europea di Roma e Fulvio Sarzana, professore di diritto delle nuove tecnologie per l’Università telematica Uninettuno:

Sono perplesso rispetto alla proposta che riguarda il copyright – ha affermato il Professor Riccio– non sul problema, che sussiste, ma su quelli che sono i rimedi. Focalizzerei la mia riflessione su due punti: il primo che tratto è quello delle esperienze spagnola e tedesca, che hanno dimostrato che va assolutamente scongiurato il rischio che un aggregatore possa decidere da un giorno all’altro di chiudere i rubinetti dell’informazione riducendo così le fonti informative a disposizione degli utenti.

D’altro canto va rilevato che la proposta di direttiva sembra difettare in termini di analisi di impatto ambientale non richiamando alcun nesso concreto tra la attuale crisi del settore editoriale e i benefici che potrebbero derivare dalla riforma. E non dimentichiamo che la storia su questo dovrebbe averci insegnato qualcosa: mentre gli operatorio dell’industria musicale facevano una guerra senza quartiere contro la pirateria, Spotify ad altre piattaforme analoghe acquistavano a basso costo interi archivi musicali con una strategia più lungimirante che oggi mostra i suoi frutti.

Aggiungo che non dovremmo parlare di una “legge su Google” perché rischieremmo di trascurare le ricadute negative  di questa riforma su altri settori,  penso ad esempio all’industria di chi fa rassegna stampa  già oggi in crisi, ma che domani potrebbe vedere la sua attività svuotata di ogni significato.

E non dimentichiamo che l’uso attuale degli snippets è assolutamente legittimo (come ricorda ampia giurisprudenza della Corte di giustizia UE) perché si tratta di contenuti già accessibili al pubblico dominio. Infine, mi sia consentito ricordare che l’articolo 11 della proposta di Direttiva prevede le stesse regole tanto per i contenuti attendibili tanto per quelli che non lo sono come ad esempio le fake news e anche questo è un limite della riforma.

Interviene Alberto Maria Gambino, professore  di diritto privato e pro-rettore dell’Università europea di Roma, citando Francesco Carnelutti il quale ricordava che “le parole sono pietre”. “Dico questo per sottolineare come sia necessario tornare alle categorie giuridiche per fare chiarezza ad esempio sulla tutelabilità autoriale della notizia: questa non può essere coperta dal diritto d’autore in quanto tale, mentre la “notizia fresca” riceve tutela solo nelle prime 16 ore. Poi, una volta uscita sui quotidiani diventa disponibile al pubblico perché ha a che fare con la formazione delle coscienze di ciascuno.

Le piattaforme, gli aggregatori di news oggi non fanno nulla di nuovo: ricordano lo strillone che per le strade annunciava “Assassinato l’arciduca Ferdinando d’Asburgo, assassinato l’arciduca Ferdinando d’Asburgo!” Oggi le piattaforme fanno lo stesso, aggregando i titoli: se poi l’utente vuole approfondire troverà le notizie sui siti dei quotidiani e se questi pubblicano dei contenuti open source, bene ma va ricordato, che questo passo è irreversibile; a quel punto non si può più chiedere un compenso.

Non trascuro la crisi dell’editoria, ne sono perfettamente consapevole, ma per dare una risposta non possiamo andare contro i principi del nostro ordinamento. Scomodare la protezione del diritto di autore per lo snippet è inappropriato: se qualcuno intende descrivere la notizia con altre parole, resta fuori dalla protezione offerta dal diritto d’autore. Se aggrego su una piattaforma utilizzando notizie che sono già state comunicate al pubblico non posso essere perciò ritenuto responsabile e non mi può essere addebitato un costo economico.

Il professor Fulvio Sarzana, docente di diritto dell’impresa del lavoro e delle nuove tecnologie all’Università internazionale telematica Uninettuno,  ha sottolineato un altro aspetto negativo sul quale potrebbe ricadere la normativa allo studio a Bruxelles: “una delle novità più appariscenti del  progetto di riforma consiste nell’attribuire agli intermediari la responsabilità per una comunicazione al pubblico, ma temo di dover ricordare che l’atto di comunicazione non è della piattaforma! Ho quasi la sensazione che si stia cercando di ampliare oltremisura il concetto di comunicazione al pubblico. Su questo versante è purtroppo nota l’iperattività della stessa Corte di giustizia che passa dal censurare uno strumento tecnico che consente di vedere i file scaricati dall’utente alla ben nota posizione della recente pronuncia “Pirate bay” che responsabilizza la piattaforma  per un’attività di indicizzazione dei contenuti.

Forse dovremmo fare tesoro di quanto accade nell’universo americano dove la libertà di espressione è un valore prevalente. E per spiegarlo mi rifaccio all’aneddoto storico dell’architetto Robert Moses che, incaricato di progettare un ponte tra New York e Long Island ricevette la consegna di costruire un passaggio angusto per evitare che gli immigrati dell’epoca, considerati dei poco di buono (come gli italiani e gli irlandesi) potessero andare a derubare le abitazioni dei ricchi newyorkesi  in quel quartiere che doveva restare protetto dalle incursioni della criminalità. Ma chiaramente la soluzione non poté fermare i malfattori che certo non avevano bisogno dell’autobus per poter varcare il ponte che quindi da li a poco fu abbattuto e ricostruito. La metafora vale a ricordare che non è restringendo le normative che si evitano devianze e violazioni delle norme giuridiche”.

Nel secondo panel si sono sedute l’Onorevole Isabella Adinolfi, Parlamentare europeo del Movimento 5 Stelle e Brando Benifei del Partito Democratico che hanno sottolineano a loro volta alcune perplessità sulla riforma: “Parlare di diritto d’autore vuol dire come prima cosa garantire l’accesso all’informazione a tutti -afferma Adinolfi c’è bisogno di garantire un libero accesso alla cultura. La qualità delle informazioni andrebbe a migliorare con questa nuova riforma? Non c’è scritto da nessuna parte nella proposta sul Copyright che gli introiti devono essere reinvestiti nell’editoria o in un giornalismo migliore.”

Brando Benifei da parte sua ha sottolineato invece l’importanza di una mobilitazione a livello nazionale: “il livello di attenzione su questi temi deve necessariamente alzarsi. Le scelte alla base di questa norma rischiano di essere dannose per la libertà culturale e di informazione dei singoli cittadini e per chi vuole creare nuovi modelli di business. Con questa proposta, infatti, si rischia di frammentare ancora di più un mercato già in crisi e di mettere a repentaglio lo sviluppo di un altro, più giovane e dinamico, come quello digitale”.

Gianmarco Carnovale, Presidente di Roma Startup, ha aperto il terzo momento di confronto riservato al mondo delle aziende: “nel mondo dell’innovazione circola un vecchio adagio secondo il quale gli americani innovano, gli orientali copiano e gli europei regolamentano. Parto da qui per spiegare che la riforma annunciata dall’Europa sembra tendere a realizzare un set di regole esageratamente complesse: così però anche in Europa sarà difficile che nascano imprese in grado di conquistare il mondo. Le startup sono dei tentativi di impresa che cercano di lavorare sull’esistente cercando di renderlo migliore grazie alla tecnologia e non dobbiamo quindi accettare soluzioni che mettano in pericolo questo ecosistema”.

Anche Lorenzo Losa, Presidente di Wikimedia, si è espresso a proposito del rischio che le nuove regole possano rappresentare una condanna per la condivisione e l’innovazione. “Oggi quello che manca è la libertà di accesso alle opere che è tornata ad essere quantitativamente paragonabile a quella dell’800: e questo è un paradosso, nel momento in cui potremo accedere a qualunque tipo di informazione e condividerla con tutti, siamo costretti a vedere tentativi di arginare e incanalare le notizie limitandone l’accesso e la condivisione. È anche un problema di tipo economico: avere opere che non sono utilizzabili vuol dire che non c’è nessuno che può valorizzarle a livello economico”.

A sostenere la libertà di condivisione delle opere (e non solo) si è aggiunta la voce di Rosa Maiello, Presidente nazionale dell’Associazione Italiana Biblioteche: “Le biblioteche sono un servizio pubblico, i nostri consumatori (noi li chiamiamo utenti) sono idealmente tutti i cittadini, di qualsiasi nazionalità, e ciò che le biblioteche chiedono da anni riguardo al diritto d’autore è di ripristinare un equilibrio che in ambiente digitale è saltato, tra diritti esclusivi dei titolari e diritti umani, tra proprietà intellettuale e interesse generale alla diffusione e all’avanzamento della conoscenza. Un libro a stampa lo compri, lo puoi prestare, lo puoi riprodurre ed utilizzare per finalità ragionevoli che vanno dalla conservazione a lungo termine allo studio, all’insegnamento, alla discussione e alla critica, alla ricerca scientifica, eccetera. Le stesse utilizzazioni in ambiente digitale dipendono invece dal permesso (licenza) rilasciato dai titolari, con la conseguenza che tutto ciò che non è espressamente consentito da specifica licenza, apparentemente è vietato. Questa proposta di direttiva dovrebbe avere appunto la finalità di alleggerire il peso dei diritti esclusivi, per liberalizzare utilizzazioni meritevoli almeno di pari tutela e stimolare una maggiore equità nel mercato delle licenze, eliminando alcune barriere legali all’utilizzo e riutilizzo ragionevole in ambiente digitale di dati e opere, per finalità di studio, ricerca, didattica, conservazione a lungo termine, promozione culturale. Se questo è il risultato atteso,  le premesse non sono del tutto rassicuranti: da un lato, gli articoli che introdurrebbero nuove eccezioni e limitazioni sono formulati in modo restrittivo e dal nostro punto di vista ancora insoddisfacente; dall’altro, il focus principale della proposta di direttiva sembra essere tutt’altro, ossia la creazione addirittura di un nuovo ‘diritto connesso’  in capo agli editori, prevista dall’art. 11, che a nostro modo di vedere complicherebbe ulteriormente il quadro  accrescendo incertezza e costi di transazione, e la previsione, all’art. 13, di nuove forme di controllo generalizzato sui comportamenti degli utenti nelle piattaforme ove questi caricano contenuti. Nel mondo delle università e degli istituti di ricerca, i ricercatori caricano i loro prodotti di ricerca in appositi repository istituzionali, spesso gestiti dalle biblioteche. Si tratta di comportamenti legittimi e persino dovuti per legge, a maggior ragione considerato che la ricerca scientifica è prevalentemente finanziata dal settore pubblico. Se anche questo genere di piattaforme divenisse oggetto di obblighi di  rendicontazione agli editori, ciò comporterebbe oneri gestionali del tutto ingiustificati.”

L’ultimo intervento della giornata è stato quello di Matteo Rainisio, Vicepresidente Anso: come associazione della stampa online siamo stati costretti a intervenire nel dibattito per ricordare che “non è vero che l’art.11 della proposta di Direttiva è accolto e condiviso da tutti gli editori. Parliamo di piattaforme (non ci piace parlare di Facebook, Google perché anche i piccoli blog possono essere intesi come piattaforme) e la cosa che ci preme specificare è che noi amiamo il copyright. Del resto le aziende associate ad Anso non esistono per contributi pubblici, ma perché hanno trovato dei modelli di business alternativi che ci permettono di fare un’informazione di qualità. Questo articolo 11 potrebbe precludere ai piccoli editori la possibilità di creare una startup, un giornale, un blog, etc. Non è disciplinando in questo modo il settore che si risolvono le cose. Anche perché, non dimentichiamolo, le piattaforme sono molto più veloci dei legislatori, come dimostra il fatto che, proprio in questi giorni, gli stessi Facebook e Google hanno annunciato interventi spontanei che rischiano di mettere fuori gioco le norme ben prima della loro entrata in vigore.

Ha chiuso i lavori l’intervento dell’onorevole Sergio Boccadutri, Deputato e responsabile innovazione PD: “tutto il dibattito si può ridurre a ricordare una sola affermazione: “Internet is not broadcast”. Ed invece mi sembra che l’Europa stia trattando la rete come se fosse un mezzo analogico. Internet non è nulla di tutto questo e (per fortuna) non si possono applicare ad esso le regole della televisione. Non tutto può essere trattato allo stesso modo! Con questa normativa si va solo a mettere un “tappo” che potrebbe saltare da un momento all’altro. L’intervento della direttiva è microsettoriale perché non affronta il tema di che cos’è questa tutela nel tempo di Internet, regolamenta soltanto una parte senza tenere conto del contesto. Insomma, mi sento di poter affermare che queste ipotesi di “link tax” non rispondono a quello che è la giusta tutela del diritto d’autore: i consumatori sono alleati dei produttori di contenuti, non nemici, così come le piattaforme di diffusione dei contenuti (lo dice la parola stessa, “diffusione”), sono un “volano” ormai irrinunciabile. L’informazione di qualità si paga, ma questa non è la modalità giusta per modernizzare il diritto d’autore se è vero che con questa riforma i piccoli editori rischiano di venire schiacciati, mentre i grandi sperano (ma sarà vero?) di trarne una maggiore forza economica…Ma così il sistema rischia di essere squilibrato, quindi l’auspicio che formulo in conclusione è che l’Unione Nazionale Consumatori, che ha il merito di aver organizzato questo dibattito, voglia impegnarsi una seconda volta per aggregare idee e proposte utili a migliorare il testo di questa normativa”.

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