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COP26: clima “freddo” tra USA e Cina. Accordo su mercato globale emissioni CO2

USA Cina

Dichiarazione congiunta USA-Cina sul clima alla COP26

Alla fine è arrivata la tanto attesa dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Cina alla COP26 su clima e inquinamento.

Entro i prossimi dieci anni, i due Paesi daranno prova concreta di un’azione più determinata nel contrasto ai cambiamenti climatici, nel limitare il surriscaldamento globale e certamente nel tagliare in maniera netta la produzione di emissioni di gas serra, tra cui il diossido di carbonio (CO2) e il metano.

Le due nazioni si dicono inoltre impegnate a perseguire tutti gli sforzi necessari per contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei +2°C rispetto ai livelli preindustriali, facendo di tutto per tentare di abbassare quel livello di massima a +1,5°C (che è l’obiettivo fissato dagli accordi di Parigi del 2015).

Da una parte, molti dei delegati in Scozia hanno salutato con soddisfazione questo processo di avvicinamento delle due superpotenze inquinanti allo stesso tavolo, ma dall’altra, c’è anche la sensazione di un risultato piuttosto vago, impalpabile, quasi invocato per dare più peso ai risultati di questo summit sul clima, altrimenti piuttosto inconcludente.

Una nuova guerra fredda tra Est e Ovest

C’è di fatto un “clima freddo” palpabile tra le due delegazioni, americana e cinese, fatta di silenzi, mancati appuntamenti, appelli caduti nel vuoto e classici doppi giochi.

Ci sono in ballo centinaia di miliardi di dollari, da una parte e dall’altra, ogni decisione va soppesata con cura e, come nella guerra fredda del secolo scorso tra Stati Uniti e Unione sovietica, che si accordavano sul disarmo nucleare, oggi, con la stessa freddezza e diffidenza del tempo, Washington e Pechino prendono impegni sul disinvestimento nei combustibili fossili.

Impegni che 70 anni fa furono scarsamente onorati. Speriamo questa volta vada diversamente.

Tornando alla COP26, la bozza di documento finale, d’altronde, è stata salutata da molti come debole negli obiettivi, perché il taglio del 45% delle emissioni di CO2 rispetto al 2010, da raggiungere entro il 2030, è poco ambizioso e allo stesso tempo anche poco plausibile, visto l’aumento progressivo della domanda di energia e la scarsa predisposizione di molti Paesi ad abbandonare da subito il carbone.

Il business del carbone non è finito

Stati Uniti e Cina fanno proprio parte, assieme ad esempio all’Australia e gran parte dell’Europa dell’Est, del folto gruppo di economie che non vuole abbandonare il carbone, almeno non nel breve periodo.

A ottobre la Cina ha estratto dalle sue miniere 11,5 tonnellate di carbone, un milione in più rispetto a settembre e questo per la crescita rapida dei consumi e della domanda di energia, nonché per l’aumento dei prezzi dell’energia.

Pechino, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa locale Xinhua, dovrebbe realizzare altre 45 nuove centrali a carbone entro la fine del 2021.

Secondo Bloomberg, i più grandi estrattori di carbone americani, come Peabody Energy Corporation o Arch Resources, hanno già venduto tutte le loro produzioni per il 2022 e quasi tutto il 2023.

Un primo ok al mercato globale delle emissioni di CO2

Altro punto chiave della dichiarazione congiunta è l’accettazione del mercato mondiale delle emissioni di CO2, che corrisponde all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, il Paris Rulebook.

Quest’ultimo è ritenuto uno strumento decisivo nel ridurre in modo efficace le emissioni di gas serra a livello mondiale.

I due Paesi, infine, creeranno un Gruppo di lavoro misto per migliorare l’azione congiunta sul clima durante tutto questo decennio, mentre nuovi obiettivi su clima, energia e inquinamento per il 2035 saranno annunciati entro il 2025.

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