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COP21: ecco di cosa non si parlerà a Parigi (Prima parte)

COP21

Si è aperto oggi a Parigi-Le Bourget COP 21 con un misto di speranze, dubbi, difficoltà, ma anche con due elementi mancanti di grande rilievo. (http://unfccc.int/meetings/paris_nov_2015/meeting/8926.php)

Presenti circa 25.000 delegati ufficiali e in tutto 50.000 partecipanti.

Come ricorda Justin Gillis sul New York Times del 28 novembre, dopo quasi vent’anni d’incontri, convegni, seminari, pubblicazioni, inviti pubblici di tutti i tipi che hanno mancato completamente l’obiettivo di rallentare l’ampliamento continuo del riscaldamento globale, delegati di circa 200 paesi sono chiamati a discutere, negoziare e forse firmare nel corso delle prossime due settimane un accordo per definire passi concreti per diminuire le emissioni dannose.

La promessa implicita di qualsiasi forma o modalità di progresso ha riscosso ampio plauso; a fine ottobre Christiana Figueres, segretario esecutivo della United Nations Framework Convention on Climate Change dichiarò che “i consensi e gl’impegni che sono già stati annunciati rappresentano una specie di caparra chiara e determinata per una nuova era di ambizioni per il clima da parte della comunità delle nazioni”.

(http://unfccc.int/2860.php)

Tuttavia, dai programmi e dal tenore degli interventi resi noti, è chiaro fin d’ora che i delegati-negoziatori che si riuniranno a Parigi non prevedono di discutere alcuno dei piani che in qualche modo potrebbero avvicinarsi a raggiungere gli obiettivi da loro stessi indicati al fine di voler limitare l’aumento delle temperature globali a un livello ragionevole di sicurezza.

Va sottolineato che i partecipanti non hanno indicato in nessun modo di voler riprendere e sostenere le raccomandazioni, espresse anni or sono da numerosi scienziati di diverse nazionalità, di definire in modo imperativo un tetto alle emissioni che provocano l’effetto serra come lo strumento indispensabile per raggiungere quegli obiettivi, e determinare come distribuire equamente i livelli di emissioni ammessi. Le diverse nazioni indicano impegni su basi puramente volontarie, indipendentemente le une dalle altre, e tali impegni sono quasi sempre il risultato di un compromesso tra il voler apparire pubblicamente ambiziose ai fini del raggiungimento degli obiettivi e i costi e le difficoltà politiche che implicano i tagli delle emissioni dannose. E anche questi impegni sono generalmente assai al di sotto delle soglie minime necessarie per raggiungere gli obiettivi indicati.

L’argomentazione scientifica parte dalla considerazione, comprovata da numerose simulazioni indipendenti, che la quantità di carbonio che l’atmosfera può assorbire – prima di entrare in un processo irreversibile e rendere inabitabili vaste aree della Terra – è limitata.

Nel 2013 gli scienziati sottoposero ai diplomatici che si occupavano del clima la raccomandazione di considerare la nozione di carbon budget per dare una forma alle discussioni e delimitarle in modo chiaro. La proposta fu disattesa come “impraticabile politicamente” e richieste, anche recenti, di riprenderla in considerazione sono state ignorate.

Il primo elemento assente a Parigi è il “carbon budget”.

Il carbon budget non sarà sul tavolo a Parigi per varie, semplici ragioni: ad esempio, iniziare un serio, approfondito dibattito su tale budget obbligherebbe i delegati a portare all’attenzione generale le ineguaglianze su scala globale che sono al centro della crisi climatica. E costringerebbe i delegati a portare alla superficie qual’è la dimensione reale del problema, quanto è alto il costo dell’aver rinviato le decisioni nel tempo e quanto sono inadeguati i piani per limitare i rischi che sono in discussione a Parigi.

Si consideri per esempio quali impegni hanno offerto l’Europa, gli Stati Uniti e la Cina per la riduzione delle emissioni: sono i piani più ambiziosi mai offerti prima d’ora, eppure, anche se i piani fossero implementati e gli obiettivi realizzati, una recente analisi indica che quelle tre aree del mondo utilizzeranno la quasi totalità di quel che resta di credito di emissioni nell’atmosfera, lasciando ben poco per il futuro agli altri cinque miliardi di abitanti del pianeta o ai loro discendenti.

In altri termini, i maggiori responsabili delle emissioni dannose dovrebbero impegnarsi a dei tagli che sarebbero difficili da raggiungere, sarebbero potenzialmente disastrosi per le loro economie e impossibili da realizzare politicamente.

E ancora: un dibattito serio, impegnato e aperto sucarbon budget aprirebbe la porta a un elemento fortemente contezioso – “ingiustizia climatica” (“climate injustice”): si fa riferimento all’argomentazione che i paesi poveri hanno ben poca responsabilità per il passato del cambiamento climatico, ma sono in prima linea nel sopportarne le conseguenze, e senza possibilità reale di proteggersi.

Molti di questi paesi vogliono sviluppare le loro economie utilizzando combustibili fossili, necessariamente in quantità crescenti nei prossimi anni, ma, dati i rischi provocati dai paesi più ricchi nel corso di anni e anni di emissioni dannose, si trovano sotto forti pressioni di adottare forme di energie più “verdi”, ma certamente più costose.

La nozione di carbon budget è basata su di un obiettivo che i paesi decisero di comune accordo nella speranza di evitare i peggiori effetti del cambiamento climatico: nel 2010 a Cancún fu concordato di mantenere il livello di riscaldamento del pianeta entro il limite di 3,6° Fahrenheit ovvero 2° Celsius al di sopra del livello prevalente prima della Rivoluzione Industriale.

Molti scienziati sono assai scettici che questo limite rappresenti un limite di sicurezza, ma c’è ampio consenso che sorpassare tale limite provocherebbe una serie di catastrofi in tutte le regioni della Terra. La nozione dicarbon budget fu messa in evidenza nel rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change pubblicato a Stoccolma nel 2013.

I partecipanti al Panel calcolarono che il budget globale era già stato utilizzato per circa due terzi da un numero assai limitato di paesi ricchi, ai quali andava aggiunta la Cina. Ai ritmi attuali di livelli di emissioni, la totalità del carbon budget sparirebbe in trenta anni, e forse meno.

È ormai chiaro che, in base a dati e analisi pubblicati da diversi gruppi indipendenti, le promesse e gli impegni attuali di diminuire le emissioni non permetteranno mai di arrivare all’obiettivo del carbon budget. Di fronte alle realtà politiche di moltissimi paesi, parecchi gruppi di scienziati sembrano aver rinunciato a veder preso in considerazione il “carbon budget” a COP 21, ma sostengono che è comunque meglio continuare le negoziazioni piuttosto che smettere di discutere e confrontarsi. Questo nonostante Ms. Christiana Figueres, segretario esecutivo della United Nations Framework Convention on Climate Change, abbia dichiarato a The Guardian, poco dopo la pubblicazione del rapporto di Stoccolma, che “Politicamente sarebbe molto difficile”, di fatto togliendo ilcarbon budget dal tavolo della discussione.

COP 21 di Parigi è la ventunesima edizione; ogni conferenza ha costruito sugli esiti della precedente: l’obiettivo dei 2° Celsius fu stabilito a Copenhagen nel 2009; il Protocollo di Kyoto del 1997, nel quale fu redatto il primo trattato di riduzione delle emissioni paese per paese, fu anch’esso il risultato di esiti precedenti.

A Parigi tuttavia la barra sembra esser posta assai più in alto rispetto alle conferenze precedenti, e una delle ragioni è l’accordo raggiunto nel 2014 dalla Cina e dagli Stati Uniti: U.S.-China Joint Announcement on Climate Change – Beijing, China, 12 November 2014.

(https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2014/11/11/us-china-joint-announcement-climate-change)

Qui di seguito sono riportate alcune tavole sintetiche e simulazioni di possibili innalzamenti delle temperature globali.

All’inizio di COP 21 è opportuno sottolineare che sono ben pochi i paesi che hanno adottato misure che sono poi state rispettate; tra questi vanno ricordati in modo particolare la Bolivia e lo stato americano della California, che stanno dimostrando come si possano diminuire le emissioni pur mantenendo, anzi migliorando, lo stato generale economico e sociale, pur così diverso nei due casi citati, e con orientamenti e credo politici molto lontani.

A dimostrazione delle difficoltà cui debbono far fronte esecutivi anche di grandi paesi quando vogliano intraprendere misure importanti a favore della diminuzione delle emissioni dei gas serra è sufficiente citare le due risoluzioni votate il 17 novembre scorso dal Senato degli Stati Uniti (52 – 46), che di fatto minano alla base la politica decisa in agosto 2015 dal Presidente Obama sul cambiamento climatico. In questo caso si tratta di una vittoria della potente lobby legata all’uso del carbone, ma vanno ricordate le molte lobby presenti in numerosi paesi che semplicemente contestano l’esistenza stessa di pericoli per il clima e sono in grado di creare opposizioni che prolungano i tempi delle decisioni o fanno diluire la portata delle stesse fino a renderle irrilevanti. Il Presidente ha già annunciato che porrà il veto e si prepara a un intervento molto atteso a Parigi.

Al di fuori della conferenza, recenti notizie sono state messe in forte rilievo dalla stampa internazionale: l’annuncio della Bill & Melinda Gates Foundation nel luglio scorso durante un viaggio in Europa di Bill Gates e il rinnovo da parte di Hillary Rodham Clinton dell’impegno, che aveva assunto quando era Segretario di Stato, di far inviare annualmente dai paesi più ricchi 100 miliardi di dollari ai paesi più poveri come contributo alla transizione energetica, cercando di evitare, o almeno rendere meno gravoso, in questi paesi la necessità di aumentare considerevolmente le emissioni come necessario accompagnamento dello sviluppo.

La Fondazione ha annunciato piani per la creazione di un fondo di un miliardo di dollari da investire in cinque anni per l’energia pulita. Nel caso in cui la conferenza di Parigi dovesse giungere a risultati positivi, si assisterebbe nei prossimi anni a una diminuzione dell’utilizzo di gas, petrolio e carbone e a un aumento di fonti di energia rinnovabili – soprattutto eolico e solare. Ma questa transizione richiederà profonde, a volte radicali, innovazioni tecnologiche e investimenti massicci in nuove infrastrutture da parte di governi e industria, che pochi paesi sono attualmente in grado di poter sostenere.

La Fondazione, da quanto è possibile prevedere, intende porsi a monte del processo pluriennale di cambiamento, e non agirà da sola. Il vantaggio di questo posizionamento è evidente: lo sviluppo di nuove tecnologie di vasto, futuro utilizzo implica la creazione di brevetti che genereranno revenues a medio e lungo termine.

Continua… 

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