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I conti in rosso della Spagna per le tangenziali, Trump in Polonia, Correa (Ecuador) contro il suo erede, Gli industriali inglesi e la Brexit, L’europa e la crisi migratoria

finestra sul mondo

Il presidente Usa Trump rivolge un appello alla difesa della Civilta’ occidentale

07 lug 11:30 – (Agenzia Nova) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivolto ieri dalla Polonia un appello alla Civilta’ occidentale a ritrovare l fiducia e l’orgoglio per i propri valori per sconfiggere le minacce interne ed esterne alla propria sopravvivenza. Dietro quello che la Casa Bianca ha grigiamente definito “Parole del presidente Donald Trump al popolo della Polonia”, scrive il “Wall Street Journal”, si cela invece “il nucleo di quella che potrebbe divenire una vera e propria filosofia di governo: una difesa determinata e affermativa della tradizione dell’Occidente”. Nel corso del suo intervento, Trump ha rassicurato la Polonia che non rimarra’ ostaggio di un singolo fornitore di energia, vale a dire la Russia; ha esortato Mosca a rinunciare alla destabilizzazione “in Ucraina e altrove”, ad allontanarsi dall’Iran e ad “unirsi alla comunita’ delle nazioni responsabili”. Ed ha fatto espressamente riferimento all’Articolo 5 del trattato istitutivo della Nato, quello sulla difesa collettiva, che Trump aveva significativamente scelto di trascurare durante la sua prima visita in Europa, quando aveva fatto tappa a Bruxelles, tra i leader dell’Europa occidentale a lui politicamente assai meno affini. Trump, pero’ – sottolinea il “Wall Street Journal – ha scelto una prospettiva piu’ ampia, e “nella tradizione dei migliori discorsi presidenziali” ha affermato “principi e idee collegandoli alla contemporaneita’ politica”: “Gli statunitensi, i polacchi e le nazioni d’Europa danno valore alla liberta’ individuale e alla sovranita’”, ha affermato il presidente, che pero’ ha puntato l’indice contro la rinuncia dell’Occidente alla propria identita’: “Il quesito fondamentale dei nostri tempi e’ se l’Occidente abbia ancora in se’ la determinazione a sopravvivere”, ha tuonato l’inquilino della Casa Bianca, cui i polacchi – sottolinea oggi la stampa Usa – hanno riservato la stessa accoglienza che il presidente avrebbe trovato negli Stati tradizionalmente conservatori dell’Unione statunitense. “Abbiamo ancora la fiducia nei nostri valori necessaria a difenderli ad ogni costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini da proteggere i nostri confini? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civilta’ di fronte a coloro che vorrebbero sovvertirla e distruggerla?”, ha chiesto retoricamente il presidente. Quello di Trump e’ parso un attacco diretto agli orientamenti globalisti e multiculturali che dominano a Washington, ma anche nelle principali capitali dell’Europa occidentale; in particolare, il “Wall Street Journal” ricorda l’appello a non eccedere nell’orgoglio nazionalistico pronunciato dall’ex presidente Usa Barack Obama in occasione del Giorno dell’indipendenza, il 4 luglio scorso. Non a caso, tra gli architetti dell’ambizioso discorso di Trump ci sarebbe il su consigliere Stephen Miller, esponente di primo piano della corrente populista e nazionalista della Casa Bianca che ha il suo punto di riferimento in Steve Bannon. A Varsavia, Trump ha spronato i popoli occidentali a ritrovare l’orgoglio per la loro identita’: “Dobbiamo lavorare assieme per fronteggiare forze, dall’interno o dall’esterno, da sud o da est, che minacciano di minare i nostri valori e cancellare i legami della cultura, della fede e della tradizione che fanno di noi cio’ che siamo”, ha sollecitato il presidente. “Il mondo non ha mai conosciuto nulla di paragonabile alla nostra comunita’ di nazioni. Componiamo sinfonie, perseguiamo l’innovazione; celebriamo i nostri antichi eroi, abbracciamo le nostre tradizioni e i nostri usi senza tempo. Puntiamo a scoprire ed esplorare sempre nuove frontiere. Premiamo l’ingegno, e puntiamo all’eccellenza. Conserviamo capolavori d’arte che venerano Dio. Proteggiamo la supremazia del diritto, il diritto di parola e di espressione. Le nostre donne sono pilastri della nostra societa’ e del nostro successo. Poniamo al centro delle nostre vite la famiglia, non i governi e le burocrazie, e siamo sempre aperti al dibattito. Affrontiamo e discutiamo ogni idea, cosi’ da conoscere meglio noi stessi”, ha detto il presidente, che poi e’ tornato ad affrontare il tema dell’azione politica, esprimendo un orientamento pragmatico: “Prenderemo decisioni sulla base dei loro esiti concreti, e non di una ideologia inflessibile”, ha detto Trump. Secondo il “Wall Street Journal”, col suo discorso e il suo elogio alla sollevazione dei polacchi contro l’Unione sovietica, nel 1979, Trump ha scelto “di chiamare l’Occidente all’azione”, e “di allinearsi allo stesso avvertimento rivolto anni fa all’Europa dal cardinale Joseph Ratzinger, divenuto papa Benedetto”. Se da un lato il “Wall Street Journal” saluta il discorso di Trump come una importante pagina della storia occidentale, la “Washington Post” accusa il presidente Usa di voler innescare una guerra di civilta’, e di diffondere un “allarmismo nazionalista” in aperto contrasto con “l’ottimismo dei leader europei” riuniti ad Amburgo. Secondo l’opinionista Eugene Robinson, le parole del presidente sono l’espressione di una mente rozza e ottusa che non ha mai letto “qualche libro di storia”: se il presidente lo avesse fatto, afferma Robinson, “saprebbe che per la maggior parte degli ultimi 2 mila anni Cina e India sono state le potenze economiche dominanti, mentre l’Europa e’ stata una periferia relativamente primitiva. La civilta’ occidentale, secondo l’opinionista, non merita alcuna celebrazione intrinseca: “Non c’e’ nulla di puro nella civilta’ occidentale. La sua forza e’ stata la capacita’ di assorbire e incorporare influenze esterne”.

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Spagna, oltre tre miliardi di euro per rifondere i conti in rosso delle tangenziali

07 lug 11:30 – (Agenzia Nova) – La crisi delle strade a pedaggio in Spagna, affondate in una situazione patrimoniale in rosso, e’ vicina alla fine. ma non si sa quanto possa costare ai contribuenti. Lo scrive il quotidiano spagnolo “El Mundo” presentando l’ultimo rapporto stilato dalla corte dei conti locali sull’esame delle spese nazionali, da cui si evince che l’operazione costerebbe almeno 3 miliardi e 718 milioni di euro. Si tratta dell’importo che lo Stato dovrebbe pagare per il fallimento delle concessioni e il passaggio delle attivita’ in mano pubblica. Un passaggio che si celebrera’ all’inizio del 2018, ha spiegato il ministro dello Sviluppo Inigo de la Serna. Il governo intende rimettere all’asta le concessioni, gia’ entro la fine del 2018, per un totale di 700 milioni di euro. la quota fissata dal “tribunal de cuentas” potrebbe essere ridotta con il conteggio di parte degli utili registrati negli anni a potrebbe essere anche aggravato dagli esiti delle cause di esproprio dei terreni necessari alla costruzione delle arterie, cause gia’ avanzate o ancora da venire. Solo per coprire i rimborsi necessari per la costruzione di due tangenziali che garantiscono l’accesso alla capitale Madrid – la “R3” e la “R5” – l’esborso sarebbe di almeno 229 milioni di euro. il problema del bilancio delle autostrade, che grava da mesi sull’agenda di governo, e’ secondo le ricostruzioni principali dovuta a una sopravvalutazione del volume di traffico che si sarebbe potuto registrare, unito all’aumento dei costi di costruzione di alcune delle arterie. Situazione aggravata dal successivo esordio di strade alternative senza pedaggio. Ma il grande problema, hanno riportato nel tempo i media, sono proprio gli espropri dei terreni.

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Ecuador, l’ex presidente Correa contro il suo erede

07 lug 11:30 – (Agenzia Nova) – Lo stile del nuovo presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno, non piace al suo predecessore e antico alleato Rafael Correa. L’ex capo di Stato, alla guida del paese sudamericano per dieci anni, ha criticato la decisione di restituire alla Conaie – una organizzazione indigena – la sede sequestrata in precedenza perche’ sospettata di ospitare attivita’ politiche illecite. La decisione “e’ un altro inutile dispetto al mio governo. La strategia di ‘differenziarsi’ non e’ solo sleale, e’ mediocre”, ha scritto Correa su twitter. I due hanno condiviso, all’interno dello stesso partito Alianza pais, il progetto di “rivoluzione cittadina” che ha retto il paese per due lustri ma l’attuale presidente ha dal suo insediamento, poco piu’ di un mese fa, reso chiaro che gli eccessi verbali e la propensione allo scontro del suo predecessore non facevano parte del suo repertorio. “Continuiamo nell’impegno di riconciliare il paese. Per l’odio, non contate su di me”, ha risposto Moreno in primo tweet preceduto, come tanti altri, dallo slogan “il dialogo continua”. Poco dopo ne ha pubblicato un secondo, piu’ velenoso, che contiene la definizione della sindrome di astinenza, nel quale e’ difficile non vedere la critica alla esuberante presenza di Correa sui social. Correa e’ in procinto di partire per il Belgio dove ha intenzione di trasferirsi per almeno un anno, dedicandosi allo studio e alla vita privata. Una decisione maturata da tempo, accompagnata dalla promessa di non voler piu’ tornare alla vita politica attiva in patria, promessa su cui pero’ gli analisti continuano ad esercitare una certa dose di scetticismo. Staff e sostenitori dell’ex presidente, artefice soprattutto nella prima fase del suo mandato di un processo di accelerazione dell’economia accompagnato da grandi investimenti sociali, temono che il progetto possa sfumare dietro la patina di moderazione rivendicata da Moreno. Il capo di Stato ha rinunciato alle trasmissioni fiume televisive settimanali con cui Correa illustrava al paese i meriti della sua azione di governo, ha aperto le porte del palazzo alle opposizioni e concesso maggiore protagonismo anche agli altri membri del governo. Al momento, in un paese che ha conosciuto seppur con ritardo il morso della crisi economica, i sondaggi sembrano premiare lo stile meno rissoso promosso dal presidente. Ma la vera prova del cambio, vigilano alcune testate locali, la si misurera’ sulle azioni concrete di governo e sul ruolo che il partito quasi unico ha sin qui esercitato nell’esperienza ecuadoriana.

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Germania, perche’ l’avanzo delle partite correnti e’ un male per l’economia mondiale

07 lug 11:30 – (Agenzia Nova) – E’ dedicata alla Germania la copertina dell’ultimo numero del settimanale britannico “The Economist”, dal titolo “Il problema tedesco”. Al G20 di Amburgo la divisione e’ netta: da una parte il protezionismo degli Stati Uniti di Donald Trump, dall’altra il libero mercato della Germania di Angela Merkel. L’autorevole periodico non ha dubbi su quale dei due abbia gli argomenti migliori, ma riconosce che il presidente statunitense dice una scomoda verita’ quando solleva il problema del surplus tedesco, di 300 miliardi di dollari, il piu’ grande del mondo. La Germania risparmia troppo e spende troppo poco e cio’ indebolisce la sua difesa del libero mercato. L’avanzo tedesco non e’ il risultato di una politica mercantilista, come sostengono alcuni osservatori stranieri, ne’ il riflesso dell’invecchiamento della societa’, come sostengono, invece, fonti ufficiali tedesche: il tasso di risparmio delle famiglie, anche se alto, e’ stabile da anni; l’incremento deriva dal governo e dalle imprese. Alla base c’e’ un accordo pluridecennale tra le aziende e i sindacati sul contenimento dei salari, per tenere competitive le esportazioni. La moderazione salariale e’ al servizio dell’economia nazionale, trainata dall’export, dalla ripresa del secondo dopoguerra; e’ un istinto che aiuta a spiegare la trasformazione del paese a partire dagli anni Novanta da malato d’Europa a campione. Il modello tedesco e’ per molti versi invidiabile. L’armonia tra le parti sociali e’ una delle ragioni del successo. Le imprese hanno potuto investire liberamente senza la preoccupazione di rivendicazioni sindacali. Lo Stato ha fatto la sua parte promuovendo un sistema di formazione professionale ammirevole. Si deve anche a questo se le prospettive dei laureati sono ancora abbastanza buone, mentre negli Usa sono peggiorate; e’ uno dei motivi per cui il partito di estrema destra Alternativa per la Germania resta ai margini della politica. Tuttavia, gli aspetti negativi stanno diventando sempre piu’ evidenti; l’economia tedesca e il commercio globale sono pericolosamente sbilanciati: la moderazione salariale, infatti, comporta meno consumi e meno importazioni. La spesa dei consumatori e’ scesa al 54 per cento del prodotto interno lordo, contro il 69 per cento degli Stati Uniti e il 65 per cento del Regno Unito. Gli esportatori non reinvestono i profitti in patria. E il caso non e’ isolato: stanno accumulando surplus anche la Svezia, la Svizzera, la Danimarca e i Paesi Bassi. Una grande economia a pieno impiego che gestisce un avanzo delle partite correnti eccedente dell’otto per cento il Pil mette sotto uno sforzo eccessivo il sistema commerciale globale. Per compensare questa eccedenza e sostenere una domanda aggregata sufficiente a mantenere la gente al lavoro, il resto del mondo deve ricorrere al credito e spendere altrettanto eccessivamente. In alcuni paesi, in particolare l’Italia, la Grecia e la Spagna, il deficit persistente e’ un fattore di crisi e il risanamento e’ doloroso. Il problema puo’ essere risolto? Forse il surplus sara’ eroso da un aumento degli stipendi, come e’ avvenuto in Cina: i prezzi immobiliari stanno salendo dopo anni di declino e le forze politiche della moderazione salariale stanno perdendo influenza; anche l’euro potrebbe apprezzarsi. Tuttavia, l’istinto tedesco alla cautela e’ profondamente radicato. Il governo dovrebbe aiutare la spesa. C’e’ una vasta gamma di progetti meritevoli tra i quali scegliere: gli edifici scolastici e le strade si stanno deteriorando, la digitalizzazione e’ in ritardo, l’espansione dei servizi potrebbe portare piu’ madri a lavorare a tempo pieno. Soprattutto la Germania deve riconoscere che il suo eccesso di risparmio e’ una debolezza.

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Regno Unito, gli industriali chiedono di restare nel mercato unico fino alla conclusione dell’accordo sulla Brexit

07 lug 11:30 – (Agenzia Nova) – La Confederation of British Industry, la confederazione industriale del Regno Unito, riferisce il “Financial Times”, ha invocato la permanenza nel mercato unico e nell’unione doganale finche’ non entrera’ in vigore l’accordo con l’Unione Europea, una richiesta certamente sgradita ai Brexiter piu’ intransigenti del governo guidato da Theresa May. La direttrice della Cbi, Carolyn Fairbairn, alla vigilia dell’incontro di oggi tra rappresentanti della comunita’ di impresa (sono attesi, tra gli altri, gli amministratori delegati di Barclays, Bt, EasyJet, Royal Dutch Shell, Discovery, Hsbc, Lloyd’s e Tesco) e dell’esecutivo, ha avvertito che l’incertezza sta cominciando a danneggiare l’economia: gli ultimi dati evidenziano un calo dei posti di lavoro creati dagli investimenti interni del nove per cento nel 2016-17. Cio’ vuol dire che le compagnie britanniche stanno cambiando o rallentando i piani di investimento per la preoccupazione di gravi danni nel caso di un’uscita dall’Ue senza un accordo commerciale, anche se il dipartimento del Commercio internazionale segnala un’espansione del due per cento degli investimenti delle societa’ straniere. Per la leader degli industriali, restare per “un periodo limitato di transizione” nel mercato unico consentirebbe di preparare la strada per un futuro migliore ed evitare molti problemi con i dazi, la burocrazia e la regolamentazione. La proposta dell’organizzazione, dunque, e’ una fase “ponte” dal marzo 2019, data prevista dell’uscita, al nuovo assetto, per garantire il massimo della continuita’. Tale posizione puo’ trovare un sostenitore a Downing Street in Philip Hammond, il cancelliere dello Scacchiere, la voce piu’ influente a favore della Brexit “morbida”, dell’allineamento all’unione doganale e della tutela dell’economia. Secondo fonti governative, alcuni sottosegretari moderati stanno proponendo uno scenario “due piu’ due”, in linea con le istanze degli imprenditori: due anni di negoziati piu’ due anni di permanenza nel mercato unico e nell’unione doganale. Il segretario per la Brexit, David Davis, ha invece suggerito di recente che il paese potrebbe essere fuori dall’unione delle dogane nel 2019. Anche la premier May e’ contraria a rimanere nel mercato unico a lungo termine perche’ cio’ comporterebbe l’accettazione della libera circolazione delle persone. Il suo predecessore, David Cameron, in privato, avrebbe suggerito a esponenti Tory di lavorare a una soluzione di tipo norvegese, ovvero all’appartenenza allo Spazio economico europeo: cio’ vorrebbe dire pieno accesso al mercato unico, ma nessun coinvolgimento nella formulazione delle sue regole.

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Crisi migratoria, i paesi europei cercano di aiutare l’Italia senza impegnarsi

07 lug 11:30 – (Agenzia Nova) – Le richieste dell’Italia ai partner europei in materia di crisi migratoria non saranno soddisfatte: lo ammette francamente il quotidiano francese “Le Monde” in un articolo firmato a due mani dai suoi corrispondenti a Roma, Je’rome Gautheret, ed a Bruxelles, Jean-Pierre Stroobants, in cui si da’ conto dei risultati sia del vertice dei ministri dell’Interno dell’Unine Europea tenutosi ieri giovedi’ 6 luglio a Tallin, in Estonia, che della conferenza ministeriale dei paesi di transito confinanti con la Libia organizzata sempre ieri a Roma da Italia e Francia. Alle sue richieste al contempo simboliche ed assai concrete, l’Italia ha ottenuto dai partner europei solo dichiarazioni di principio e di solidarieta’: il “Monde” cita cosi’ le dichiarazioni fatte a Tallin dal ministro della Giustizia estone Andres Anvelt e dal commissario Ue alle Migrazioni Dimitris Avramopoulos, e la vaga promessa fatta a Roma dal ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian. Nell’ordine del giorno del vertice di Tallin non e’ stata neppure discussa la proposta italiana di far sbarcare nei porti di altri paesi europei alcune delle navi delle organizzazioni non-governative (Ong) che raccolgono davanti alle coste della Libia i migranti in rotta verso l’Italia. Stessa sorte per il “codice di condotta” delle Ong che era stato evocato ala vigilia in un vertice tripartito a Parigi dei ministri di Francia, Italia e Germania. All’Italia non resta che il modesto incremento dell’impegno in materia di “rilocalizzazione” dei richiedenti asilo in Francia ed in Germania e l’aumento degli aiuti finanziari da parte di Bruxelles. Oltre all’annuncio fatto dalla Commissione europea che un “centro di coordinamento” potrebbe essere creato a Tripoli per supervisionare i soccorsi in mare nel Mediterraneo meridionale dalla Spagna alla Grecia; ma non prima del 2018 e sempre che, scrive il “Monde”, nel frattempo si sia stabilizzato e consolidato il governo in Libia.

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Italia, il Fondo strategico per alimentare il “made in Italy”

07 lug 11:30 – (Agenzia Nova) – La Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) e’ piu’ che mai il braccio armato della politica economica del governo italiano, che vuole rafforzare la crescita italiana attraverso le esportazioni: lo scrive sul quotidiano francese “Les Echos” il corrispondente da Roma Olivier Tosseri in un articolo dedicato al lancio del Mid Market Growth Equity Fund, l’ultima incarnazione del Fondo strategico italiano (Fsi) che sei anni fa la Cdp aveva appunto istituito per concentrarvi le proprie partecipazioni nelle aziende di interesse nazionale. Il Mid Market Growth Equity Fund sara’ diretto dall’attuale amministratore del Fsi, Maurizio Tamagnini, che ne ha presentato la missione come “un ponte tra le eccellenze italiane e gli investitori a lungo termine, tra cui ci saranno diversi fondi sovrani, per fornire alle imprese il carburante finanziario necessario alla loro crescita”: in pratica, spiega il giornale francese, si focalizzera’ sulle aziende del “made in Italy” favorendone il consolidamento sui mercati internazionali. L’azionista di maggioranza sara’ ovviamente la Cdp, che ne manterra’ il 25 per cento del capitale: ma il nuovo fondo punta a raddoppiare rapidamente la sua dotazione di un miliardo di euro coinvolgendo fondi sovrani del Medio Oriente, come quelli del Kuwait e del Qatar, ma pure dell’Asia centrale e dell’Estremo Oriente, nonche’ alcune banche centrali europee e grandi gruppi assicurativi; in prospettiva si pensa anche di riuscire a suscitare l’interesse dei fondi pensionistici italiani ed internazionali. Il Mid Market Growth Equity Fund secondo il giornalista francese e’ stato lanciato specificatamente per difendere l’italianita’ dopo l’ondata di acquisti, soprattutto da parte di grandi gruppi francesi, di aziende prestigiose come Bulgari o Parmalat: l’obbiettivo e’ di aiutare le imprese familiari italiane a crescere, preparare la successione e sbarcare in Borsa. Insomma, scrive “Les Echos”, il nuovo fondo vuole trasformare i campioni del “made in Italy” da possibili prede dei capitali internazionali a predatori sui mercati mondiali.

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Ex ministro Esteri greco Varoufakis, un New Deal per il XXI secolo

07 lug 11:30 – (Agenzia Nova) – Le elezioni in Francia e nel Regno Unito evidenziano la contraddizione politica vissuta dall’Europa, che vede l’establishment continentale al contempo “vulnerabile e vigorosa” di fronte alle tensioni nazionalistiche del Vecchio continente. A scriverlo, in un editoriale sul “New York Times”, e’ l’ex ministro degli Esteri greco Yanis Varoufakis, secondo cui questa contraddizione e’ impersonata dal presidente francese neoeletto, Emmanuel Macron: un leader “il cui curriculum lo qualifica come beniamino delle elite, ma che al contempo ha cavalcato un’ondata anti-establishment” per approdare all’Eliseo. Un paradosso simile traspare dal sorprendente risultato dei Laboristi alle elezioni appena tenutesi nel Regno Unito. Gli Outsider salgono alla ribalta un po’ in tutto l’Occidente, “ma cio’ non si traduce necessariamente in un indebolimento degli insider”. Il risultato “e’ una situazione in cui l’establishment politica ha perduto la sua inattaccabile autorita’, ma sopravvive per l’assenza di sostituti credibili”; l’esito di questa situazione e’ “la nube di incertezza e volatilita’” che grava oggi sul Continente europeo. Varoufakis ripercorre le tappe che a suo dire hanno portato a questo esito, e in particolare al circolo vizioso di una lotta politica tra avversari che si odiano “ma si rinforzano a vicenda”, definendo la propria identita’ e mobilitando i propri sostenitori proprio in virtu’ di questo odio. Secondo l’ex ministro greco, l’alternativa a questo stallo e’ offerta “dall’internazionalismo progressista del Partito laborista di Corbyn, dei sostenitori di Bernie Sanders (negli Usa, ndr) e dal movimento anti austerita’ greco”. L’Occidente, sostiene Varoufakis, deve “rigettare sia il globalismo che l’isolazionismo, in favore di un autentico internazionalismo”, che “non consiste ne’ in una maggiore deregolamentazione ne’ in un piu’ massiccio stimolo keynesiano, ma nella ricerca di utilizzi costruttivi per la sovrabbondanza globale di risparmi”. Si tratta insomma, secondo l’ex ministro, di intraprendere un “New Deal internazionale” che tragga ispirazione dal piano di Franklin D. Roosevelt per la mobilitazione dei capitali privati inattivi: non attraverso programmi “tassa e spendi”, ma attraverso “una partnership tra banche centrali e banche di investimento pubbliche”. Sotto gli auspici e la direzione del Gruppo dei 20, le banche di investimento potrebbero “emettere obbligazioni in maniera coordinata, che le banche centrali “sarebbero pronte ad acquistare, laddove necessario”. In questo modo, sostiene Varoufakis, “il pool di risparmi globale fornirebbe i fondi necessari a grandi investimenti in progetti per il lavoro, per le regioni, per la salute, per l’educazione e le tecnologie rinnovabili di cui l’umanita’ ha bisogno”. Il passo ulteriore sarebbe “un commercio piu’ bilanciato, tramite l’istituzione di una “stanza di compensazione internazionale” gestita dal Fondo monetario internazionale (Fmi). “Lo scontro fasullo tra globalizzazione e nazionalismo sta minando il futuro dell’umanita’”, conclude l’autore dell’editoriale, che invoca “un nuovo spirito internazionalista” come fondamento di nuove istituzioni che “servano l’interesse dei molti”.

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G-20 Amburgo, un vertice sull’Africa senza l’Africa

07 lug 11:30 – (Agenzia Nova) – Il vertice del G20 in corso ad Amburgo si contraddistingue anche per un’assenza, scrive la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”: si tratta dell’assenza dell’Africa, sia dalla lista dei partecipanti – l’unico paese del Continente a partecipare al summit e’ il Sudafrica – sia dall’agenda delle questioni politiche, nonostante l’Africa sia al centro di dinamiche economiche, sociali e demografiche cruciali per il futuro del pianeta. Quello di Amburgo, scrive il quotidiano, si preannuncia l’ennesimo vertice dalle grandi aspettative e i magri risultati per il grande Continente del Sud del mondo. La crisi dei rifugiati sembrava essere un punto focale della discussione, cosi’ la discussione di un piano Marshall per l’Africa e la cooperazione allo sviluppo. Tuttavia la maggior parte dei paesi dell’Unione europea non si sente colpita in prima persona nella crisi dei rifugiati, almeno non come la Germania. Sembra un po’ ipocrita il fatto che ora si pensi alla cura delle crisi, della fame, delle fughe dalla guerra, della corruzione e della cattiva gestione degli Stati africani e per 50 anni non si sia fatto assolutamente nulla o quasi, scrive il quotidiano. Eppure paesi come la Cina o l’India, che oggi sono protagonisti ad Amburgo, provano che laddove esista la volonta’ politica e di cooperazione internazionale molti dei problemi di sviluppo e integrazione che affliggono l’Africa possono essere risolti. E’ anche vero, scrive la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, che riversare il denaro dei contribuenti in aiuti ha poco senso, se a scarseggiare e’ anche la volonta’ dei governi beneficiari. Esistono comunque esempi circoscritti di programmi che hanno esibito risultati tangibili: la costruzione di scuole per le ragazze in Afghanistan, il microcredito in Bangladesh o le turbine eoliche e gli impianti fotovoltaici in Africa. Altro tema caldo e’ quello delle migrazioni, ma eccezione fatta per il Sudafrica e per gli Stati direttamente interessati dal fenomeno, come l’Italia, nessuno dei paesi riuniti del G20 pare intenzionato ad affrontare seriamente il problema. Solo se i Paesi industrializzati inizieranno a prendere la situazione africana finalmente sul serio potra’ cambiare qualcosa. Il quotidiano tedesco cita ad esempio l Somalia, paese africano devastato da siccita’, corruzione e terrorismo islamista. La politica tedesca e internazionale in Somalia e’ attualmente limitata alla mitigazione dei conflitti e agli aiuti umanitari. Le Forze armate sono attive con l’operazione Atalanta al largo delle coste del Paese e promuovono lo sviluppo delle strutture di sicurezza nell’ambito della missione Eutm Som. Il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel e’ stato in Somalia all’inizio di maggio e ha promesso piu’ di 140 milioni di euro in aiuti umanitari. Durante l’ultima carestia nel 2010-2012 circa 260.000 persone sono morte. Gli aiuti umanitari e la sicurezza, tuttavia, sono troppo spesso le uniche dimensioni della politica dei paesi sviluppati in Africa, perche’ sono le uniche a poter essere “vendute” alle opinioni pubbliche domestiche. Questa condotta a meta’ tra la miopia e l’opportunismo politico pietista, conclude il quotidiano, rende le nazioni industriali corresponsabili dello stato dell’Africa, generalmente pietoso nonostante sei decenni di dispendiosissima assistenza allo sviluppo.

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G20 Amburgo, alcuni dei partecipanti e le loro aspettative

07 lug 11:30 – (Agenzia Nova) – Quali gli obiettivi dei principali attori del G20 che si apre oggi ad Amburgo, e quali le concrete possibilita’ di conseguirli? Il presidente statunitense Donald Trump ha gia’ annunciato prima del vertice di voler uscire dall’accordo sul clima di Parigi, ed esprime una posizione in larga parte incompatibile con l’apertura dei suoi interlocutori al libero commercio globalizzato. Con il suo motto “America first” ha avviato una rinegoziazione degli accordi gia’ sottoscritti dagli Usa e non ha escluso il ricorso a misure protezionistiche. Washington chiede un’azione piu’ decisa e sanzioni piu’ severe contro la Corea del Nord, soprattutto da parte della Cina. Molto probabilmente rifiutera’ la mediazione offerta dalla Russia, che propone un ridimensionamento della presenza militare Usa nella Corea del Sud in cambio della rinuncia di Pyongyang al suo programma nucleare. Con il presidente russo Vladimir Putin, che incontrera’ oggi, a margine del summit, Trump discutera’ quasi certamente delle intromissioni imputate a Mosca nelle elezioni presidenziali statunitensi dello scorso anno. Per quanto riguarda la Siria, invece, i due paesi sembrano propensi ad intraprendere un dialogo e una cooperazione piu’ stretta, per evitare un ulteriore peggioramento della crisi. La Germania ha ribadito di voler correggere anzitutto la posizione dell’amministrazione presidenziale Usa in merito al commercio globale. “Vogliamo spiegargli che “America first” non significa “solo” America. E noi non siamo delle appendici delle politiche altrui”, ha detto il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel (Spd), negli ultimi mesi ha rivolto a Trump dichiarazioni a dir poco bellicose. Il presidente russo Putin ha finora espresso solo pochi obiettivi chiari in vista del vertice. In un articolo pubblicato sul quotidiano “Handelsblatt” ha affermato di condividere le priorita’ della presidenza tedesca sia riguardo il commercio, sia in merito al clima, ed ha puntato l’indice contro le sanzioni, che ritiene uno strumento protezionistico sotto mentite spoglie. Il consigliere del Cremlino Juri Uschakow ha descritto l’incontro come “cruciale per la stabilita’ e la sicurezza internazionale”. Il cancelliere tedesco Angela Merkel, in qualita’ di ospite, avra’ un ruolo speciale. Ad Amburgo vorrebbe un impegno comune sulla protezione del clima. Altro tema importante sara’ quello dell’assistenza e lo sviluppo dei Paesi africani. La digitalizzazione e Internet per tutti entro il 2025 saranno al centro degli interventi del cancelliere, oltre alla tutela dei minori sfruttati nel mercato del lavoro. Le probabilita’ che il cancelliere ottenga risultati concreti sul clima, l’Africa e il libero scambio sono minime, secondo alcuni commentatori. Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan vorrebbe dagli Stati Uniti la consegna del suo nemico giurato, il predicatore Fethullah Gulen – in esilio in Pennsylvania – cui imputa il colpo di Stato fallito dello scorso anno. C’e’ poi la questione curda: gli Usa consegnano armi alla milizia Ypg per sostenerne la lotta contro lo Stato islamico nel nord della Siria, ma le milizie sono ritenute a tutti gli effetti un’organizzazione terroristica dalla Turchia, al pari del Partito curdo dei lavoratori (Pkk). L’incontro tra Erdogan e il cancelliere Merkel sara’ senz’altro teso, tanto per la detenzione del giornalista Deniz Yuecel da parte della Turchia, quanto per le questioni legate allo spionaggio dei servizi turchi in Germania. Erdogan, pero’ – ricorda la stampa tedesca – puo’ sempre impugnare il patto sui rifugiati con la Ue. Il Presidente cinese Xi Jinping si vedra’ rinfacciare le barriere protezionistiche commerciali e la questione dei diritti umani violati dal governo di Pechino. Un potenziale argomento di conflitto ad Amburgo potrebbe poi essere la disputa sulla Corea del Nord, con cui Pechino ha ulteriormente intensificato gli scambi commerciali. Il premier italiano Paolo Gentiloni mettera’ sul tavolo principalmente l’emergenza migranti. Ad Amburgo vorra’ certamente porre la questione come un disastro umanitario globale, avendo gia’ ricevuto un riscontro negativo durante la riunione che si e’ tenuta giovedi’ a Tallin fra i ministri degli Interni della Ue. Tuttavia ad Amburgo portera’ anche una serie di problemi che affliggono la Penisola: l’alto tasso di disoccupazione, la lenta crescita economica e il recente salvataggio di alcune banche da parte dello Stato. E’ improbabile che si possa aspettare risultati concreti in merito ai migranti, tuttavia provera’ a posizionarsi a fianco alla Merkel e Macron in qualita’ di terzo partner importante nel G20. Il presidente sudafricano Jacob Zuma e’ l’unico rappresentante del suo continente al vertice ed e’ un rappresentante debole, anche all’interno del suo stesso paese, a causa delle accuse di nepotismo e corruzione che gravano sul suo governo e che sono culminatei n molteplici richieste di dimissioni. Difficilmente, scrive lo “Spiegel”, Zuma sara’ in grado di proporsi come rappresentante degli interessi dell’Africa intera.

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