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Confusione sulla riduzione delle ‘quote’ obbligatorie di investimento da parte di Mediaset, Sky, Netflix e Amazon…

tv

L’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult ieri giovedì 14, sulle colonne della rubrica “ilprincipenudo” per il quotidiano online “Key4biz” ha commentato l’approvazione, mercoledì pomeriggio, da parte del Parlamento (Commissioni VII e IX del Senato) del parere al Governo sul decreto di riforma del “Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi”, il cosiddetto “Tusma”: l’atto interviene su diverse questioni, ma una delle più importanti è senza dubbio quella delle “quote”, ovvero degli obblighi imposti ad emittenti e piattaforme, rispetto all’investimento in opere di produzione europea ed italiana.

Grande è la confusione, così come grande è il deficit di conoscenza: non esiste nessun documento pubblico che spieghi ragionevolmente perché è indispensabile una riforma dell’attuale sistema delle quote, ovvero che sia necessario abbassarle oppure innalzarle.

Può sembrare incredibile, ma così è: ad oggi, 15 marzo 2024, esiste soltanto una paginetta, tratta dalla relazione annuale al Parlamento dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) presentata il 19 luglio 2023, nella quale si legge che, per l’anno 2021 (indisponibili ancora i dati del 2022 e certamente quelli del 2023, anche se siamo in un’Italia “digitalizzata”), sia le emittenti sia le piattaforme hanno rispettato le quote di investimento allora obbligatorie.

Perché, allora – ci domandavamo ieri – questa esigenza di gioco al rialzo o al ribasso?!

Per una questione “di principio”?!

Per una esigenza idelogico-politica di far prevalere le ragioni del mercato su quelle dello Stato?

Perché si deve ri-affermare (da parte dei grossi “player”) la necessità di ridurre “lacci e lacciouli”?

Commentavamo ieri come, sulla vicenda (complessa), l’interpretazione positiva del Presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone (Fratelli d’Italia), si scontrasse con l’avversa interpretazione degli esponenti dell’opposizione, in primis Anna Laura Orrico (Movimento 5 Stelle)…

Revisione delle quote obbligatorie di investimento nel “Tusma”: chi ha ragione? chi ha torto?

La “vera verità” non è possibile conoscerla, perché – ribadiamo – non esiste un dataset che consenta di comprendere se e come hanno le quote effettivamente rafforzato il sistema produttivo dell’industria dell’immaginario italiano.

Ed oggi, venerdì 15 marzo 2024, si ha una riprova di questa carenza di informazioni, di dati, di analisi, che consentono contrapposte visioni della questione: da segnalare che il quotidiano “il Fatto” (cui va dato merito di aver acceso i riflettori sulla questione, unica testata assieme a “Key4biz”) oggi addirittura spara una notizia in prima pagina, sostenendo che il parere maturato dalle Commissioni Cultura e Industria del Senato mercoledì pomeriggio non rispetterebbe quanto previsto dal Consiglio di Stato, e quindi ci sarebbe il rischio di una procedura di infrazione rispetto alle norme superiori dell’Unione Europea. Francamente, questa volta temiamo che il giornalista Giacomo Salvini sia scivolato su una buccia di banana (peraltro commette anche un’imprecisione, sostenendo che la sotto-quota di investimento del 50 % a favore delle opere audiovisive italiane aumenta dal 50 % al 70 % della quota “superiore” di complessivo obbligo di investimento in opere europee soltanto per le piattaforme, allorquando essa cresce anche per le emittenti televisive).

Ci sembra infatti che il Consiglio di Stato – esattamente come l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni – abbia suggerito al Parlamento di attivare meccanismi più elastici e più flessibili: il che non emerge esattamente nel parere approvato dalle due Commissioni riunite, che, di fatto, confermano il sistema delle quote, ma allentano ed al contempo rafforzano le percentuali di investimento in opere (in sintesi: dal 12,5 % al 10 % per le emittenti, e dal 20 % al 16 % per le piattaforme, incrementando però dal 50 a 70 % la “sotto-quota” per le opere italiane).

E, non a caso, a proposito di interpretazioni positive, il quotidiano confindustriale “Il Sole 24 Ore” oggi propone il giudizio della Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, che sostiene che la riforma del “Tusma” determinerà un “aumento degli investimenti sulle produzioni italiane”.

La senatrice ha in parte ragione, in parte no, come andremo a dimostrare.

In effetti, la “sotto-quota” per le opere italiane passa dal 6,25 % al 7,00 % per le tv e dal 10 all’11,2 per le piattaforme… Questo incremento di 0,75 punti percentuali per le tv e di 1,12 punti percentuali per le piattaforme potrebbe avere una sua lettura positiva, ma esso è un sotto-insieme dell’insieme relativo alle opere europee, e su, questo insieme, si interviene al ribasso: dal 12,5 % al 10 % per i “broadcaster” e dal 20 % al 16 % per gli “over-the-top”.

Malignamente o ironicamente, si potrebbe sostenere che stiamo assistendo, ancora una volta, a numerologie fantasiose, a fuochi d’artificio numerici…

A quanto è dato sapere, è stato il Ministro Gennaro Sangiuliano ad imporsi, rispetto all’innalzamento dal 50 % al 70 % dell’obbligo di investimento nel “made in Italy” audiovisivo, a fronte di un atteggiamento originariamente più “liberal” ovvero “lasco” assunto dalla Lega Salvini.

Interessa, dell’intervista odierna di Andrea Biondi de “il Sole 24 Ore”, quel che la Sottosegretaria delegata a cinema e audiovisivo e industrie culturali, annuncia rispetto ai tempi dell’altra importante “riforma” (parallela a quella del Tusma), ovvero la riforma del mitico strumento del “tax credit”, voluta fortemente dal Ministro Gennaro Sangiuliano (Fratelli d’Italia): la riforma verrà avviata “entro l’estate”.

Perché è necessario tutto questo tempo per la riforma del “tax credit”?! Non è dato sapere.

Per mantenere tutto il settore in ansia?!

Ha ragione – in questo – il Presidente dell’Anica, Francesco Rutelli, nel sostenere che sarebbe necessario garantire “certezze” agli operatori del settore.

Si tratta delle stesse certezze che lo Stato dovrebbe garantire alla Rai, rispetto alla compensazione della riduzione dei ricavi derivanti dalla riduzione del canone da 90 euro a 70 euro all’anno per il 2024, ed invece – come è noto – la Legge di Bilancio 2024 ha garantito un flusso compensativo di 420 milioni di euro per quest’anno, ma per gli anni successivi permane totale incertezza (a proposito degli auspici retorici a garantire l’indipendenza del servizio pubblico radiotelevisivo dalla “politica”…).

La Sottosegretaria dichiara che oggi ci sarebbe stata una riunione “per ultimare il riparto” dei 700 milioni di euro del Fondo Cinema e Audiovisivo (per l’anno 2024): curioso annuncio, dato che questa ripartizione deve essere sottoposta al parere del massimo organo di consulenza del Ministero della Cultura, il Consiglio Superiore per il Cinema e l’Audiovisivo, e, alla data odierna, non risulta che il Ministro Gennaro Sangiuliano abbia apportato la sua firma sul decreto di nomina (ritardo – anche questo – piuttosto incomprensibile).

È peraltro evidente – come abbiamo sostenuto tante volte anche su queste colonne – che la riforma del Tusma si intreccia con la riforma della Legge Franceschini sul cinema e l’audiovisivo.

Il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano: sostegno pubblico al cinema, “occorre fare una riflessione seria, e la stiamo facendo”

Andrea Biondi, nell’articolo sul quotidiano arancione, riporta una dichiarazione del Ministro, intervistato ieri da Annalisa Chirico nel corso della trasmissione “Ping Pong” su Rai Radio 1: “ci sono stati film finanziati in passato costati milioni di euro ai contribuenti italiani che poi hanno fatto 14, 20, 25 spettatori. Non è possibile finanziare film che nessuno vede, che non vanno in televisione, non vanno sulle piattaforme, non vengono visti in sala. Su questo occorre fare una seria riflessione e la stiamo facendo”.  

Piace osservare che la Sottosegretaria sembra ora “allinearsi” alle posizioni critiche del suo Ministro.

Ed in soccorso di questa esigenza di revisione profonda della Legge Franceschini del 2016 interviene oggi anche il critico cinematografico Pedro Armocida (che è anche Direttore della fondazione che organizza lo storico Festival del Nuovo Cinema di Pesaro), che, sulle colonne del quotidiano “il Giornale” (con richiamo in prima, seppur senza l’enfasi de “Il Fatto”) propone un articolo (intitolato “L’inchiesta”), che denuncia “Milioni per film con venti spettatori o in esclusiva sulle piattaforme”, spiegando meglio che “il Mic ripensa i criteri per finanziare le produzioni cinematografiche italiane” e riportando il parere dell’altro Sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi (Fratelli d’Italia), che sostiene “vogliamo concentrarci sulle pellicole di qualità”. Non entriamo nel merito della delega, che è di Borgonzoni e non di Mazzi, ma è evidente la volontà di entrambi i sottosegretari di assecondare la linea “riformatrice” del Ministro…

Armocida (che – si ricordi – è stato anche uno dei 15 “saggi” ovvero dei membri della ormai decaduta commissione ministeriale chiamata ad esprimere pareri su alcune decisioni della Direzione Cinema e Audiovisivo diretta da Nicola Borrelli) apre l’articolo riportando anche lui la succitata dichiarazione rilasciata dal Ministro Sangiuliano, ieri su Rai Radio 1: “ci sono stati film finanziati in passato costati milioni di euro ai contribuenti italiani che poi hanno fatto 14, 20, 25 spettatori. Non è possibile finanziare film che nessuno vede, che non vanno in televisione, non vanno sulle piattaforme, non vengono visti in sala. Su questo occorre fare una seria riflessione e la stiamo facendo”.

Combattere “l’algoritmo del conformismo” e i “dogmi del politicamente corretto” delle piattaforme

Su tutto, sembra prevalere poi – in termini di politica culturale – l’intervista che il Ministro Gennaro Sangiuliano ha rilasciato al Direttore del “Il FoglioClaudio Cerasa, nella quale ribadisce tesi che ha già espresso in passato, ovvero della necessità di contrastare il conformismo del mercato ed il pensiero unico globalizzato, che le piattaforme assecondano, quel che definisce – con efficacia – “l’algoritmo del conformismo”.

Il Ministro rivendica che è stato incrementato l’obbligo delle piattaforme ad investire di più nel cinema e nell’audiovisivo italiano (il che è vero, ma solo in parte, come andremo a spiegare meglio, percentuali e dati alla mano): “le piattaforme costituiscono certamente soggetti fondamentali del mondo dell’audiovisivo can cui bisogna dialogare, soprattutto sul fronte degli investimenti che possono fare in Italia generando valore per la nostra filiera. Ma devono essere coscienti che l’Italia non è un luogo come un altro”. E precisa: “un esempio. Tony Vinciquerra, numero uno della Sony mondiale, ha promesso che nei prossimi film che verranno girati in Italia verrà valorizzato il patrimonio artistico italiano. Vede, l’Italia ha, nell’ambito dell’audiovisivo, fra le migliori e riconosciute professionalità al mondo e soprattutto ha valori unici: le sue città d’arte, il suo immenso patrimonio, le sue bellezze e paesaggi. Con le piattaforme, senza pregiudizi, occorre lavorare su questi due fronti. Occorre ricordare che le eccellenze si rispettano e si pagano. E occorre ricordare quanto è importante, per la nostra cultura, difendere la libertà dall’algoritmo del conformismo e dai dogmi del politicamente corretto”.

Si ricorda che soltanto l’agenzia stampa specializzata AgCult ha rilanciato la notizia che martedì scorso 12 marzo il Ministro Gennaro Sangiuliano ha incontrato i Presidenti di Sony Pictures e di Eagle Pictures, Tony Vinciquerra e Tarak Ben Ammar. Nel corso dell’incontro – ha scritto su “X” il titolare del Collegio Romano – “ho illustrato le strategie del MiC per il sostegno al cinema e per l’attrazione di produzioni internazionali in Italia”.

Quote, percentuali e valori assoluti: cerchiamo di effettuare un “fact-checking” (in stile Openpolis o Pagella Politica)

Ha ragione il Ministro (e la maggioranza) o le opposizioni?!

Pallottoliere alla mano…

Obblighi pre e post-parere del 13 marzo 2023

Emittenti (non Rai):

prima

12,5 % del totale dei ricavi in produzione europea

50 % del 12,5 % del totale ricavi in produzione italiana = 6,25 % del totale

3,5 % del totale ricavi in opere cinematografiche italiane indipendenti

ora

10 % del totale dei ricavi in produzione europea

70 % del 10 % del totale ricavi in produzione italiana = 7,00 % del totale

1,75 % del totale ricavi in opere cinematografiche italiane indipendenti

Piattaforme

prima

20 % del totale dei ricavi in produzione europea

50 % del 20 % del totale ricavi in produzione italiana = 10,0 % del totale

4 % del totale (“un quinto”) ricavi in opere cinematografiche italiane indipendenti

ora

16 % del totale dei ricavi in produzione europea

70 % del 16 % del totale ricavi in produzione italiana = 11,2 % del totale

1,60 % del totale (“un decimo”) ricavi in opere cinematografiche italiane indipendenti

Più “lacci e lacciuoli”, meno “lacci e lacciuoli”

Ne deriva, in termini logici (numerici, economici e politici), che:

  1. il Parlamento suggerisce al Governo di allentare l’obbligo complessivo per quanto riguarda gli investimenti in opere europee: dal 12,5 al 10 % per le tv, dal 20 al 16 % per le piattaforme: e questa è senza dubbio una “cortesia” nei confronti di entrambe le tipologie di “player”;
  2. il Parlamento suggerisce al Governo di rafforzare l’obbligo relativo agli investimenti in prodotti “made in Italy”, che cresce: dal 6,25 % al 7,00 % per le tv, e dal 10,0 all’11,2 % per le piattaforme; questo è una “scortesia” nei confronti sia delle tv sia delle piattaforme (perché viene imposto un vincolo maggiore);
  3. la sotto-quota relativa specificamente ai film italiani di produttori indipendenti scende per tutti i “player”, ovvero viene dimezzata: dal 3,5 al 1,75 % per le tv, e dal 4 all’1,60 % per le piattaforme; questa è una cortesia sia verso le tv sia verso le piattaforme, ma evidentemente non va a vantaggio dei produttori indipendenti.

Traduciamo in cifre in valore assoluto, per capire meglio…

Col pallottoliere in mano…

Ipotesi di lavoro: si ipotizza che una emittente o tutte le emittenti tv abbiano un “totale” di ricavi di 1.000 milioni di euro; stessa ipotesi di lavoro per gli “over-the-top”.

Emittenti

(ipotizzando una parità di fatturato tra l’anno “X” e l’anno “X+1”, ovvero prima o dopo le nuove regole)

prima

fatto “X” ovvero 1.000 milioni di euro il totale dei ricavi, di un “broadcaster”:

fatturato 1.000 / obbligo:

ora

fatturato 1.000 / obbligo:

Piattaforme

(ipotizzando una parità di fatturato tra l’anno “X” e l’anno “X+1” ovvero prima o dopo le nuove regole)

prima

fatto “X” ovvero 1.000 milioni di euro il totale dei ricavi, di una “piattaforma”:

fatturato 1.000 / obbligo:

ora

fatturato 1.000 / obbligo:

Va quindi dato atto che ha ragione, in parte, la Sottosegretaria Lucia Borgonzoni, che oggi sul “Sole” sostiene anche: “puntiamo ad avere anche una linea per i documentari”, dichiarando il proprio dissenso rispetto alle valutazioni dei produttori dell’Anica, che hanno espresso ieri timori per la revisione delle quote di investimento previste. Ribatte la Sottosegretaria: “aumentano le quote italiane… onestamente non vedo perché mi dovrei preoccupare della quota europea”.

La Sottosegretaria ha ragione, ma solo in parte, perché questa è la differenza tra il “prima” ed il “dopo” sempre considerando “1.000 milioni” – cifra tonda – come ipotesi di lavoro)…

Emittenti

prima

in produzione europea 125 milioni di euro, di cui 62,5 in produzione italiana, di cui 35 milioni in cinema italiano indipendente;

dopo

dopo il “parere” delle due Commissioni (se questo verrà recepito nella sua interezza dal Governo):

in produzione europea 100 milioni di euro, di cui 70 in produzione italiana, con appena 17,5 milioni in cinema italiano indipendente;

Piattaforme

prima

in produzione europea 200 milioni di euro, di cui 100 in produzione italiana, di cui 40 milioni in cinema italiano indipendente;

dopo

dopo il “parere” delle due Commissioni (se questo verrà recepito nella sua interezza dal Governo):

in produzione europea 160 milioni di euro, di cui 112,5 in produzione italiana, con appena 16 milioni in cinema italiano indipendente…

In sintesi estrema (sempre a partire da un calcolo esemplificativo su un totale teorico ricavi di 1.000 milioni di euro):

emittenti:         – 25 milioni di investimenti in opere europee

                        + 7,5 milioni di investimenti in opere italiane

                        – 17,5 milioni in film cinematografici indipendenti

piattaforme:     – 40 milioni di investimenti in opere europee

                        + 12,5 milioni di investimenti in opere italiane

                        – 24 milioni in film cinematografici indipendenti

Anica (una delle anime dell’Anica, che associa anche Netflix) pubblica un avviso a pagamento su “la Repubblica”: “una riforma esclusivamente a favore dei grandi broadcaster e delle piattaforme

Da segnalare che oggi l’Anica ha pubblicato un avviso a pagamento sul quotidiano “la Repubblica”, intitolato i “Produttori indipendenti dell’Anica si aspettano che che il Governo sia coerente con la dichiarata difesa della cultura e del cinema italiano”.

Curiosa sortita, ricordando che in Anica è associata anche Netflix, che evidentemente la pensa in senso contrario… Scrivono “gli indipendenti” dell’associazione guidata da Francesco Rutelli: “preoccupa in particolare la richiesta di taglio agli investimenti in produzione di cinema italiano indipendente, più che dimezzati, se si considera che vengono inclusi i costi di doppiaggio di film europei, di edizione, e di promozione e distribuzione dei film. Inoltre cancella praticamente le sanzioni ai broadcaster e alle piattaforme in caso di mancata osservazione dei livelli di investimento richiesti dalle norme. È una riforma esclusivamente a favore dei grandi broadcaster e delle piattaforme”.

In effetti – come abbiamo evidenziato in questo dossier IsICult per Key4biz – la quota per il cinema italiano indipendente scema, e di brutto, nel futuro novello Tusma: passa dal 3,5 al 1,75 % per le tv, e dal 4 all’1,60 % per le piattaforme…

Il resto delle rivendicazioni appare piuttosto… generico: “tutelare la produzione indipendente al fine di mantenere e rafforzare i livelli occupazionali raggiunti negli ultimi anni; garantire l’accesso al settore di giovani imprenditori e nuovi talenti; sostenere la biodiversità dell’industria audiovisiva italiana, composta perlopiù da piccole e medie imprese, che hanno dimostrato grande resilienza dopo il Covid; mantenere la titolarità delle idee sulle nostre storie sviluppate e realizzate in Italia…”. E conclude: “se fossero confermati i tagli agli investimenti proposti, l’ovvia conseguenza sarebbe una riduzione dei livelli occupazionali per i lavoratori italiani del settore e un minor peso dei racconti e della narrazione italiana a beneficio delle produzioni internazionali”.

Se fossero noti (e non lo sono) i dati ufficiali – il totale ricavi su cui calcolare le quote ed i dati dichiarati dai “player” – relativi all’anno 2022 (e magari anche al 2023), sarebbe interessante applicare le percentuali nuove ai dati attuali e confrontare i risultati con le quote finora in essere, ma dubitiamo che l’Agcom od il Mic vogliano mettere in atto questo sforzo di trasparenza…

Si governa, ancora una volta, dando un po’ i numeri, ovvero giocando con numerologie che sono più nasometriche che tecnocratiche.

E permane il quesito: se Agcom certifica che nel 2021 tutti i “player” italici (emittenti e piattaforme) rispettavano – ed alla grande – gli obblighi di investimento, perché tutto questo articolato processo di riforma del Tusma in materia di obblighi?! Qualcosa non quadra…

Alla prossima puntata…

[ Nota: questo articolo è stato redatto senza avvalersi di strumenti di “intelligenza artificiale. ]

(*) Angelo Zaccone Teodosi è Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) e curatore della rubrica IsICult “ilprincipenudo” per “Key4biz”.

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