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Comunità energetiche, un tassello dell’autonomia strategica. Corte dei conti Ue: raggiunto solo il 27% del target 2025

energia rinnovabili

La promessa europea delle comunità energetiche rallenta. La Corte dei conti punta il dito su burocrazia e limiti tecnici

Le comunità energetiche sono state a lungo considerate una delle leve più promettenti per trasformare il sistema energetico europeo: energia prodotta localmente da cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche, grazie alle fonti energetiche rinnovabili, condivisa all’interno di quartieri o piccoli territori e capace di ridurre bollette e dipendenza dalle grandi utility.

Ma la rivoluzione dal basso procede più lentamente del previsto. Secondo un nuovo rapporto della Corte dei conti europea (ECA) dal titolo “Relazione speciale 10/2026: Comunità energetiche – Un potenziale ancora da sfruttare”, a quasi dieci anni dal lancio delle politiche europee per promuoverle, lo sviluppo delle comunità energetiche è ancora lontano dagli obiettivi fissati dall’Unione.

Gli auditor europei parlano di un’idea “convincente in teoria ma difficile da realizzare nella pratica”. Ostacoli normativi, limiti tecnici delle reti elettriche e un quadro regolatorio ancora poco chiaro stanno frenando un modello che Bruxelles considera cruciale per la transizione energetica.
Da non sottovalutare anche gli ostacoli, spesso di natura ideologica, creati dagli stessi Governi nazionali, come in Italia, che in base alla sesta revisione del PNRR, condotta dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, si è decisa una riduzione della dotazione finanziaria per le comunità energetiche rinnovabili.

Cosa sono le comunità energetiche

Le comunità energetiche sono strutture legali che permettono a cittadini, enti locali e piccole imprese di unirsi per produrre, condividere e consumare energia rinnovabile a livello locale.

In pratica si tratta di organizzazioni (spesso cooperative o associazioni) che gestiscono impianti come pannelli solari su tetti condominiali, piccoli parchi eolici o sistemi di accumulo condivisi. L’energia prodotta può essere utilizzata direttamente dai membri della comunità oppure immessa in rete.

L’Unione europea ha definito giuridicamente queste realtà con due direttive chiave: la RED II (2018) sulle energie rinnovabili e la direttiva sul mercato elettrico (2019/944).
L’obiettivo è favorire un modello energetico più decentralizzato e partecipativo, in cui i cittadini diventano anche produttori – i cosiddetti prosumer.

I benefici attesi sono molteplici:

Non a caso Bruxelles ha stimato che entro il 2030 le comunità energetiche potrebbero arrivare a coprire circa il 21% della capacità solare e il 17% di quella eolica dell’UE, pari a circa 50 gigawatt per ciascuna tecnologia.

Oggi ci sono 8.000 comunità energetica (contro le 10.000 attese dall’Ue entro il 2025). Germania in testa, nettamente indietro Italia e Francia

La diffusione è reale, ma più lenta del previsto. Secondo le stime più recenti, nel 2025 nell’Unione europea sono attive oltre 8.000 comunità energetiche, con alcune valutazioni che arrivano a circa 9.000-9.200 iniziative.

La distribuzione però è molto disomogenea.

L’UE aveva fissato un obiettivo ambizioso: almeno una comunità energetica basata su rinnovabili in ogni comune con più di 10.000 abitanti entro il 2025.

Secondo i dati raccolti dalla Corte dei conti europea, tuttavia, solo il 27% del target è stato effettivamente raggiunto.

Perché lo sviluppo è più lento del previsto

Il rapporto della Corte dei conti individua diversi fattori che stanno rallentando la crescita.

1. Norme poco chiare

Uno dei problemi principali è la confusione normativa. Le direttive europee hanno introdotto il concetto di comunità energetica, ma in molti paesi non è ancora chiaro: cosa rientri esattamente nella definizione; quale forma giuridica adottare; come condividere l’elettricità prodotta; come vendere l’energia in eccesso.

Questa incertezza scoraggia soprattutto cittadini e piccole realtà locali. Il problema è ancora più evidente nei condomini, dove vive quasi la metà della popolazione europea. Creare una comunità energetica può significare aggiungere una nuova entità legale oltre alle tradizionali associazioni di proprietari, aumentando burocrazia e complessità.

2. Reti elettriche sotto pressione

Un secondo ostacolo è di natura tecnica: la congestione delle reti elettriche. In molte aree europee i gestori di rete stanno ritardando o rifiutando nuove connessioni per impianti rinnovabili perché le infrastrutture non riescono a gestire i picchi di produzione.
Il problema nasce anche dalla discrepanza tra produzione e consumo: il fotovoltaico produce soprattutto a mezzogiorno; la domanda domestica è più alta la mattina e la sera.

3. Mancanza di un numero sufficiente di sistemi di accumulo

Una soluzione sarebbe l’uso diffuso di sistemi di accumulo energetico, come batterie condivise, che permettono di immagazzinare l’energia prodotta e utilizzarla quando serve. Secondo la Corte dei conti europea, però, la Commissione non ha ancora dato priorità al sostegno allo storage per le comunità energetiche, perdendo un’importante opportunità per accelerarne la crescita.

I programmi europei a sostegno

Nonostante le difficoltà, Bruxelles continua a puntare sulle comunità energetiche.

Negli ultimi anni sono stati attivati diversi strumenti:

Inoltre la direttiva RED III del 2023 ha rafforzato il ruolo delle rinnovabili fissando l’obiettivo di almeno il 42,5% di energia rinnovabile entro il 2030, e promuove le comunità energetiche come strumenti chiave per edifici efficienti e produzione distribuita.
Bruxelles sta anche preparando un Citizens Energy Package, che dovrebbe semplificare le regole, favorire l’inclusione delle famiglie vulnerabili e promuovere sistemi di accumulo.

Le coomunità energetiche restano una leva strategica per ridurre i costi energetici

Nonostante i ritardi, il potenziale delle comunità energetiche resta enorme.

In un contesto di prezzi dell’energia volatili e crescente attenzione alla sicurezza energetica, questi modelli permettono di:

Per molti esperti rappresentano uno degli strumenti più efficaci per democratizzare l’energia, trasformando cittadini e comunità locali in protagonisti della transizione energetica.

I nuovi strumenti legislativi dell’Ue: lo European grids package, poi il futuro Electrification Act

Nel frattempo, la Commissione europea sta preparando nuovi strumenti legislativi che potrebbero dare impulso al settore. Il pacchetto sulle reti europee (European grids package) e la Clean Energy Investment Strategy sono previste per questo mese di marzo 2026, mentre nelle prossime settimane si attende l’Electrification Act. Tutte azioni che mirano a vario titolo a rafforzare la diffusione delle rinnovabili e l’elettrificazione dei consumi, promuovendo modelli di produzione energetica più decentralizzati e distribuiti sul territorio.

L’obiettivo del pacchetto reti è migliorare l’interconnettività transfrontaliera, promuovere l’elettrificazione e accelerare il rilascio delle autorizzazioni per le reti, rendendo al contempo le infrastrutture transfrontaliere più resilienti e sicure.

Il prossimo 16 marzo, in occasione del consiglio europeo per l’energia, in ministri competenti avranno modo di confrontarsi su come accelerare gli investimenti in energia pulita per la competitività europea. Speriamo sia il consesso giusto per parlare anche di comunità energetiche.

Questo potrebbe tradursi in procedure più semplici e maggiore spazio per le comunità energetiche locali. Tuttavia, gli osservatori avvertono che senza interventi concreti su semplificazione normativa, accesso ai finanziamenti e infrastrutture di rete, il ritardo accumulato rischia di consolidarsi: l’obiettivo europeo di avere una comunità energetica in ogni comune con più di 10 mila abitanti entro il 2025 è stato finora raggiunto solo per il 27%, e senza nuove misure il divario potrebbe persistere anche nei prossimi anni.

Il messaggio della Corte dei conti europea è chiaro: l’idea funziona, ma servono regole più semplici e strumenti più efficaci.
Per far decollare davvero le comunità energetiche, l’Europa dovrà: semplificare le normative nazionali; facilitare l’accesso ai finanziamenti per piccoli progetti; investire nelle reti elettriche; sostenere lo sviluppo dello storage energetico.

Solo così quella che oggi appare ancora una promessa incompiuta potrà diventare uno dei pilastri della transizione energetica europea.

Scarica la “Relazione speciale 10/2026: Comunità energetiche – Un potenziale ancora da sfruttare”

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