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CO2 da “importazione”: in Francia livelli più alti del 70% rispetto alle emissioni nazionali. Il Rapporto

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Le emissioni di diossido di carbonio o CO2 sono legate generalmente alla gran parte delle nostre attività economiche ed industriali, ai mezzi di trasporto che prendiamo e alla nostra automobile, fino agli impianti di riscaldamento/raffreddamento.

Emissioni che non solo vengono prodotte, ma anche importate. Perché oltre alla CO2 che proviene da tutte quelle attività in essere in un dato Paese, c’è anche la CO2 che arriva dall’esterno dei nostri confini, quella nascosta nei prodotti che compriamo da fornitori esteri.

Per fare una lattina di birra, per lavorare ed impacchettare un prodotto alimentare (dalla pasta ai biscotti, passando per la carne e i formaggi), per realizzare mobili e capi d’abbigliamento, per costruire oggetti di plastica di qualsiasi tipo, si impiegano risorse energetiche e materie prime, che a loro volta producono molte emissioni di CO2.

Quindi, quando acquistiamo un prodotto, acquistiamo anche emissioni di CO2.

La CO2 importata in Francia

In Francia, ad esempio, secondo la nuova Relazione diffusa dall’Alto Consiglio per il clima, le emissioni di CO2 “importate” dall’estero sono il 70% superiori rispetto a quelle prodotte in patria. Nello specifico, 749 milioni di tonnellate di CO2 contro le 445 milioni di tonnellate emesse a livello nazionale.

Il dato che emerge con maggiore chiarezza è che se le emissioni nazionali stanno gradualmente diminuendo rispetto al 2005, quelle importate stanno aumentando.

Se la Francia ha annunciato l’obbiettivo ambizioso della neutralità climatica entro il 2050, deve lavorare di più sulla riduzione della CO2 soprattutto intrappolata nei prodotti importati.

L’aumento dei consumi non aiuta ed infatti le importazioni superano del +3,2% le esportazioni (nel 1990 il dato era del +1,1%).

Il 70% della merce importata in Francia proviene dai Paesi dell’Unione europea e dall’Asia. La Germania è il primo partner commerciale europeo, suo il 17,5% delle importazioni francesi, la Cina il primo asiatico, con il 6,5%.

Circa i tre quarti dell’impronta di carbonio francese derivano direttamente dalle aziende, che generano emissioni e le importano tramite i propri fornitori esteri, e dalle famiglie, che consumano, prodotti nazionali ed esteri.

La tassa sul carbonio alla frontiera

Se da una parte l’idea della “carbon border tax”, cioè la tassa sulla CO2 alla frontiera, proposta dall’Unione europea per il 2021, potrebbe sicuramente ridurre il tasso di emissioni complessive del vecchio continente, colpendo quelle importate, dall’altra, se si vuole che sia davvero efficace si deve stilare una lista di prodotti altamente inquinanti (sia a monte, con le emissioni legate alla loro produzione, sia a valle, quando si tratterà di dover smaltire i rifiuti del loro consumo) su cui applicarla.

La carbon tax alla frontiera (o Carbon Border Adjustment Mechanism) potrebbe generare entrate per i Paesi dell’Unione valutate fino a 14 miliardi di euro l’anno.

Questo a sua volta determinerebbe un ritorno della produzione industriale entro i confini dell’Unione, a scapito del processo di dislocazione industriale, che ha dominato la scena del processo di globalizzazione degli ultimi 20 anni.

Secondo alcuni analisti internazionali, l’applicazione di questa tassa di frontiera avrebbe anche l’effetto di un ritorno al protezionismo doganale, con la conseguenza di creare nuove barriere commerciali e disincentivare le importazioni.

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