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Clima, sono 10mila le imprese nel mondo che ci credono. Le richieste degli investitori. L’incertezza normativa europea

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Dalla promessa all’azione: perché gli obiettivi climatici scientifici delle imprese sono decisivi per la transizione. Il ruolo della Science Based Targets initiative (SBTi) e la battaglia contro il greenwashing.

L’azione climatica delle imprese sta entrando in una nuova fase. A inizio 2026 il numero di aziende con obiettivi di riduzione delle emissioni validati dalla Science Based Targets initiative (SBTi) ha raggiunto quota 10.000 a livello globale, un traguardo che fotografa la crescente centralità del settore privato nella lotta al cambiamento climatico.

Si tratta di imprese che rappresentano oltre il 40% della capitalizzazione di mercato mondiale, distribuite in più di 90 Paesi e appartenenti praticamente a tutti i principali settori industriali. Tra queste figurano nomi molto noti, come Arsenal Football Club, Danone, ING, Lenovo, McLaren Racing e Ørsted.

Il dato è indicativo di una trasformazione profonda: la decarbonizzazione non è più solo una questione di politiche pubbliche, ma sempre più un elemento strategico per la competitività delle imprese e per il funzionamento dei mercati finanziari.

Cosa sono gli Science-Based Targets

La Science Based Targets initiative è una delle principali piattaforme internazionali che aiutano le aziende a definire obiettivi di riduzione delle emissioni coerenti con la scienza climatica e con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C, in linea con l’Accordo di Parigi.

Per ottenere la validazione della SBTi, le aziende devono definire target di riduzione delle emissioni secondo criteri e metodologie standardizzate. La verifica viene effettuata da SBTi Services, l’organismo che certifica che gli obiettivi siano credibili, ambiziosi e coerenti con un percorso verso il net zero entro il 2050.

La crescita dell’iniziativa è stata rapidissima.
La prima azienda è stata validata nel 2015, la millesima nel 2021 e oggi, appena cinque anni dopo, si è arrivati a 10.000 imprese, con oltre 2.800 nuove adesioni solo nel 2025.

Anche la distribuzione geografica sta cambiando. Se le imprese europee restano numerose, negli ultimi anni è cresciuta molto la partecipazione asiatica. Il Giappone è oggi il Paese con più aziende con target validati, oltre 2.000, seguito da Regno Unito, Stati Uniti e Cina.

Un tassello chiave per gli obiettivi dell’Agenda 2030

L’impegno delle imprese è cruciale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, in particolare l’Obiettivo 13 sul clima, ma anche quelli legati all’energia, all’industria sostenibile e alla produzione responsabile.
Mancano meno di cinque anni ormai.

Gran parte delle emissioni globali di gas serra proviene infatti dalle attività economiche: produzione industriale, trasporti, energia, agricoltura e catene globali di approvvigionamento. Senza una trasformazione dei modelli produttivi, gli obiettivi climatici globali resterebbero irraggiungibili.

In questo senso, l’adesione alla SBTi rappresenta un segnale importante: indica che sempre più imprese stanno integrando la transizione ecologica nella propria strategia industriale.

Come ha spiegato David Kennedy, amministratore delegato della Science Based Targets initiative:

“Raggiungere le 10.000 aziende con obiettivi validati è una pietra miliare significativa, sia per le imprese coinvolte sia per l’azione climatica nel suo complesso. Le aziende stanno adottando target scientifici perché riconoscono i benefici strategici, reputazionali e finanziari della trasformazione verso il net zero”.

Secondo Kennedy, questo traguardo dimostra che un numero crescente di imprese vuole impegni credibili e verificabili, e non semplici dichiarazioni di principio.

Gli investitori chiedono risultati concreti dalle imprese, l’indagine

Se fino a pochi anni fa bastava annunciare obiettivi climatici, oggi gli investitori stanno cambiando atteggiamento. Il mercato finanziario vuole capire se gli impegni annunciati si tradurranno davvero in risultati.

Secondo un’indagine della International Organization of Securities Commissions (IOSCO), gli investitori stanno iniziando a utilizzare i piani di transizione climatica per valutare le imprese, orientare le decisioni di investimento e analizzare i rischi. Un piano di transizione credibile consente infatti a un’azienda ad alte emissioni di spiegare come intende decarbonizzare restando competitiva e redditizia.

Anche il quadro normativo internazionale sta evolvendo rapidamente. Gli standard di disclosure climatica dell’International Sustainability Standards Board (ISSB) sono già stati adottati in 37 giurisdizioni, mentre la Fondazione IFRS ha pubblicato linee guida specifiche sui piani di transizione climatica.
In altre parole, il mercato sta passando dalla fase delle promesse a quella dell’esecuzione.

Il problema della distanza tra obiettivi e azioni

Nonostante i progressi, il percorso resta complesso. Molte aziende hanno annunciato obiettivi di neutralità climatica, ma non sempre hanno definito un piano operativo chiaro. Un’analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) su grandi aziende indiane mostra alcune criticità diffuse a livello globale:

  • le azioni di decarbonizzazione spesso non sono collegate in modo chiaro agli obiettivi climatici;
  • i piani di investimento raramente integrano la transizione energetica;
  • i sistemi di governance e incentivi manageriali sono ancora deboli;
  • la rendicontazione sulle emissioni spesso si limita alle emissioni dirette.

Molte imprese, inoltre, non utilizzano strumenti come il prezzo interno del carbonio, che aiuterebbe a orientare le decisioni di investimento verso tecnologie a basse emissioni.

Come ‘certificare’ la credibilità dell’azione climatica delle imprese. La direttiva Ue Green Claims, l’Italia ha già fatto la sua parte?

In un contesto geopolitico instabile e con economie sotto pressione, qualcuno si chiede se la priorità climatica resterà centrale. In realtà, sempre più imprese stanno scoprendo che la transizione ecologica è anche una questione economica.

Il cambiamento climatico rappresenta infatti un rischio diretto per le aziende: eventi estremi, instabilità delle filiere, volatilità dei prezzi energetici e cambiamenti normativi. Allo stesso tempo, la transizione verso un’economia a basse emissioni diventa un fattore abilitatore di innovazione e competitività, creando allo stesso tempo nuovi mercati, tecnologie e opportunità di investimento.

Il problema è che troppo spesso ci troviamo davanti non a piani e strategie di reale decarbonizzazione, ma a fastidiosi casi di “greenwashing”.

Per rafforzare la credibilità dell’azione climatica delle imprese c’è il nuovo quadro normativo europeo contro il greenwashing. La Direttiva UE sui Green Claims (2024/825), poi riformulata e quindi integrata nell’Empowering Consumers for the Green Transition Directive (ECGT), dovrà essere recepita da tutti i Paesi Ue entro il 27 marzo 2026, con piena applicazione dal 27 settembre sempre di quest’anno, introduce regole molto più stringenti sulle dichiarazioni ambientali delle aziende.
L’Italia si è portata avanti a novembre 2025, con l’approvazione ‘preliminare’, da parte del Consiglio dei ministri, su proposta del ministero delle Imprese e del made in Italy, di un decreto di attuazione che segna di fatto l’avvio del percorso nazionale di recepimento di una delle riforme europee più ambiziose e contestate in materia di sostenibilità. La sfida sarà arrivare alla vera attuazione della direttiva europea.

In pratica, affermazioni come “carbon neutral”, “sostenibile” o “a basse emissioni” dovranno essere supportate da evidenze scientifiche verificabili, come analisi del ciclo di vita dei prodotti (Life Cycle Assessment – LCA) o metodologie riconosciute a livello internazionale, ad esempio gli standard ISO 14040.

Chi controlla le imprese e le sanzioni previste

Le verifiche dovranno essere effettuate da organismi indipendenti accreditati, mentre le imprese saranno obbligate a mettere a disposizione dati e documentazione sia ai consumatori sia alle autorità di controllo, in Italia l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM). Il sistema prevede controlli preventivi sulle comunicazioni pubblicitarie e sulle etichette ambientali per evitare claim generici o fuorvianti, oltre alla possibilità di indagini su segnalazione.

Le sanzioni sono rilevanti: da 10mila euro fino a 10 milioni o al 4% del fatturato globale, un meccanismo simile a quello introdotto dal GDPR per la protezione dei dati. La direttiva stabilisce anche criteri più rigorosi per pratiche come la compensazione delle emissioni, consentita solo per quote residuali e attraverso schemi certificati, e vieta confronti ambientali incompleti, ad esempio basati solo sulle emissioni dirette (Scope 1) senza considerare l’intera catena del valore. L’obiettivo è ridurre drasticamente il greenwashing e aumentare la trasparenza del mercato, premiando le imprese che già oggi adottano standard rigorosi di sostenibilità.

Il ruolo chiave degli SBTi

In questo contesto, un ruolo chiave nel rafforzare la credibilità degli impegni climatici delle imprese è svolto, come detto, anche dagli audit della Science Based Targets initiative (SBTi), considerati uno degli strumenti più efficaci per contrastare il greenwashing.
La SBTi è un partenariato internazionale nato nel 2015 tra CDP, UN Global Compact, World Resources Institute (WRI) e WWF, con l’obiettivo di aiutare le aziende a definire obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra coerenti con le evidenze scientifiche sul clima e con l’Accordo di Parigi, in particolare con la traiettoria di contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 °C. Il processo di validazione segue un percorso rigoroso. In primo luogo le imprese devono misurare in modo completo le proprie emissioni, includendo obbligatoriamente quelle dirette (Scope 1) e quelle legate all’energia acquistata (Scope 2), che devono coprire oltre il 95% delle emissioni operative, mentre le emissioni indirette lungo la catena del valore (Scope 3) devono essere considerate quando rappresentano più del 40% del totale.

Successivamente le aziende definiscono obiettivi di riduzione a breve termine (5-10 anni) e un percorso di neutralità climatica al 2050, basato su riduzioni assolute delle emissioni e non solo su miglioramenti di efficienza. I target vengono quindi sottoposti al team tecnico della SBTi, che ne verifica la coerenza scientifica attraverso un processo di revisione che può durare tre-sei mesi, al termine del quale viene rilasciata una validazione pubblica.

L’impegno non si esaurisce con l’approvazione: le aziende devono pubblicare report annuali sui progressi e ricalibrare i propri obiettivi almeno ogni cinque anni. Proprio questo sistema di verifica continua rende la SBTi una sorta di “bollino di credibilità” internazionale, capace di ridurre l’uso di dichiarazioni ambientali vaghe e di spingere le imprese verso obiettivi misurabili e verificabili lungo tutta la catena del valore.

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