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Clima che cambia, i primi effetti in 530 città del mondo

Ogni anno, 70 milioni di persone si muovono verso le grandi città di tutto il mondo. Entro il 2050, i due terzi della popolazione mondiale vivrà stabilmente in centri urbani di diversa grandezza. Soprattutto, i consumi di risorse energetiche e naturali cresceranno del 70% entro trent’anni. Uno scenario che pone numerosi problemi, soprattutto per gli approvvigionamenti di queste risorse e per l’inquinamento, ma anche per gli effetti dei cambiamenti climatici, di cui tanto si parla, ma che raramente sono contestualizzati e quindi spiegati per quello che sono: minacce concrete.

Inondazioni, caldo estremo, siccità, alluvioni lampo, tempeste di vento, ondate di freddo intenso, incendi, innalzamento del livello dei mari, sono i fenomeni estremi e minacciosi generati dal climate change che interessano e interesseranno progressivamente larghe fette dei continenti e quindi un numero crescente di persone.
Il Rapporto “Cities at risk di CDP parte proprio da questa considerazione, che gran parte dei fenomeni meteo più estremi stiano già accadendo e con una frequenza più elevata che in passato, causando i maggiori danni nelle aree più densamente abitate, quindi le grandi città.

Oggi, secondo lo studio, 530 centri urbani di tutto il mondo hanno già avuto a che fare con gli effetti diretti ed indiretti dei cambiamenti climatici. L’impatto di queste anomalie climatiche ha quindi interessato una popolazione complessiva di circa 520 milioni di persone, soprattutto per inondazioni (71% dei casi), ondate di calore (61%) e siccità (36%).

Punto chiave dello studio è l’impatto che questi fenomeni hanno sulla società. Nel 40% dei casi è stato misurato un aumento dei pericoli per le popolazioni e le fasce sociali di per sé già vulnerabili (povertà, bassa istruzione, alti livelli di esclusione, scarsità di risorse energetiche ed idriche, scarsa qualità dell’alimentazione), un aumento della domanda di assistenza sanitaria (33%), maggiore incidenza e prevalenza delle malattie (25%).

Le amministrazioni cittadine stanno prendendo provvedimenti per affrontare l’emergenza climatica in atto, ma senza risultati concreti per il momento: nel 26% dei casi si tratta di azioni di contrasto alle inondazioni e per la gestione delle crisi; nel 20% dell’attivazione di sistemi di allerta per le evacuazioni.

Il dato eclatante, però, è che nel 46% delle città prese in esame (620 in tutto) l’amministrazione locale e il Governo non hanno preso nessuna decisione a riguardo e nessuna azione è stata avviata, soprattutto in quelle città che già sono state colpite da fenomeni meteo estremi (il 41% del campione).

Il rapporto ha inoltre evidenziato che solo 336 città (46 per cento) stanno effettuando delle valutazioni sul livello di vulnerabilità del territorio per determinare la loro capacità di adattamento ai cambiamenti climatici.

I maggiori ostacoli allo sviluppo di modelli di resilienza urbani al clima che cambia, al momento, sembrano essere: difficoltà nel bilancio (87 città), povertà diffusa (66 città), infrastrutture insufficienti e di scarsa qualità (58 città), le disuguaglianze sociali ed economiche (54 città).
Chi è riuscito a fare qualcosa, invece, ha sperimentato che la migliore azione da compiere, anche in scarsità di risorse finanziarie, è coinvolgere la cittadinanza ed il territorio (56 città), segue un piano di controllo e gestione del consumo di suolo (44 città), un più alto accesso all’istruzione (35 città), migliori servizi di base (33 città), maggiore impegno delle amministrazioni pubbliche (30 città).

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