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Clima, anomalie costeranno all’Italia oltre l’8% del Pil nella seconda metà del secolo

A causa delle crescenti anomalie climatiche il nostro Paese potrebbe perdere circa l’8,5% del Prodotto interno lordo dopo il 2050, secondo i dati contenuti nel Capitolo “Gli impatti economici dei cambiamenti climatici in Italia” della “Relazione sullo stato della Green economy 2019”, presentata in occasione degli Stati Generali della Green economy di Rimini.

La parte più innovativa del rapporto riguarda le nuove previsioni sull’impatto dei cambiamenti climatici sull’economia e sulla disuguaglianza in Italia. Secondo le nostre nuove stime, gli impatti economici previsti per la seconda metà del secolo arrivano all’8,5% di perdita di Pil in Italia”, ha spiegato Massimo Tavoni, docente al Politecnico di Milano e coautore del Report, assieme a Francesco Bosello, della Fondazione CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici, e Shouro Dasgupta, ricercatore presso CMCC Ca’ Foscari.
Sono stime di molto superiori a quelle precedenti, che risultavano al massimo nell’1 o 2% di perdita di Pil”, ha aggiunto Tavoni.

Le criticità legate al cambiamento climatico in atto, non saranno solo relative ad un rallentamento della crescita economica, ma ad un aumento sensibile delle già presenti disuguaglianze economiche, “gli impatti saranno più accentuati nel Sud Italia accentuando ulteriormente la già esistente disparità Nord-Sud: si prevede un aumento della disuguaglianza del 16% nel 2050 e del 61% nel 2080”, ha precisato il ricercatore.

Tutto il Paese risentirà dei grandi cambiamenti climatici in corso da qui al 2050, ma in una misura “sette volte superiore” rispetto a quanto calcolato fino ad ora.
Ci sono regioni, come la Toscana, parte del Lazio, la Sardegna, la Sicilia, la Calabria, la Puglia e il veneziano che potrebbero registrare entro la fine del secolo riduzioni del Pil procapite tra il 15 ed il 20% rispetto al 2050, quando le stesse regioni comunque raggiungerebbero già il 10% di perdita.

Le proiezioni evidenziano inoltre una dicotomia Nord-Sud – si legge nel documento – in cui le regioni meridionali e le isole maggiori riportano perdite del 5-15% nel 2050 e del 5-25% nel 2080, mentre le aree settentrionali perdite moderate o addirittura, soprattutto nelle aree più a ridosso dell’arco alpino, potenziali guadagni del 5-60% nel 2050 e del 10-80% nel 2080. Si nota anche una, seppur meno marcata, dicotomia tra aree adriatiche e tirreniche, con le prime meno impattate delle seconde

In vista della conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP25), che si terrà a Madrid dal 2 al 13 dicembre 2019, il Consiglio dell’Unione europea ha dato alcune indicazioni relativa alla finanza per il clima (“Climate finance conclusions”), ricordando “l’importanza di un’attuazione urgente e ambiziosa dell’accordo di Parigi. Chiedono rapidi e ambiziosi progressi in relazione all’obiettivo di rendere i flussi finanziari coerenti con un percorso che conduca a uno sviluppo a basse emissioni di gas a effetto serra e resiliente al clima. A tal riguardo evidenziano i recenti progressi compiuti nelle riforme legislative a livello dell’UE in materia di finanza sostenibile (tassonomia, indici di riferimento, informativa)”.

Secondo il Consiglio, l’Unione europea e i suoi Stati membri continuano ad essere i principali fornitori di finanziamenti pubblici per il clima: “I loro contributi totali hanno raggiunto i 21,7 miliardi di EUR nel 2018, rispetto ai 20,4 miliardi di EUR nel 2017. Tali contributi sono stati efficacemente destinati a iniziative di mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento ad essi nei paesi in via di sviluppo”.
Gli ultimi dati dimostrano la determinazione dell’Ue ad aumentare il proprio contributo ai finanziamenti internazionali per il clima al fine di conseguire l’obiettivo, stabilito per i paesi industrializzati, di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 e di estendere tale periodo fino al 2025.

Le conclusioni sottolineano infine l’importanza di un’attuazione urgente e ambiziosa dell’accordo di Parigi: servono “rapidi e ambiziosi progressi in relazione all’obiettivo di rendere i flussi finanziari coerenti con un percorso che conduca a uno sviluppo a basse emissioni di gas a effetto serra e resiliente al clima. A tal riguardo evidenziano i recenti progressi compiuti nelle riforme legislative a livello dell’UE in materia di finanza sostenibile (tassonomia, indici di riferimento, informativa)”.

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