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Cittadini Attivi. PA alla ricerca dell’efficienza, ma servono percorsi formativi moderni

Come accade in modo ricorrente, forse addirittura programmato, si sta affievolendo il numero dei lanci e dei rilanci delle tante agenzie, nonché gli articoli dei media più prestigiosi, in tema di malcostume dei dipendenti pubblici, di quelli che, magari in mutande e ciabatte, oppure in costume da bagno e con la canoa in spalla, passano il loro badge nel rilevatore delle presenze della propria Amministrazione, per poi, anziché prendere servizio, tornarsene a letto, oppure, complice la canoa, andarsi a gettare finalmente in acqua.

In tutti questi casi, va da sé, si tratta di situazioni facilmente gestibili con provvedimenti che, salvo prova contraria, conducono al licenziamento dei dipendenti colti in flagranza di reato, perché, è bene ricordarlo, non si tratta di semplice malcostume, ma di vero e proprio reato. Come, del resto, è bene ricordare che le norme di riferimento esistono da molto tempo, peccato che frequentemente non vengano applicate. Ma questa, come direbbe Lucarelli, è un’altra storia, quindi cerchiamo di andare oltre.

Scendendo più nel dettaglio, oggi mi vorrei occupare della quasi totalità dei dipendenti pubblici che, una volta passato il badge e superato il tornello, si ritrovano all’interno della loro Amministrazione. A tal riguardo, pongo qualche domanda, in primis a me stesso, ma ovviamente anche a voi: raggiunto il proprio ufficio, siamo certi che tutti questi dipendenti abbiano attività chiaramente definite ed assegnate? Soprattutto, siamo davvero certi che tutti costoro abbiano delle attività in carico?

Ovviamente, voglio essere sincero, non possedendo dati oggettivi, non sono nella condizione di dare una risposta documentata, ma temo, stante la percezione che hanno molti cittadini della Pubblica Amministrazione, che, ad entrambe le domande, possiamo tranquillamente rispondere negativamente.

Bene, appurato ciò, il problema si complica un tantino. E’ difatti inevitabile che, sebbene la superficialità della mia analisi non lasci scampo, le domande appena fatte stimolino una riflessione sul modello organizzativo gerarchico che gestisce i circa tre milioni di dipendenti pubblici e al cui immediato vertice si colloca la dirigenza.

Certamente il ruolo della dirigenza non può essere schiacciato sull’attività di mero controllo del personale, considero, altresì, un prerequisito essenziale la profonda conoscenza dei processi, sui quali, successivamente, vengono disegnati i relativi flussi organizzativi e funzionali.

Non vogliatemene, ma, a questo punto, sorge spontanea un’altra domanda e prometto che sarà l’ultima: siamo certi che l’attuale dirigenza della P.A. sia in grado, in termini di capacità e competenza, di gestire in modo organico e funzionale i processi, magari utilizzando gli strumenti e le modalità proprie delle tecnologie dell’informazione, che un numero decisamente consistente di norme ormai impone?

Temo che non siano molti i dirigenti che possano rispondere positivamente a quest’ultima domanda e a loro va sicuramente il mio plauso. D’altra parte, nei concorsi per l’accesso alla funzione dirigenziale non si rinviene, se non in casi sporadici e marginali, alcuna prova d’esame destinata a verificare le competenze possedute in tal senso dai candidati. Semplicemente, la necessità di questa verifica non sembra essere ritenuta essenziale dal legislatore, purtroppo.

Oggi come oggi, anche laddove le prove concorsuali non siano inficiate da atteggiamenti corruttivi, non sono strutturate per consentire la selezione di manager di cui la Pubblica Amministrazione ha bisogno. Come avviene per il digitale, anche relativamente alla managerialità –con particolare riferimento alla capacità di gestire le risorse umane e la comunicazione- non se ne trova quasi mai traccia nelle prove d’esame.

Culturalmente inconcepibile, poi, e quasi scandalosa apparirebbe la presenza nelle commissioni d’esame di uno psicologo cosa che avviene normalmente in molte grandi aziende per le selezioni del personale. A tal proposito da anni mi domando perché la Pubblica Amministrazione nella selezione del suo personale debba seguire una strada completamente diversa da quella delle aziende private.

Quindi, volendo riassumere, appare decisamente evidente che è solo grazie al proprio senso etico e spirito di servizio, magari unito ad una viva curiosità personale, che solo un modesto numero di dirigenti pubblici si possa riconoscere nel modello, finora solo teorico, sopra descritto.

La patologia ipertrofica dell’attuale normazione è nota ai più e, secondo la mia opinione, punire chi froda la Pubblica Amministrazione non necessita dell’ulteriore produzione di norme sanzionatrici. Ciò che necessita ed ormai non è più differibile è il disegno di un reale e moderno percorso formativo per la dirigenza pubblica, che fornisca gli strumenti idonei a riportare su un binario di efficienza questa nostra malandata macchina amministrativa, congiuntamente ad un forte e radicato senso etico. Spero che a ciò provveda uno dei decreti attuativi previsti dalla riforma della Pubblica Amministrazione.

Bene, ora vi chiedo scusa, ma è tempo che io torni alle mie attività, in fin dei conti, se prima ho parlato di canoa, non era a caso… con l’unica differenza che io adoro andare in moto.

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