Svalutation

Cittadini Attivi. In difesa dell’idiozia per allineare l’agire al senso etico, il cervello al cuore

“In un paese pieno di furbi, solo un idiota non si fa furbo a sua volta. Un idiota stanco di essere parte del problema, un idiota disposto a sentirsi tale, per amore dell'ottimo globale, per desiderio di spostare con la propria scelta lo status quo - anche solo di pochissimo - verso quell'ottimo, verso quella condivisione del benessere”.

di Alessandro Fabris (Ingegnere) |

Un gruppo attivo di cittadini che propone un modo diverso di raccontare la trasformazione della Pubblica Amministrazione. Sono le donne e gli uomini che hanno dato vita alla rubrica “Cittadini Attivi” su Key4biz. Per consultare gli articoli precedenti clicca qui.

C’era una volta un paese, meraviglioso e fortunato, pieno di poesia, dove la vita offriva abbondante tutto ciò che potesse accendere i sensi, pascere gli stomaci, rapire gli occhi, emozionare i timpani. In quel paese tutti erano molto generosi con gli amici: i suoi abitanti amavano darsi da fare per il bene dei propri cari con favori di vario genere, un aiuto per trovare un lavoro, una spinta per un concorso, una concessione edilizia un po’ dubbia. I genitori difendevano a spada tratta i loro figli, anche dinnanzi ad insegnanti piuttosto critici, e le nonne dei galeotti sospendevano il giudizio per i nipotini, preoccupandosi unicamente che fossero ben nutriti e in salute. Ciascuno si prendeva ottima cura del proprio orticello e guardava con sincero interesse quelli dei vicini, aiutandoli in vario modo – per esempio a smaltire le erbacce, scaricandole in giardini lontani di case abitate da sconosciuti.

 

Quel paese, quel bel paese, aveva un che di paradossale, poiché questa generosità e bontà, se reinquadrata nell’ottica del benessere generale dei suoi cittadini, determinava un comportamento emergente globale che trasudava chiusura ed egoismo, declinato ora come corruzione, avidità e inefficienza, ora come pigrizia intellettuale razzismo e sessismo, spesso come una guerra fra poveri in cui il nemico non ha divisa, né voce, né volto, né – a ben vedere – esiste davvero.

 

Venne un giorno un cantastorie, che cantando di svalutazione, di prezzi in crescita e tempi difficili, volle dire la sua, affidandosi a delle strofe in rima:

 

Ma 

Banner Tiesse

Questa Italia qua, 

Se lo vuole sa 

Che ce la farà. 

 

Il sistema c’è, 

Quando pensi a te

Pensa

…anche un po’ per me

 

Quel cantastorie si chiamava Adriano Celentano, e, un po’ come quel bel paese, non ha bisogno di presentazioni. Nelle sue parole è facile rintracciare una presa di coscienza di una situazione difficile e condivisa ed il desiderio di uscirne, insieme. Si potrebbe ascrivere a queste strofe (e più in generale alla canzone “Svalutation”, da cui sono tratte) l’abilità di comprendere i sentimenti altrui, la loro condivisione, l’interesse per gli altri, il desiderio di aiutarli e – spingendo questa parafrasi ad una coraggiosa generalizzazione – l’abbattimento delle barriere fra sé e gli altri. Tutti questi concetti, per i quali spero il Molleggiato nazionale non si offenderà qualora non facessero pienamente parte del suo intento espressivo, afferiscono a definire un’idea meravigliosa che potremmo chiamare empatia.

 

Alzi la mano colei cui piacerebbe vivere in un mondo in cui è ricca e serena e tutti gli altri stanno da cani.

 

Non vedendo mani alzate, si potrebbe procedere a teorizzare che la felicità di chi ci circonda sia una parte fondamentale della nostra, che in fondo i successi e i dolori del nostro prossimo siano anche i nostri. Sarà premura di chi scrive riflettere a questo punto sul concetto di prossimo.

 

Per gran parte della mia vita ho considerato mio prossimo chi conosco, soprattutto parenti e amici, trattandoli al meglio delle mie possibilità, arrabbiandomi se veniva fatto loro qualche torto ed esultando dei loro successi. Sono persone fantastiche che la traiettoria della mia esistenza, dalla nascita ad ora, mi ha fatto trovare sul mio cammino e sono estremamente grato per la loro presenza nella mia vita. Mi reputo una persona fortunatissima. E questa è una considerazione chiave. A questo mondo ci vuole tanta tanta fortuna, già a partire dalla nascita. Un tiro di dadi ha fatto sì che io sia nato in una famiglia benestante di una nazione pacifica e prospera. Un altro tiro di dadi ha fatto sì che Mohammed sia venuto al mondo in una famiglia poverissima di un villaggio dilaniato dalla guerra. Né io né Mohammed abbiamo fatto nulla per meritarcelo. Io ho deciso che anche Mohammed è un mio prossimo, per quanto io non conosca il suo volto e lui non sappia che io esisto. Mohammed potrei essere io.

 

Parlo di Mohammed perché da lui mi divide un confine ovvio, nazionale, ma potrei parlare della signora Itala da cui differisco per generazione e genere o di Giovanni che ha gusti sessuali diversi dai miei. Ci sono confini, più o meno visibili, fra tutti noi. Un confine è molto simile ad una differenza – ed essere in grado di notare le differenze è un’abilità essenziale per il nostro ragionare oltre che per rimanere in vita. Un confine tuttavia finisce per dividere le persone sulla base delle loro differenze, definisce un noi e un loro, allontanandoci sulla base di questo o quel criterio.

 

Nel nostro mondo, portentosamente complesso, la semplificazione, gli stereotipi, le categorie, possono fungere da ancore di salvezza per un ragionamento rapido ed intuitivo. Eppure la vita sembra suggerirmi ad ogni passo di non prendere i confini troppo sul serio, e di fare del mio meglio per conoscere davvero le persone, di non accontentarmi di metterle in una delle scatole in cui potrei categorizzarle, rinchiuderle e dimenticarle. E se conosco Giovanni ma non Claudio, non credo sia per demerito di Claudio. Il confine fra loro due è sottile arbitrario e del tutto soggettivo: uno lo conosco, l’altro no. Per questo scelgo di gioire e rammaricarmi per entrambe le loro storie, tentando di equipararle nel mio cuore come meglio posso, e di augurare a entrambi una vita felice e realizzata, all’interno di una comunità che finirà inevitabilmente per beneficiarne.

 

Ragionevolissimo comunque affermare che ognuno deve prendersi cura di sé – come vuole il vecchio adagio “Aiutati che il ciel t’aiuta”. E in un paese in cui siamo tutti un po’ più furbi degli altri, aiutarsi vuol dire anche farsi furbi. Battere qualche scontrino in meno, saltare una coda, buttare una cartaccia a terra, sono tutti esempi di adeguamento allo standard, giustificato dal vedere comportamenti analoghi attorno a noi, che non solo ci legittimano, ma che visti ancora ed ancora, ci tentano fino quasi a costringerci – per amor proprio o per necessità di sopravvivenza – ad adottarli. Imbrogliare durante una gara regolare può farci sentire infami, non prendere una scorciatoia in una competizione dove tutti tagliano le curve può farci sentire idioti. Eppure ogni volta che qualcuno agisce in maniera egoistica, imbrogliando, c’è un solo vincitore e tantissimi sconfitti.

 

E’ anche la matematica a raccontarcelo, in particolare la teoria dei giochi con il dilemma del prigioniero. Supponiamo che tu venga arrestata insieme ad un’altra persona accusata di essere tuo complice. La polizia ti isola in una cella, dalla quale non puoi comunicare con nessuno, e ti danno due scelte: collaborare o non collaborare. In base alla doppia decisione, tua e dell’altra persona, ti viene spiegato che l’esito sarà il seguente:

– Se uno solo dei due collabora, evita la pena, e l’altro verrà condannato a 7 anni di carcere.

– Se entrambi collaborano, subiranno entrambi una pena di 6 anni.

– Se nessuno dei due collabora, 1 anno di carcere a entrambi non lo leva nessuno, nemmeno il più scaltro degli avvocati.

 

La situazione è ben schematizzata nella tabella qui sotto, dove in grassetto c’è ciò che è sotto il tuo controllo (la tua decisione) e gli esiti che ne deriveranno per il tuo futuro, espressi in anni di reclusione.

collabora non collabora
collabori (6,6) (0,7)
non collabori (7,0) (1,1)

 

Tu cosa faresti? Collaborare comporta 6 o 0 anni di carcere, non collaborare ne comporta 7 o 1. La scelta ‘furba’ è collaborare, e ridursi la condanna di 1 anno, qualunque sia la scelta dell’altro. Questo stride con il fatto che l’esito globalmente ottimo, quello che minimizza gli anni di reclusione per entrambi, si ha se nessuno collabora. Da qui la natura paradossale di questa situazione, che per quanto semplificata, ricorda un po’ le nostre vite. Certo, se siamo convinti che il nostro prossimo agirà egoisticamente, la scelta sensata è quella parimenti egoistica. In un paese pieno di furbi, solo un idiota non si fa furbo a sua volta. Un idiota stanco di essere parte del problema, un idiota disposto a sentirsi tale, un idiota che accetta di prendersela in quel posto. Per amore dell’ottimo globale, per desiderio di spostare con la propria scelta lo status quo – anche solo di pochissimo – verso quell’ottimo, verso quella condivisione del benessere. Un idiota che agisce per questione di principio, per coerenza, un idiota che molti non hanno il lusso di poter essere perché impegnati a sopravvivere e che molti altri non hanno voglia di essere perché impegnati a fregarsene.

 

Personalmente sono lontano dall’essere quell’idiota che tanto ammiro, lo ammetto con candore e compassione per me stesso, che poi forse è solo un meccanismo di autodifesa dettato dalla pigrizia. Mi limito a piccoli episodi di ‘idiozia’, tentando di allineare l’agire al senso etico, il cervello al cuore. Faccio comunque del mio meglio per riconoscere che siamo tutti in moto in uno scacchiere enorme e complesso, che gli altri sono giocatori con dignità pari alla mia, che forse ha più senso fare di questa vita un gioco collaborativo, che la mia partita avrà conseguenze – imponderabili, piccole o grandi – su molte altre e in qualche modo riecheggerà nell’eternità. Verrà un giorno in cui la mia partita finirà, e tutto ciò che ho guadagnato, accumulato e temuto di perdere non conterà gran che ai fini del punteggio.

 

Sono convinto che quel poco di agire etico di cui sono capace, mi derivi naturalmente da un certo amore per l’etica. Sono anche disposto a generalizzare questa convinzione, un po’ presuntuosamente, ed asserire che se a questo mondo l’empatia fosse più diffusa, l’amore per l’etica, e con esso l’agire etico, ne sarebbe naturale conseguenza. Credo non verrebbe più percepita come una noiosa zavorra, una serie di regole volte a limitare il nostro agire e la nostra gioia personale, bensì come buon senso, come un naturale e gentile fondamento per costruire comunità più felici ed accoglienti, grandi o piccole che siano.

 

Mi chiedo spesso come si potrebbe favorire la diffusione dell’empatia ed ogni idea che va in questa direzione desta naturalmente il mio interesse. Mi viene in mente un esempio interessante, al confine fra giornalismo e ricerca scientifica. Karim Ben Khalifa è un giornalista di guerra, che in oltre 15 anni di lavoro fra Ruanda, El Salvador, Palestina, ha raccontato i conflitti armati di questi luoghi. Per quanto diversi sotto molti aspetti, Ben Khalifa ha trovato un filo conduttore, che ha posto alla base della sua mostra “The Enemy: “Questo progetto ha le sue radici nella mia esperienza come giornalista di guerra, nel passare da una parte all’altra [dello schieramento] in molte guerre e conflitti differenti, e nel trovare che le speranze e gli incubi delle persone, sono più simili che diversi”. The Enemy è un’installazione basata su realtà virtuale, che porta il visitatore faccia a faccia con militanti di fazioni opposte in vari conflitti, intervistati da Ben Khalifa e ripresi da più angolazioni per poterne ricostruire un fedele doppio 3D. Il visitatore, immerso in questo ambiente virtuale, può ascoltare la storia di un miliziano, guardandolo negli occhi, creando una connessione che per quanto artificiale ha un qualcosa di autentico – per poi conoscere allo stesso modo il suo nemico. Un osservatore imparziale, messo di fronte a due storie molto diverse ma in qualche modo molto simili, è portato a provare una connessione con entrambi i nemici, così polarizzati l’uno contro l’altro, e a trarne un insegnamento. Traducendo le parole di Ben Khalifa, “il nemico è sempre invisibile, e quando diventa visibile cessa di essere il nemico“.

 

Sono persone, prima che nemici. Siamo persone, prima di essere tutto ciò che ci distanzia. Non è facile vedere l’altro, conoscerlo, sentirlo, soprattutto se distante. Ancor più difficile è farlo con chi è venuto prima di noi o con chi verrà dopo, quasi calando l’empatia in una dimensione temporale. Dice Roberto Saviano, a proposito del sentirsi parte di una comunità: “se un ragazzo o una ragazza riuscisse davvero sempre a connettersi non solo con il suo tempo ma con tutto quello che c’è stato prima, si sente parte di un mosaico meraviglioso”.

 

So di essere una persona più felice della media. Vi racconto una piccola ovvietà: c’è più gioia nell’amare che nel temere o nel disprezzare, si vive più allegri. Quando penso a tutto ciò che mi circonda, quando ci provo davvero e penso a chi mi ha preceduto, chi mi accompagna, chi mi seguirà, mi sento sopraffatto da una dolce nostalgia difficile da giustificare e da una gioia tiepida, di essere vivo e così piccolo in questo tempo e in questo mondo pieno di disgrazia e meraviglia, del quale in qualche modo faccio parte come in un mosaico pazzesco e spettacolare che vorrei conoscere tutto, abbracciare nella sua interezza – e la mia piccola presenza in tutto ciò mi atterrisce e al contempo mi riempie il cuore. E’ per me un onore e un’emozione incomparabile essere una tesserina di questo nostro grandioso mosaico.

 

 

La redazione di Key4biz si unisce al cordoglio del team dei Cittadini Attivi per la prematura scomparsa di Catia Vizzarri, avvenuta il giorno 31 maggio 2018.

Il suo ultimo articolo pubblicato per la rubrica “Cittadini Attivi” è stato “L’Italia cambia se ci si informa e si esce dal pregiudizio”.

Le più sentite condoglianze da Key4biz ai famigliari di Catia Vizzarri.

Bibiana Rocco, Eliana D’Aquanno, Luca Fiorentino, Raffaele Barberio, Raniero Dragonetti, Luigi Garofalo, Flavio Fabbri, Paolo Anastasio, Piermario Boccellato.

© 2002-2018 Key4biz

Instant SSL