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Cittadini Attivi, difesa personale IoT con la ‘smart gun’

Nel 1999 Kevin Ashton del Massachussets Institute of Technology (MIT), coniò il termine “Internet of things” (IoT) per indicare con tale espressione un sistema complesso di oggetti fisici, al di fuori dei normali computer, che comunicano tra loro mediante protocolli internet.

Qualsiasi tipo di oggetto, ma anche persone, piuttosto che animali o piante, può trasformarsi in un dispositivo collegato ad Internet, mediante un indirizzo IP capace di consentirne in modo univoco l’identificazione nella rete. Un’interconnessione di oggetti e sistemi che, senza necessità di intervento da parte dell’uomo, dialogano ed interagiscono tra loro attraverso semplicissimi sensori e che si scambiano dati, tramite reti di comunicazione elettronica. Tali dati vengono aggregati ed elaborati per restituire soluzioni sistemiche ed innovative in grado di codificare e fornire informazioni che prima non avevamo, di erogare all’utente servizi più puntuali, tempestivi ed efficienti e quindi di semplificare e migliorare le nostre vite.

Appare evidente che le applicazioni di IoT sono infinite e non c’è un settore che non sia potenzialmente interessato da questa nuova rivoluzione tecnologica. Alcuni di questi oggetti “smart” li ritroviamo già ampiamente utilizzati in soluzioni applicative di uso quotidiano, come i sensori per la videosorveglianza, i contatori intelligenti per la misurazione a distanza dei consumi, gli elettrodomestici che possono essere gestiti da remoto mediante il semplice uso di un cellulare, i contenitori per la raccolta differenziata che avvisano quando è il momento di essere svuotati, i giocattoli interattivi, gli orologi intelligenti che misurano il battito cardiaco e la pressione sanguigna, le “connected car”. Altri sono ancora in sperimentazione, come il semaforo che dal rosso passa al verde se rileva che dall’altro lato non sta transitando nessuno, o il lampione che manda un segnale quando la lampadina non funziona. Dal punto di vista geografico i mercati che guidano la crescita in questo ambito sono Cina, Nord America ed Europa Occidentale che assieme rappresentano il 67 percento sul totale di quello che si può considerare l’installato IoT nel 2017.

A gennaio 2017 uno studente di ingegneria elettronica del MIT di Boston, il diciannovenne Kai Kloepfer, ha messo a punto una smartgun (pistola intelligente) che, come uno smartphone, è in grado di riconoscere le impronte del proprietario e non può essere utilizzata da un estraneo. Kloepfer ha realizzato un prototipo di pistola che monta, sul calcio dell’arma, lo stesso sensore che hanno gli smartphone sullo schermo: quindi la pistola spara solo se riconosce, grazie ai suoi sensori, le impronte digitali del “padrone”, che può autorizzare l’uso dell’arma anche ad altre persone. Il mensile Forbes ha incluso Kloepfer tra gli imprenditori (under 30) più innovativi del Paese e la sua start up acquisisce grande valore sul mercato.

Kai Korpfler è stato sfiorato da una delle tragedie che accadono frequentemente negli Usa: quando aveva solo 14 anni, ci fu una sparatoria in un cinema di Aurora in Colorado (distante solo 45 minuti da casa sua) e un pazzo uccise 12 persone e ne ferì 58. Kai provò un profondo senso di angoscia e insicurezza e decise che era arrivato il momento di fare qualcosa.

Negli Stati Uniti non ci sono leggi federali che ostacolino le persone nel comprare armi. Un maggiore controllo sull’uso delle armi è discusso da tempo, ma da molti è visto come una grave limitazione al secondo emendamento della Costituzione americana, che sancisce il diritto per ogni cittadino alla libertà personale e ad avere un’arma[1]. Attualmente il New Jersey ha varato una legge che, poco alla volta, renderà obbligatoria la vendita delle armi intelligenti: è il Childproof Handgun Act.

Nel 2016 negli USA l’industria delle armi da fuoco ha mosso 49,2 miliardi di dollari, ed ogni anno negli Stati Uniti tra le 600 e le 800 persone muoiono per incidenti legati alle armi da fuoco: un recente studio di “Pediatrics” ha rilevato che 7.391 tra bambini e adolescenti, nel 2009, sono stati ricoverati per ferite da arma da fuoco che costituiscono la seconda causa di morte tra i bimbi.

Kai Kloepfer difende la sua invenzione: il sensore ha una precisione del 99,99 per cento nel riconoscere le persone autorizzate all’uso della pistola. I detrattori dell’invenzione criticano il giovane inventore perché una pistola che non spara subito è giudicata inutile e insicura, i prototipi sono prodotti con la stampante 3D e il dispositivo può essere facilmente hackerato. Parlando proprio in termini di sicurezza e dei rischi connessi ai dispositivi IoT, si segnala che a settembre 2016 c’è stato un ingente attacco di tipo DDos[2] al sito KrebsOnSecurity: la novità è che stavolta l’attacco malware non ha preso di mira singoli PC, bensì i semplici dispositivi connessi al Web utilizzati in ambito IoT, quali telecamere di sicurezza o media player, che sono stati violati facilmente – in ragione della loro configurazione che di norma non necessita di adeguata protezione – al fine di mettere poi in atto un attacco mirato verso un sito ben specifico.

Collegare ogni cosa con ogni essere, IoT è un evento che trasformerà la storia dell’uomo, permettendo per la prima volta alla nostra specie di empatizzare e socializzare come un’unica famiglia” (J. Rifkin).

Questo pensiero spinge a riflettere su quella che da sempre è stata la vera essenza della natura umana, sull’attitudine connaturata a cercare, in ogni circostanza della nostra vita ed in particolar modo nei momenti di difficoltà, forme di condivisione e di mutua collaborazione.

L’IoT può quindi diventare anche elemento di proiezione verso il futuro basato sull’impulso fondamentale dell’uomo, improntato alla ricerca di elementi di contatto verso il prossimo e di interazione sociale, alla conferma di un senso di comunanza e di appartenenza e non al mero possesso di beni materiali.

Ed in questo contesto la sharing economy segna il percorso per la realizzazione di nuovi progetti collaborativi che uniscano la ricerca di aggregazione all’opportunità della condivisione, nella considerazione che il vero valore di un essere umano non sarà più commisurato unicamente al possesso personale di ricchezza, bensì al prevalere della qualità sociale e dell’interesse collettivo.

Di anno in anno è aumentato del 31 percento il numero di ‘oggetti’ interconnessi. Lo dicono le previsioni Gartner (gennaio 2017) che confrontano i dati del 2016 con le stime per l’anno in corso. Una cifra destinata a crescere, perché secondo Gartner saranno circa 20,4 miliardi nel 2020, e per una spesa sugli endpoint e sui servizi che varrà 2mila miliardi solo nel 2017. Dunque parlare di IoT non significa parlare solo di tecnologia ma di sistema, significa ripensare ad un sistema che implica aspetti economici, politici, umani e che non può prescindere dal guardare il futuro dell’IoT da una prospettiva globale, che a sua volta fa propria la tecnologia.

[1] “A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed.”

[2] DDos, Distribuited Denial of Service: attacco mirato per rendere indisponibili un computer o una rete, tramite l’utilizzo di un massiccio numero di dispositivi infetti che inondano letteralmente di false richieste di accesso il server, fino a sovraccaricarlo, rendendo così indisponibile il servizio agli utenti autorizzati.

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