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Cittadini Attivi, dacci oggi la nostra app quotidiana. Viaggio tra i post millennials italiani

L’occupazione serale più impegnativa per le famiglie, e sempre fonte di litigi feroci, è ormai lo zapping selvaggio: ieri cercavo di scegliere il male minore tra uno degli innumerevoli programmi di cucina, in cui lo chef/star di turno sbatte a terra con forza il piatto, appetitoso per noi comuni mortali, cucinato con dovizia dal povero malcapitato di turno (scena sulla quale vertono tutti questi format, dato che evidentemente soddisfa l’istinto sadico di ognuno di noi), e l’ennesima serie tv dove, al millesimo sgozzamento esibito in primo piano, il gusto per il macabro cede inevitabilmente il posto allo sbadiglio compulsivo.

Ma ecco che tra la violenza in ambito culinario e quella nel mondo fanta-criminale intravedo la faccia amica del professor Keating e dei suoi poeti estinti in un film, “L’attimo fuggente”, che ha ispirato intere generazioni e che mai come oggi trovo attualissimo.

Ammetto di amare la banalità, copertina di Linus così confortevole da abbandonare con cautela, per cui sono orgogliosa di essere appartenuta alla nutrita schiera di insegnanti ispirati dal “capitano” più famoso della storia del cinema: quale docente non ha mai sognato di veder saltare sui banchi i propri amati, brufolosi teenager al grido di “O prof! Mio prof!”, invece il poveretto è costretto a sopportare sempre le stesse frasi (“Ma oggi aveva detto che spiegava”, “Ho studiato, è che non ho capito” e l’appassionante, declamata nel punto cruciale della spiegazione: “Posso andare in bagno?”).

ALT cari genitori dei post-millennials: non oso insinuare niente di spiacevole sui vostri pargoli né tantomeno sull’educazione che ovviamente gli avrete impartito alla perfezione…e anche se avessi avuto la brillante idea di polemizzare, decine di colloqui con mamme adoranti (mentre i papà solitamente sono accomodanti o rassegnati), pronte a uccidere di fronte a un’insufficienza di quella perla di prole che mai potrebbe fallire, hanno da tempo stroncato ogni mia vena sarcastica. In realtà, nonostante la dilagante maleducazione e l’odiosa strafottenza che spesso regnano nelle classi, i ragazzi sono in assoluto la parte più bella della scuola, lo stimolo più grande, ma il contrappasso lo è altrettanto: programmi scolastici anacronistici e colleghi ancora più anacronistici, per non dire preistorici, che si trascinano in classe pregando di lavorare il meno possibile fino all’unico traguardo ambito, la pensione; fino ad allora, l’unico sfogo è quello di scaricare la frustrazione sempre crescente sugli alunni. Lapalissiano dirlo, ma sempre meglio specificare quando si tratta di insegnanti infuriati: la maggior parte dei professori ha scelto questo lavoro per passione e lo porta avanti come la missione più nobile al mondo, lavorando ben oltre l’orario scolastico e facendosi carico dei problemi di studenti, genitori e colleghi come se fossero propri.

Questi sono gli eroi alla John Keating, persone che si lambiccano il cervello prima di dormire cercando il modo di rendere interessante Petrarca agli occhi di un sedicenne, che si svegliano all’alba per correggere i compiti in classe, fonti di ispirazione per i loro ragazzi e per l’intero sistema scolastico italiano. Nonostante l’impegno disumano, però, come può un sessantenne (questa era l’età media dei miei colleghi, che poi anche quelli di poco più giovani nella scuola italiana invecchiano precocemente), ormai acciaccato psicologicamente dallo stress di ore di lezioni, col tempo diventate sempre uguali, e incattivito da ragazzini urlanti che gli sembrano ogni anno peggiori dei precedenti, trovare un punto di contatto e soprattutto un dialogo costruttivo con ragazzi che affrontano l’ingrata adolescenza in un modo di cambiamenti fulminei, in cui devono scalciare e urlare per farsi sentire?

Dove possono i nostri tenerissimi e fragili post-millennials trovare lo stimolo per affrontare gli anni più intensi della loro vita seduti su quegli odiosi banchi verdi (altro studio che ho sempre trovato opinabile: il verde sarà pure un colore rilassante, ma non trovereste più allegre scuole alla Mondrian, con pareti e banchi coloratissimi?), e come riuscirebbe oggi il professor Keating a essere d’ispirazione?

Innanzitutto parlando la stessa lingua dei ragazzi, quindi adottando il loro codice comunicativo, e qui casca l’asino o, come direbbero i miei ex studenti, NCS (non ci siamo!): oggi si è creata una vera e propria barriera linguistica, non tanto perché lo slang giovanile è sempre più simile al rap statunitense, per cui se avete passato i 18 e non siete Jay-Z o almeno Coez avrete notato un completo scollamento con la lingua italiana, ma soprattutto perché tra i teenager la comunicazione verbale è quasi del tutto estinta a favore di quella digitale ormai imperante.

Questo comporta non solo il fatto che i ragazzi non riescano più a interagire tra loro se non attraverso lo smartphone, mutando inevitabilmente le relazioni e in qualche modo anche le emozioni adolescenziali (nonché la prematura scomparsa della compianta grammatica italiana), ma più ancora che la vecchia scuola del nostro anziano paese faccia orecchie da mercante sperando forse che, prima o poi, l’era digitale si estingua e lasci il posto a mezzi rassicuranti come macchine da scrivere, fax e chissà, magari un bel grammofono!

Tra prof e alunni è guerra aperta sull’uso del cellulare in classe, ma piuttosto che strappare a un quindicenne il proprio feticcio più sacro e assicurarsi il suo odio imperituro, non sarebbe più costruttivo, e meno pericoloso per l’incolumità dell’insegnante, includere il telefono nelle attività didattiche? Anni fa ho insegnato in una classe di pluriripetenti di un istituto privato (anche detto “diplomificio”), ragazzi che prima di entrare a scuola si facevano una canna e che all’appello rispondevano rispettosamente con la mano alzata, sì, ma del saluto romano: dopo strenue e inutili lotte per convincerli a portare i libri in classe li ho convinti a scaricare la app della “Divina Commedia”; non sarò riuscita a esaltarli alla follia con Dante, ma almeno il fatto di poter tenere il cellulare tra le mani durante la lezione li ha confortati (quella è la loro coperta di Linus!).

I ragazzi hanno scelto il loro registro comunicativo, e se vogliamo instaurare un rapporto con loro dobbiamo partire dal dialogo, che può esistere solo se si parla la stessa lingua: “Prof da paura le lavagne multimediali”, mi hanno assalita festanti appena arrivati quelli che dovevano essere gli strumenti più utili e all’avanguardia della scuola. Già. Peccato che non tutti gli istituti ne siano provvisti e soprattutto che quasi tutte le cariatid…ehm, gli insegnanti ne ignorino l’utilizzo. Il risultato, nella maggior parte dei casi, è che la tanto sbandierata tecnologia introdotta nella scuola italiana giaccia abbandonata a se stessa, con pochissimi eletti in grado di utilizzarla, illuminati da corsi di formazione appositi che i poveri supplenti volenterosi devono pagarsi di tasca propria perché, si sa, a loro non va garantito nulla per nessun motivo, mentre gli insegnanti di ruolo possono scegliere di attingere al loro bonus di 500 euro, teoricamente riservato ai corsi di aggiornamento o agli strumenti didattici, ma in pratica spesso succede che professori e maestri impieghino responsabilmente questo fondo nell’acquisto di lavatrici e frigoriferi. Immagino che per chi non lavori in ambito scolastico possa sembrare un’invenzione o perlomeno un’esagerazione, invece vi assicuro che alcuni miei ex colleghi esibivano trionfalmente la foto dei nuovi elettrodomestici in aula professori, fieri di aver impiegato al meglio il denaro pubblico con la complicità di un negoziante amico. Vero che gli insegnanti rappresentano forse la categoria più sottopagata del nostro paese, ma almeno compra un tablet che può esserti utile anche a scuola anziché un ferro da stiro!

Tutto questo e molto di più è la fanta-scuola italiana: poli di eccellenza accanto a istituti fatiscenti e didatticamente a dir poco mediocri, insegnanti appassionati e capaci vs bradipi stanchi/psicopatici/maniaci/frustrati/vanesi/isterici, per citare solo alcune delle specie conosciute. E chi ne fa le spese? Ovviamente gli alunni di tutte le età, ma quelli delle superiori soffrono sicuramente di più un rapporto sbagliato con il prof che se ti punta il primo anno inevitabilmente ti odierà a morte fino alla maturità (a quanti è successo, succede e succederà?), o con quello che, sforzandosi o meno, non riesce ad avere un dialogo con le classi proprio perché non condivide il linguaggio e gli strumenti dei propri alunni: se la presenza di una lavagna multimediale li incuriosisce, a maggior ragione seguiranno con più attenzione un prof che gli insegni a utilizzarla, che visualizzi il registro elettronico dal proprio smartphone, che abbia un profilo Facebook e pubblichi foto si Instagram, che gli permetta di scaricare le dispense online e occasionalmente fornisca eventuali chiarimenti su Whatsapp, ma soprattutto che comprenda il significato di un “mi piace” nell’era della condivisione. Non è una questione di insicurezza adolescenziale, anche perché vedo più adulti che ragazzi mettersi in pose opinabili per un selfie o studiarsi a lungo la pubblicazione di un post che possa attrarre più like possibili, ma si tratta di un vero e proprio mutamento antropologico per cui l’essere coincide con il condividere: oggi abbiamo banalizzato, tra tante meravigliose parole, anche questo verbo il cui significato è “avere in comune con altri, spartire, partecipare insieme”. Bisognerebbe sempre pensare all’etimologia dei termini per comprenderne l’universo sotteso: “dividere con” implica la presenza di almeno due soggetti; in fondo non c’è niente di nuovo nel bisogno dell’altro da parte dell’animale sociale, è solo il mezzo che cambia. Se i rapporti umani ieri erano perlopiù diretti o filtrati dalle lettere o dal telefono, oggi il filtro di smartphone, tablet e pc è diventato anche troppo ingombrante e paradossalmente d’ostacolo alle relazioni, ma comunque indispensabile a qualsiasi età, figuriamoci in piena adolescenza quando il bisogno di relazionarsi e la necessità di essere accettati rappresentano i pilastri della sopravvivenza non solo per i teenager ma anche e soprattutto per i genitori, altrimenti costretti a sopportare crisi isteriche apparentemente inspiegabili dei figli, in realtà spesso dovute alla carenza di followers su Instagram o a un like di troppo del lui del cuore alla foto di un’altra.

Una volta individuati i mezzi espressivi dei ragazzi, risulta anche piuttosto chiaro trovare il punto di contatto con loro, il modo di avviare finalmente un dialogo tra generazioni e soprattutto lo stimolo di cui hanno bisogno per vedere qualcosa in più nella scuola, oltre a una mera imposizione voluta dalla società per insegnargli il conformismo e un’infinità di nozioni prettamente e inutilmente teoriche. Ovviamente è fondamentale cercare il dialogo diretto con ogni singolo alunno per instaurare una certa confidenza, le attività extrascolastiche come gite e visite didattiche permettono la nascita di un’intimità inattesa con le classi e insegnargli ad aprirsi con un professore farà scoprire ai ragazzi una scuola diversa.

Tuttavia, l’attenzione dei post-millennials viene inevitabilmente catalizzata dagli strumenti digitali, com’è naturale che sia dato che la loro generazione è nata con una spiccata abilità per tutto ciò che è touch, basti pensare a cosa riesca a combinare un bambino di due anni con lo smartphone; è questa la loro ispirazione: la continua evoluzione digitale, inventare strumenti nuovi e aggiornare i vecchi per correre incontro al cambiamento incessante verso il quale i ragazzi sono tesi.

I loro John Keating sono stati i visionari Steve Jobs, Bill Gates, Mark Zuckerberg e moltissimi altri più recenti, sempre più innovatori e ancora più giovani dei precedenti. Non è che tutti gli insegnanti debbano fondare una nuova Apple per guadagnarsi la confidenza di alunni distratti (anche se non sarebbe affatto male!), ma almeno parlare la stessa lingua è alla base di ogni rapporto umano. Lo so, cari prof, un hashtag su Twitter non sembra stimolante quanto la poesia di Whitman o il più celebre dei moniti oraziani (quanto ci fa venire voglia di mollare tutto e scappare a Bora Bora quel “Carpe diem”?!), d’altra parte neanche Van Gogh sembrava degno di nota al pubblico, amante del maestro Monet e della bella pittura andata; con questo non vi auguro di tagliarvi un orecchio e finire in miseria, disprezzati da tutti in preda a manie di persecuzione, né mi piace accostare la “Notte stellata” a una fotarella pubblicata su Pinterest! Dico solo che il cambiamento va compreso e, con la comprensione, spesso nasce l’apprezzamento.

Mi sembra ieri che, alla mia prima visita con la scuola alla Galleria Nazionale d’arte moderna e contemporanea, vidi i Tagli di Fontana e le Combustioni di Burri: il professore di italiano e storia dell’arte ci scioccò con la spiegazione dell’orrore nelle laceranti ferite novecentesche rappresentate in quelle opere, ma soprattutto ci insegnò a non dire mai quella sciocca banalità che sento troppo spesso: “questo potevo farlo pure io…”

Allora perché non lo hai fatto tu???

Alla base di quei capolavori c’è la ricerca di un linguaggio nuovo per comunicare con il pubblico, ed è proprio l’immediatezza espressiva che colpisce chi guarda, la meraviglia di cogliere un messaggio così forte e complesso alla prima occhiata: quella rivoluzione artistica non è stata tanto dirompente quanto le nuove tecnologie di informazione e comunicazione? La novità del mezzo espressivo non è stata guardata con lo stesso sospetto?

Gli unici che al primo sguardo hanno colto immediatamente la straordinaria bellezza e l’infinita potenzialità di una nuova fonte d’ispirazione, come sempre, sono stati i giovani, liberi da preconcetti idioti e aperti al cambiamento, che abbracciano con lo stupore del fanciullino pascoliano.

Che dite prof? Gli andiamo incontro?

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