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Cinema, la crisi delle sale risveglia l’associazione degli esercenti

Venerdì della scorsa settimana, abbiamo pubblicato su “Key4biz” un articolo dal titolo sintomatico: vedi “Lo stato di salute del sistema culturale italiano? Non si sa ma il cinema in sala muore” (su “Key4biz” dell’11 febbraio 2022).

Lungi da noi intonare litanie necrofore, ma restiamo convinti che né le istituzioni né – paradossalmente – le associazioni di categoria si siano rese conto della drammaticità della situazione in atto.

Deprimente e sconfortante l’impressione che è emersa questa mattina da una iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale Esercenti Cinema (Anec), insieme alle associazioni consorelle Acec (cinematografi cattolici) e Fice (sale d’essai), il cui titolo è stato efficace, ma le cui capacità propositive si sono rivelate modeste: “La sopravvivenza dei cinema” è stato il titolo della conferenza stampa tenutasi presso centrale dell’Agis a Roma (Anec aderisce ad Agis, ed Agis aderisce a Confcommercio), in via di Villa Patrizi, trasmessa che via web attraverso la pagina Facebook dell’Anec.

A fronte di una situazione che si conferma drammatica (incassi e spettatori che per il 2022 potrebbero corrispondere ad un terzo se non ad un quarto di quelli dell’ultimo anno pre-pandemia), il tema, più che possibile “sopravvivenza” è ormai (ahinoi) prevedibile “morte”. Verrebbe da commentare, con amarezza (parafrasando Gabriel Garcia Márquez): “cronaca di una morte annunciata”.

Il testo dell’invito alla conferenza stampa evidenzia una sorta di rassegnazione spirituale: “a due anni dalle prime chiusure di sale cinematografiche avvenute venerdì 21 febbraio 2020 con i primi provvedimenti di sospensione dell’attività che hanno riguardato i cinema di Casalpusterlengo (Lodi) e la zona di Vo’ Euganeo (Padova), seguiti l’indomani dai comuni di Crema, Cremona e Piacenza, la situazione dell’intero comparto dell’esercizio si trova tutt’oggi a confrontarsi con pesanti criticità che tardano ad essere affrontate a livello istituzionale. Le sale hanno superato chiusure e riaperture imposte in maniera alternata negli ultimi 24 mesi ed ogni volta, predisponendosi a dichiarate azioni di ripartenza si sono dovute confrontare con misure restrittive sempre più stringenti e tali da inficiare ogni possibilità di avviare in maniera concreta un percorso di ritorno ad una graduale normalità”.

Fin qui, la descrizione dello scenario, ed emerge una presa di posizione (finalmente) protestataria: “Tutto ciò non è più sostenibile!”.

D’accordo, ed allora cosa propone l’Anec?! Non è ben chiaro.

La “vertenza” in che cosa si sostanzia?!?

Continua la sua descrizione l’associazione: “i settori produttivi, di intrattenimento e di evasione stanno vivendo un rapido ritorno ai periodi pre-pandemici operando con misure che consentono l’esercizio di ogni attività parte integrante della sostenibilità economica e d’impresa, aspetti che non sono ancora consentiti alle sale cinematografiche. Inspiegabilmente!”.

La questione viene così sintetizzata: “consumazioni vietate nelle sale cinematografiche, film senza regole chiare negli sfruttamenti successivi alla sala cinematografica, protocolli di accesso agli spettacoli cinematografici ancora eccessivamente stringenti ed onerosi per il comparto”.

Va segnalato che è di ieri la annunciata decisione governativa secondo la quale dal prossimo 10 marzo si potrà tornare a consumare cibo e bibite nelle sale cinematografiche: ieri è stato infatti approvato uno specifico emendamento, Commissione Affari Sociali alla Camera, e si ha ragione di prevedere che diverrà legge. Un piccolo segno ragionevole da parte di un Governo che ha spesso gestito l’emergenza pandemica con provvedimenti autoritari irragionevoli e dettati dal “pathos” (conati isterici) più che dal “logos” (i dati oggettivi).

E denuncia Anec: “sono solo alcuni dei punti che l’esercizio non può più sostenere e stanno determinando la rapida scomparsa degli schermi attivi sul territorio nazionale”.

Denuncia Lorini: “fin dal primo momento le sale, compresi tutti gli spazi all’aperto, sono stati soggetti ad ingresso solo con Green Pass, successivamente si è elevato il livello di sicurezza imponendo il green pass rafforzato, ed ancora obbligo di mascherine Ffp2 dal giorno di Natale, e, se non bastasse, divieto di consumazione di cibi e bevande all’interno delle sale. La curva sta scendendo, le attività vedono il ritorno graduale alla normalità, e finalmente dal 10 marzo, come annunciato ieri, sarà rimosso il divieto di consumare cibo e bevande al cinema e nei luoghi di spettacolo. Le sale hanno cercato di reagire lavorando sulla ripartenza per almeno tre volte negli ultimi due anni, ma si sono dovute piegare alle forti restrizioni che ne limitano l’attività. Non possiamo più continuare così, anche alla luce dell’apertura completa che si sta annunciando nei Paesi europei per il nostro settore”.

Anec ha identificato due questioni essenziali:

1. la cronologia dei media;

2. le criticità del cinema italiano in sale.

Il primo problema: la cronologia dei media

La “cronologia dei media”, dopo nove mesi di incontri di lavoro – definiti “infruttuosi” da Lorini – presso il Ministero della Cultura, è priva di qualsiasi regolamentazione. Manca la certezza della destinazione “prioritaria” cinematografica, tanto per le produzioni nazionali, quanto per i film esteri. Superata la gestione dell’emergenza pandemica, che ha garantito la continuità di remunerazione alle imprese di produzione italiane, e nonostante la condivisione di massima della necessità di regolamentare il “mercato sala” per massimizzare il ritorno degli investimenti nei diversi media, la situazione resta confusa, ed ingenera nel pubblico la convinzione di poter vedere dal proprio divano, entro poche settimane, i film destinati al cinema: gli effetti sul mercato sala sono evidenti, con 500 schermi che mancano all’appello del servizio Cinetel…

L’esercizio cinematografico chiede di riaffermare la centralità della sala, ripristinando periodi di sfruttamento commerciale (le cosiddette “windows”) congrui a salvaguardia dei diversi media, a cominciare dalla sala cinematografica. Ciò vale sia per le produzioni nazionali, come disciplinato fino al 2020, che per le produzioni estere.

L’adozione di regole certe e ragionevoli”, ha sostenuto Gianluca Bernardini, presidente Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema), “non riguarda solo la capacità di attrarre il pubblico nelle prime settimane di programmazione, ma anche lo sfruttamento da parte dei cinema di profondità nelle settimane successive, con centinaia di sale (e di arene estive) che ormai programmano film in contemporanea con le piattaforme e le televisioni, quando non se li vedono negare del tutto”.

Il secondo problema: i film italiani in sala non incassano

Dopo “la grande fuga” durante il “lockdown”, salvo poche eccezioni il cinema italiano non è mai tornato veramente in sala.

Anec chiede “ai produttori, agli autori e agli attori di difendere tutti assieme il modello che vede la sala cinematografica al centro del sistema. A fronte di oltre 900 produzioni approntate o in fase di completamento, al 99 % finanziate dallo Stato, non più del 35 % sembra destinato alle sale cinematografiche, sempre più spesso facendovi capolino prima di dirottare su piattaforme e tv”.

Sarebbe interessante mettere in atto una validazione metodologica di questi dati, che oggettivamente – se corrispondenti al vero – sono impressionanti.

Anec ribadisce che la sala resta “un modello insostituibile di socialità e di valorizzazione del prodotto filmico”, eppure “la produzione nazionale al cinema appare insufficiente e di scarso appeal”.

Anec: che non prevalga il consumo domestico dei film cinematografici

L’esercizio cinematografico chiede uno sforzo collettivo alla produzione, agli autori e agli artisti italiani per non lasciare che prevalga il consumo domestico di film, e per non limitare i segnali di ripresa del mercato al prodotto internazionale.

Al cinema italiano (alla “filiera”, come s’usa ormai dire), Anec chiede di tornare al fianco dell’esercizio per una ripresa completa e duratura: “una produzione italiana competitiva, di qualità e pronta ad affrontare il giudizio del pubblico con investimenti promozionali e di comunicazione adeguati, inclusa la presenza degli autori e dei protagonisti in sala”, afferma il presidente Fice Domenico Dinoia, “è essenziale per rilanciare una cinematografia che negli ultimi anni sembra avere perso il contatto con il pubblico delle sale, facendo venir meno una leva fondamentale per il nostro settore”.

Le tesi che sono state proposte questa mattina sono tutte di buon senso, ragionevoli e condivisibili.

La questione resta: come passare dalla lamentazione e dalla protesta all’azione ed all’intervento?!

Queste le proposte dell’Anec:

Si tratta di richieste giuste, ma forse manca una gerarchizzazione delle priorità.

Riteniamo assolutamente importante, centrale, essenziale, e quindi prioritaria non una “campagna istituzionale sul Cinema al Cinema”, ma una iniziativa di promozione e di marketing che sia robusta, dotata di risorse adeguate (30 o 50 milioni di euro), impostata con alta professionalità (coinvolgendo le migliori agenzie pubblicitarie nazionali), di respiro lungimirante… Questa campagna, che deve essere potente, anzi martellante, deve essere fatta propria anche dalla Rai, perché rientra sicuramente nella “mission” del “public service media” nazionale. Mentre ad oggi Rai, seppure interviene in modo deciso nella “produzione” di cinema italiano (attraverso gli investimenti di RaiCinema), non lo promuove poi adeguatamente attraverso le sue attività televisive…

Francamente, invece, istanze come la detassazione del biglietto e la creazione di una nuova “Festa del Cinema” ci sembrano questioni veramente minori e marginali.

Su tutto, prevale comunque una cappa di nebbia: lo stato di salute del cinema italiano (quello in sala, almeno) non è stato oggetto, da anni, di analisi accurate e di ricerche approfondite, che potessero identificare i “nodi” della crisi che si è andata sedimentando.

Su tutto prevale comunque una cappa di nebbia di non conoscenza

Come abbiamo già lamentato, anche su queste colonne, esiste forse un censimento accurato ed aggiornato sul tessuto delle sale cinematografiche italiane?! No. E ciò basti.

Quante sale sono state chiuse, negli ultimi cinque anni (quindi prima della catastrofe pandemica)?

Quante nelle zone metropolitane?! Quante nella provincia italiana?! Non è dato sapere.

Qual è l’andamento reale del mercato, che pure viene monitorato sia da Cinetel sia – a livello dell’intero “universo” statistico nazionale – dalla Società Italiana Autori Editori (Siae)? Si attende la presentazione della prossima sortita de “L’Annuario dello Spettacolo”, la storica pubblicazione della Siae (curata dall’Osservatorio dello Spettacolo della Società), la cui ultima edizione (relativa all’anno 2020) è stata presentata il 27 aprile 2021, per acquisire una qualche informazione affidabile e completa.

Anec invoca “azioni immediate da parte delle istituzioni e un piano di risposte concrete per rilanciare l’esperienza cinematografica e guardare al futuro”, ma non specifica in cosa si dovrebbero sostanziare esattamente queste azioni. E conclude “agire subito per sostenere il rilancio del cinema e non dover più parlare di “sopravvivenza dell’esercizio cinematografico”.

D’accordo “agire subito”… ma come?!

Nel corso della lunga conferenza stampa (durata circa due ore), moderata da Simone Gialdini (Direttore Generale dell’Anec), sono stati affrontati soprattutto i due temi che abbiamo già segnalato: la tempistica delle cosiddette “finestre” di utilizzazione delle opere cinematografiche sui vari media (sala cinematografica, televisione, piattaforma web…), ovvero la “cronologia dei media”, e le caratteristiche di mercato del cinema “made in Italy”…

Ha sostenuto Mario Lorini: “c’è una produzione nazionale che lavora tantissimo, e ne siamo contenti, una performance non all’altezza delle aspettive… C’è al contempo un’invadenza della produzione seriale che disorienta… Ricordo che, dalla riapertura (dal 26 aprile 2021), sono usciti in sale 353 film, di cui 153 nazionali, ma la loro quota di mercato è nell’ordine del 20 %. Il pubblico i film italiani non li ha capiti, non li ha visti, non li ha trovati…”.

Lorini ha chiesto una “road map” totale partendo dall’emergenza, un cronoprogramma delle misure che dovrebbero ridefinire un’autentica centralità della sala cinematografica.

Complessivamente, questa la nostra impressione: toni pacati, troppo pacati, approccio debole e quasi rassegnato.

Siamo veramente anni-luce da quella “vertenza spettacolo” promossa vent’anni fa dall’allora Presidente dell’Agis Alberto Francesconi

Come ha segnalato oggi il sempre attento Andrea Dusio sulle colonne della testata specializzata “Odeon”: l’appello di Mario Lorini di Anec segue di poche ore l’appello trasmesso dal “Tg5” di mercoledì 16 febbraio, ove il Presidente dell’Anec ha sottolineato la necessità della definizione di una finestra distributiva a tutela della sala, dopo che durante la pandemia le uscite sulle piattaforme sono state di fatto liberalizzate dalla contingente limitazione posta alla fruizione cinematografica.

La odierna presa di posizione di Anec non sembra però trovare riscontro in Anica.

Insomma, l’associazione dei produttori (che – si ricordi – ha accolto ormai nel proprio seno anche le piattaforme, Netflix in primis) non si associa al grido di lamento dell’associazione degli esercenti: la questione è centrale, e problematica.

Non esiste oggi in Italia un “sistema cinema” coeso, ma diverse anime che sono ormai evidentemente in conflitto (talvolta manifesto, talvolta latente): anzi, sempre più in conflitto, oltre che in contraddizione.

Questa contraddizione ci sembra rappresentata “fisicamente” da Andrea Lonigro, che è Presidente dell’Unione Unione Editori e Distributori Cinematografici dell’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche, Audiovisive e Digitali), ed al contempo dirigente della controllata della Rai nel settore “theatrical”, qual è la RaiCinema (e 01 Distribution). Ed infatti, Lonigro, intervenendo alla conferenza stampa dell’Anec, ci è sembrato piuttosto in difficoltà, arrampicandosi un po’ sugli specchi rispetto alla difesa della “centralità” della sala cinematografica (essendo egli latore anche di interessi altri).

Manca una visione di “ecologia dei media”

Ciò avviene anche perché non esiste una regia “di sistema”: manca una visione di ecologia dei media.

Ognuno tira la “coperta” (a partire dalle sovvenzioni ministeriali) dalla propria parte, in modo soggettivo ed egoistico, ed il Ministero della Cultura (la Direzione Cinema e Audiovisivo – Dgca, retta da Nicola Borrelli) sembra assecondare le istanze delle “lobby” attualmente più potenti: Anica, appunto, e poi l’Associazione Produttori Audiovisivi – Apa (ext Apt), guidate rispettivamente da Francesco Rutelli e Giancarlo Leone.

Agis ed Anec non trovano ormai adeguata udienza nelle stanze del Collegio Romano (sede centrale del Mic) e di Santa Croce in Gerusalemme (sede della Dgca).

Non è comunque soltanto un problema di oggettivo deficit di “lobbying” da parte dell’Anec: è un problema di mancanza di visione scenaristica complessiva (che va al di là degli interessi di ogni parte).

La politica culturale italiana, anche nel settore del cinema e dell’audiovisivo, è ancora frammentaria, e prevale una logica da comparti stagni.

Come già scrivevamo una settimana fa, in Italia, purtroppo non esiste ancora uno strumento cognitivo completo, che consenta – alle istituzioni pubbliche ed agli stessi organizzatori culturali – di comprendere le caratteristiche strutturali del sistema, di analizzare diacronicamente l’evoluzione (o involuzione) dei singoli settori del sistema delle industrie culturali e creative, l’andamento dell’offerta e della domanda in relazione ai modi e luoghi di fruizione…

E laddove prevale fitta la nebbia, prevale l’incapacità (l’impossibilità) di definire politiche culturali lungimiranti (basate su logiche documentate: la cosiddetta “evidence-based policy”, assai poco praticata in Italia) in grado di affrontare efficacemente e tempestivamente le criticità del sistema.

E nel mentre i cinema, e i teatri, e le librerie, e le edicole… continuano a chiudere, nella sostanziale indifferenza dei più. In primis, l’indifferenza delle le istituzioni che pure dovrebbero salvaguardare questi luoghi della cultura dalle conseguenze della tanto decantata “rivoluzione digitale”.

Si sta interpretando – per alcuni aspetti – la “transizione digitale” come l’inevitabile destino di una visione monodimensionale dell’esistenza: una esistenza che sembra destinata a divenire quasi soltanto “digitale”.

Un destino infausto, che colpisce anche il sistema culturale tutto.

Sarà interessante registrare le opinioni delle altre “fasi” della “filiera” del sistema cinematografico italiano, per capire se ci sono le pre-condizioni per un’azione unitaria, organica, strategica.

Noi, purtroppo, allo stato attuale dei fatti, queste pre-condizioni non le vediamo.

Si richiede quindi al Ministero della Cultura (chi altri potrebbe?!) e specificamente alla Direzione Cinema e Audiovisivo un innovativo sforzo coraggioso di intelligenza strategica (con una cassetta degli attrezzi adeguata alla sfida in corso).

La domanda di fondo resta: dando atto dell’apprezzata volontà del Ministro Dario Franceschini di elevare il fondo per il cinema e l’audiovisivo dagli originari 400 milioni di euro l’anno agli attuali 750 milioni di euro, l’allocazione di questa imponente quantità di risorse pubbliche nei vari settori di intervento (produzione / distribuzione / esercizio / promozione / broadcasting / piattaforme…) risponde in modo efficiente ed efficace allo sviluppo integrato del settore, se si crede ancora realmente (e non soltanto a parole) alla “centralità” della sala cinematografica nella complessiva economia (anche semiotica) del sistema audiovisivo nazionale?!

Clicca qui, per la videoregistrazione della conferenza stampa promossa dall’Associazione Nazionale Esercenti Cinema “La sopravvivenza della sala cinematografica”, Roma, 18 febbraio 2022 (l’evento inizia al minuto 23:20 del video proposto sulla pagina Facebook dell’Anec)

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