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Cina: la guerra in Ucraina alimenta la grande fuga di capitali. Da rivedere gli obiettivi di crescita per il 2022?

La grande fuga dei capitali stranieri dalla Cina

Dopo l’avvio delle operazioni militari speciali russe in Ucraina, cioè l’aggressione di Mosca nei confronti di uno Stato libero, la Cina è sempre stata al centro di molti interessi internazionali legati direttamente ed indirettamente agli accadimenti in Europa orientale.

Negli ultimi giorni si è assistito ad un fenomeno finanziario di una certa consistenza che, secondo il South China Morning Post, sta preoccupando seriamente Pechino.

A quanto riportato dal quotidiano di Hong Kong, gli investitori stranieri stanno ritirando grandi quantitativi di risorse finanziarie dal mercato cinese, in maniera molto più evidente che in altri Parsi emergenti, citando le conclusioni contenute nel nuovo studio dell’Institute of International Finance (IIF).

Probabilmente, nel futuro prossimo, i deflussi dei capitali impegnati in attività finanziarie denominate in yuan rimarranno altamente volatili, con molti dubbi sulle strategie che saranno attuate dalle autorità cinesi.

I deflussi dalla Cina che stiamo registrando sono di portata ed intensità senza precedenti, soprattutto perché non stiamo vedendo altri fenomeni simili dal resto dei mercati emergenti“, afferma il rapporto IIF.

La tempistica dei deflussi dei capitali – che si è andata determinando dopo l’invasione russa dell’Ucraina – suggerisce che gli investitori stranieri potrebbero guardare alla Cina sotto una nuova luce, anche se è prematuro trarre conclusioni definitive al riguardo“, si legge ancora nelle conclusioni.

Si inverte il fenomeno finanziario del 2021

Di certo sappiamo che fino alla fine dell’anno scorso il processo era esattamente l’opposto. Come riportato dal Sole 24 Ore di qualche giorno fa, nel 2021 c’è sato un surplus esponenziale di valuta estera che ha gonfiato la bilancia dei pagamenti cinese e ha di fatto sostenuto la corsa mondiale dello yuan in competizione con il dollaro.

Un enorme flusso di capitali stranieri è finito nelle casse di Pechino, a causa degli alti rendimenti dei titoli in valuta locale e del perdurante boom dell’export di prodotti made in China. La finanza globale punta sui titoli cinesi grazie anche alla stabilità del cambio della divisa, un copione che nel 2022 potrebbe ripetersi. Bisognerà però attendere gli effetti dell’aumento dei tassi Usa sul differenziale dei rendimenti dei titoli onshore”, si legge nell’articolo pubblicato dal quotidiano economico italiano.

Oggi, però, le cose sono messe diversamente, se è vero, come ha spiegato il China Central Depository & Clearing, che a febbraio le partecipazioni degli investitori esteri di obbligazioni cinesi onshore sono diminuite di 67 miliardi di yuan (10,5 miliardi di dollari americani).

Davvero Pechino rischia la recessione?

È atteso inoltre un aumento ulteriore di deflussi finanziari nel mese di marzo, secondo le stime diffuse da Macquarie Capital.

Nelle sue valutazioni, Freya Beamish, a capo del Global Macro della società di ricerca londinese TS Lombard, è andato ancora oltre, sostenendo che “una crescita debole e prolungata porterebbe in ogni caso al deprezzamento dello yuan e se le autorità finanziarie cinesi non saranno abbastanza creative c’è il rischio concreto di recessione economica”.

Tutto questo mentre il Governo cinese ha annunciato l’obiettivo di una crescita del +5,5% per il 2022. Le stime per il primo trimestre però sono ampiamente sotto una crescita del +3,5/4%, non oltre. Risultato che secondo Commerzbank potrebbe compromettere gli obiettivi di crescita economica di Pechino.

Le riserve valutarie della Cina, con ogni probabilità le più grandi del mondo, sono scese da 3.222 trilioni di dollari a 3.214 trilioni di dollari di fine di febbraio 2022.

Le paure di Taiwan

Uno scenario critico che non piace a Taiwan, che vede aumentare i suoi i timori di una politica sempre più aggressiva da parte di Pechino nei suoi confronti, soprattutto da quando anche il mercato azionario locale è in fibrillazione.

Nell’articolo pubblicato da scmp.com, si legge infatti che “gli investitori stranieri hanno venduto azioni per un valore di 450,2 miliardi di nuovi dollari taiwanesi (15,7 miliardi di dollari americani), nelle quattro settimane dall’inizio della guerra, cioè dal 20 febbraio, quasi lo stesso volume di vendite di azioni da parte degli investitori durante tutto il 2021”.

Fatto che potrebbe in effetti rappresentare un ulteriore campanello d’allarme in un contesto mondiale letteralmente stravolto prima dalla pandemia di Covid-19 e poi dalla guerra tra Russia e Ucraina.

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