L'analisi

Ci sono più di un miliardo di armi nel mondo. Ecco chi le detiene

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Secondo uno studio condotto dalla Small Arms Survey, al mondo sono presenti più di un miliardo di armi da fuoco e la maggior parte di esse sono di proprietà di persone comuni.

Il divieto che, recentemente, il Governo neozelandese ha imposto alla vendita di armi semiautomatiche ha riportato sotto i riflettori il tema dell’uso incontrollato delle armi e di una sua necessaria regolamentazione, mettendo inevitabilmente a confronto le differenti politiche adottate in materia dai governi di tutto il mondo e il loro relativo successo.

Il primo ministro neozelandese Jacinda Ardern sta predisponendo una nuova proposta di legge, dopo che il 15 marzo un uomo armato ha ucciso 50 persone nelle due moschee di Christchurch, città situata nella parte meridionale del Paese. La proposta – che prevede un inasprimento della normativa già vigente – vorrebbe proibire non solo l’uso di fucili d’assalto e semiautomatici di tipo militare, ma avviare un programma governativo di riacquisto di tutte le armi di quel tipo, di proprietà di privati cittadini, e impedire che venga concessa un’amnistia a tutti coloro che non riconsegneranno le armi nei tempi prestabiliti.

Il 15 marzo la nostra storia è cambiata per sempre“, ha detto la Ardern, annunciando la nuova linea politica. “Ora, lo faranno anche le nostre leggi“.   

A fornire un modello di riferimento alla premier neozelandese è stata la riforma australiana della legge sulle armi del 1996. Dopo un attentato terroristico in Tasmania, dove sono state uccise 35 persone, è stato impedito ai civili di possedere armi semiautomatiche e fucili. Questo provvedimento ha provocato una notevole riduzione delle morti da arma da fuoco.

Sebbene questa regolamentazione sia stata sostenuta da diversi studi accademici, che sottolineano come le comunità con meno armi da fuoco siano anche quelle più sicure e con il numero più basso di stragi, omicidi e suicidi, i controlli sul possesso delle armi restano controversi in diversi Paesi e, in particolare, negli Stati Uniti.

Secondo uno studio condotto dalla Small Arms Survey, al mondo sono presenti più di un miliardo di armi da fuoco e la maggior parte di esse sono di proprietà di persone comuni. Le stime mostrano infatti che l’85% di queste armi è in mano ai civili, il 13% è situato negli arsenali militari e il 2% è di proprietà delle forze dell’ordine.

I numeri tra i possessori di armi variano considerevolmente da Paese a Paese. Negli Stati Uniti si contano ad esempio 120 armi da fuoco ogni 100 residenti, mentre in Indonesia, Giappone e Malawi si stima meno di un’arma da fuoco ogni 100 residenti. In altre parole, negli Stati Uniti circolano più armi che persone.

Il Giappone è spesso citato come un modello di successo nel controllo delle armi, successo che il Paese ha raggiunto grazie all’introduzione di test che fungono da barriera contro il loro utilizzo. Ai civili è consentito solo l’uso di fucili da caccia e fucili ad aria compressa e in ogni caso il loro acquisto è vincolato al superamento di un corso di formazione che prevede un esame finale scritto e una prova di tiro a distanza. A questo si aggiunge l’obbligo di sottoporsi a controlli di salute mentale e la verifica di eventuali precedenti penali.

Il risultato di queste politiche? Nel 2014 quasi nessuna sparatoria, con 0,02 morti da colpi di fucile per ogni 100.000 persone.

Questi numeri fanno molto riflettere se paragonati ai più di 10 morti ogni 100.000 persone, che sono stati contati nello stesso anno negli Stati Uniti, dove il possesso di armi da fuoco è al centro di un grande dibattito, strettamente legato alla politica.

I possessori di armi sono infatti rappresentati da lobby potenti come la National Rifle Association, che ha oltretutto appoggiato la corsa di Donald Trump alla Casa Bianca. Queste lobby ricevono soldi dall’industria delle armi e usano la loro influenza per limitare ogni forma di controllo da parte dello Stato, sostenendo che le armi rendono il Paese più sicuro.

Per avvalorare questa tesi, negli USA viene spesso citato il Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che, nell’affermare il diritto di ciascun individuo a proteggere la sua proprietà, recita anche che “il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”.

Tuttavia, è opportuno ricordare che tale emendamento è stato scritto nel 1791, quando la tecnologia delle armi era ancora piuttosto semplice e si era ben lontani dallo sviluppo di armi semiautomatiche e automatiche. A questo si deve aggiungere che non tutte le armi sono uguali e che alcune risultano essere di gran lunga più pericolose e utilizzate.

I fucili d’assalto, come l’AR-15 e l’AK-47, che sparano decine di colpi di munizioni al minuto, sono relativamente recenti. Oggi, sono il tipo di arma più scelta dagli americani e sono stati impiegati nella maggior parte delle stragi avvenute nel Paese.

La Small Arms Survey sottolinea quanto le armi siano integrate nella vita dei cittadini statunitensi, mostrando come, per esempio, nel 2016, il 6% degli adulti americani abbia partecipato al tiro al bersaglio con un moderno fucile sportivo o un’arma d’assalto semiautomatica. Si tratta di circa 14 milioni di persone.

Per quanto riguarda le differenze che intercorrono tra i diversi tipi di armi, uno studio del 2018 ha rilevato il rapporto che intercorre tra il tipo di pistola e gli effetti che essa produce.

Il maggior numero di persone è stato ferito o ucciso lì dove sono stati utilizzati fucili semiautomatici rispetto ad altri tipi di armi da fuoco“, scrivono gli autori dello studio. “I fucili semiautomatici sono progettati per un facile utilizzo, possono essere collocati in grandi magazzini e sparare proiettili ad alta velocità, consentendo ai tiratori di ferire e uccidere il maggior numero di persone“.

Naturalmente anche negli Stati Uniti ci sono i sostenitori di politiche più severe sull’acquisto di armi. Tra questi, l’ex presidente Barack Obama e il senatore Bernie Sanders, il cui post su Twitter a sostegno della svolta della Nuova Zelanda è stato rapidamente contrastato dai sostenitori delle armi da fuoco.

Per tornare al caso della Nuova Zelanda, la premier Ardern è stata chiara: “Ciò che annunciamo, è un’azione in nome di tutti i neozelandesi, per rafforzare le nostre leggi sulle armi e rendere il nostro Paese un luogo più sicuro“, ha detto. “Sono fermamente convinta che la maggior parte dei legittimi proprietari di armi in Nuova Zelanda capirà che questa legge è stata fatta nell’interesse della nazione e si adeguerà a questi cambiamenti“.