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Causeries. Net Neutrality negli Usa: decisione politica, ma dov’è lo scandalo?

Net neutrality

#Causeries è una rubrica settimanale sulle criticità dei mercati della convergenza e il loro rapporto con le grandi tematiche della regolazione, curata da Stefano Mannoni, professore di Diritto delle Comunicazioni presso l’Università di Firenze.
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Gli americani sono dei grandi umoristi, senza saperlo.

Il Congresso sta facendo fuoco e fiamme per accertare se il Presidente Obama abbia influenzato la FCC, autorità indipendente, nell’adozione dell’ordine sulla net neutrality.

In effetti ricordiamo tutti quando, qualche settimana prima della decisione della Commissione, Obama intonò un discorso assai ispirato di incondizionata celebrazione della neutralità della rete che concludeva con un appello alla FCC: “certo, non voglio influenzare un’istituzione indipendente, ma auspico che essa sia sensibile alle ragioni della neutralità”.

Un mese fa la decisione: favorevole alla neutralità.

Embé?

Dove è lo scandalo: i democratici hanno votato a favore, i commissari repubblicani contro.

Ora i deputati repubblicani crocifiggono il presidente della FCC Tom Wheeler per sapere quante volte ha parlato al telefono con la Casa Bianca.

Un ispettore è stato mobilitato, un’inchiesta minacciata e via dicendo.

Ma mi facciano il piacere……

Che si tratti di una questione di politica partigiana pura, nello stile “si fa ma non si dice”, lo dimostra del resto il merito della decisione che, al di là delle apparenze, non è poi così sconvolgente.

Quando nel 2010 la FCC adottò il primo ordine in favore della net neutrality solo Verizon lo impugnò, nonostante le altre aziende del settore avessero tentato di persuaderla a non farlo.

Con due argomenti familiari a chi lavora nella regolazione: o così o peggio. E poi: lasciali scrivere che ce la giochiamo nella prassi quotidiana.

Ora la FCC ha adottato regole del tutto condivisibili che non si traducono però in una mortificazione della libertà industriale come sostengono i repubblicani, indispettiti per avere giocato malissimo una partita così importante, all’insegna di un partito preso ideologico a favore della liberà economica.

E’ vero che la differenziazione delle velocità è vietata, giustamente.

Ma è anche degno di nota che la classificazione di internet come servizio di telecomunicazione e il divieto generale di degradare il sevizio di uno a beneficio di un altro è attenuato da due notevoli clausole.

La prima è la rinuncia della FCC ad applicare la gran parte delle sue prerogative, a cominciare dalla disciplina delle tariffe.

La seconda è la libertà che si è riservata di soppesare, caso per caso, possibili eccezioni in nome della giustizia e della ragionevolezza.

Insomma: se aziende come Comcast & C. che non mancano di senso politico colgono il messaggio, eviteranno di assecondare gli ottusi repubblicani in una crociata contro regole popolarissime tra i loro stessi clienti.

E cominceranno a trattare con la FCC su cosa sia giusto e ragionevole.

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