Benzina a 1,822 euro al litro, segue la Calabria (1,820) e Basilicata (1,813 euro)
La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran ha scosso i mercati energetici globali, con ripercussioni immediate e pesanti sui prezzi dei carburanti in Italia.. Non si tratta di una semplice oscillazione temporanea: lo shock attuale ha superato per portata persino la storica crisi di Suez del 1956. Secondo più di un’analisi, il conflitto ha già paralizzato il 20% della fornitura mondiale di greggio, complice il quasi totale blocco dello Stretto di Hormuz, arteria vitale dove transita oltre un quarto del commercio petrolifero marittimo.
In Italia, il riflesso di questa instabilità è stato da subito evidente alle pompe di benzina. I dati più recenti del Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), elaborati dall’Osservaprezzi carburanti, descrivono una situazione difficile: il rincaro alla pompa ha colpito con velocità e intensità differenti i due principali carburanti: se il prezzo della benzina è salito del 7,5%, attestandosi su una media nazionale di 1,787 €/litro, la vera stangata riguarda il gasolio, schizzato del 15,1% in meno di venti giorni. Questa fiammata ha avuto un impatto immediato su famiglie e autotrasportatori, riportando i listini a quote critiche che non si toccavano dall’agosto del 2022.
Diesel oltre 2 euro: l’effetto petrolio Brent
A dettare il ritmo dei rincari è la scalata del Brent, il “termometro” del mercato energetico globale. Nei primi giorni di conflitto, la quotazione del greggio di riferimento — che stabilisce il valore di oltre due terzi del petrolio mondiale — ha registrato un balzo del 10%, frantumando la resistenza dei 100 dollari e assestandosi a quota 108 dollari al barile. Si tratta di un picco che non si registrava dall’agosto del 2022.
Prezzo diesel supera benzina dopo accise
In Italia, questo shock energetico internazionale si innesta su un mercato già profondamente segnato dal recente riordino delle accise. La riforma fiscale, introdotta prima dell’escalation in Medio Oriente, aveva rimosso le storiche agevolazioni sul gasolio. Il combinato disposto tra tasse e guerra ha quindi ora spinto il diesel a una media nazionale di 1,971 €/litro, staccando nettamente la benzina che si attesta su una media di 1,787 €/litro.
La soglia psicologica dei 2 euro al litro non è più però solo un timore, ma una realtà consolidata in diverse aree del Paese. Dalle stazioni della Provincia di Bolzano ai distributori della rete autostradale, alcuni distributori hanno già toccato punte di 2,008 euro, innescando l’allarme rosso per i costi di trasporto. Il superamento di questo tetto segna di fatto un punto di rottura: quello in cui il rincaro dei carburanti smette di essere solo un dato statistico, magari passeggero, per trasformarsi in un’emergenza sociale e nel tema centrale del dibattito politico nazionale.
La mappa italiana degli aumenti
Controllare i prezzi dei carburanti in Italia significa monitorare un mercato enorme. Il sistema pubblico di rilevazione dei prezzi, alimentato dai dati dell’Osservaprezzi carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, tiene sotto osservazione 22.740 impianti di distribuzione presenti sul territorio nazionale. All’interno di questa rete operano 284.471 erogatori di carburante, di cui 114.232 dedicati alla benzina e 170.239 al gasolio.
Dove conviene fare benzina in Italia
Anche pochi centesimi al litro possono fare la differenza quando si fa rifornimento. E a guardare la mappa dei rincari su un pieno si possono spendere diversi euro in più o in meno semplicemente a seconda della regione in cui si decide di fare rifornimento al distributore. Per la benzina, come si può vedere anche dal grafico, i prezzi più alti si registrano nella Provincia autonoma di Bolzano, dove il self service arriva a 1,822 euro al litro, seguita da Calabria (1,820 euro, +8,0% rispetto al 20 febbraio), Basilicata (1,813 euro, +7,2%), Valle d’Aosta (1,808 euro, +6,9%) e Sicilia (1,807 euro, +8,0%).
All’estremo opposto della classifica si trovano le regioni dove fare il pieno costa meno: nelle Marche la benzina scende a 1,758 euro al litro (+7,5%), seguite da Umbria (1,765 euro, +7,0%), Lazio (1,766 euro, +7,7%) e Abruzzo (1,768 euro, +7,0%). La differenza tra i territori più cari e quelli più economici supera quindi i 6 centesimi al litro, abbastanza per incidere sul costo finale di un pieno
Le regioni con il diesel più caro
Il gasolio mostra uno schema simile, ma con prezzi più alti e aumenti più marcati. Anche in questo caso il record spetta alla Provincia autonoma di Bolzano, dove il diesel raggiunge 2,008 euro al litro (+13,1%). Seguono Calabria (1,993 euro, +16,1%), Trento (1,993 euro, +14,5%), Sicilia (1,990 euro, +17,1%) — che registra anche l’aumento percentuale più alto — e Valle d’Aosta (1,985 euro, +13,2%). I prezzi più bassi si trovano invece nelle Marche, dove il gasolio costa 1,946 euro al litro (+15,4%), seguite da Abruzzo (1,942 euro, +14,0%), Umbria (1,949 euro, +14,4%) e Lazio (1,954 euro, +15,5%).
Quanto pesano le accise sulla benzina
Quando si guarda il prezzo della benzina al distributore, non tutto dipende dal costo del petrolio. Una parte consistente del prezzo alla pompa è legata alle tasse. In Italia circa 0,67 euro per ogni litro di benzina sono accise, imposte fisse stabilite dallo Stato. A questa cifra si aggiunge poi l’Iva al 22%, che viene applicata sull’intero prezzo del carburante. Se si prende come riferimento il prezzo medio nazionale della benzina, pari a 1,787 euro al litro, significa che il prezzo senza Iva è di 1,465 euro, mentre 0,322 euro per litro sono Iva. Tradotto in termini concreti: su un pieno da 50 litri, che costa 89,35 euro, circa 33,50 euro sono accise e 16,10 euro sono Iva. In totale quasi 49,60 euro finiscono in tasse.
Accise mobili: perché lo sconto è minimo
Tra le misure al vaglio per contenere i rincari spicca il ritorno delle accise mobili, un meccanismo introdotto con la Finanziaria 2008 ma raramente utilizzato. Il principio è la neutralità fiscale: quando il prezzo del petrolio sale, aumenta proporzionalmente il gettito Iva incassato dallo Stato; questo “extra-gettito” può essere legalmente convertito in una riduzione delle accise per calmierare il prezzo finale.
L’effetto concreto, tuttavia, è puramente palliativo. Se il prezzo della benzina aumentasse di 10 centesimi al litro, l’extra-incasso Iva sarebbe di soli 2,2 centesimi. Utilizzarli per ridurre le accise porterebbe a uno sconto quasi impercettibile per l’automobilista: su un prezzo medio di 1,787 euro/litro, l’impatto sarebbe inferiore all’1,5%.
Perché con Mario Draghi fu diverso
Il confronto con il passato evidenzia la stretta attuale. Nel marzo 2022, per fronteggiare lo shock dell’invasione russa in Ucraina, il governo Draghi attuò un taglio emergenziale molto più drastico: 30,5 centesimi al litro (25 centesimi di accisa più Iva). Un intervento che oggi costerebbe alle casse pubbliche circa 1 miliardo di euro al mese, una cifra insostenibile nel quadro del nuovo Patto di Stabilità Ue. Nel 2022 il governo beneficiò di un “tesoretto” derivante dal rimbalzo del Pil e da un’inflazione che gonfiava le entrate fiscali in modo generalizzato. Oggi, con conti pubblici più fragili e il recente riordino delle accise 2026 volto a equiparare la tassazione tra diesel e benzina, lo spazio di manovra per sconti “orizzontali” è drasticamente ridotto.
Quanto pesa il caro carburanti sul Pil
Il caro carburanti non è un fenomeno confinato al settore dei trasporti, ma agisce come un acceleratore inflattivo per l’intera economia nazionale. In Italia, la dipendenza dal trasporto stradale è strutturale: secondo i dati dell’ultimo Conto Nazionale delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit), l’84,7% delle merci circolanti nel Paese viaggia su gomma. Questo dato spiega perché l’impennata dei listini alla pompa si trasferisca con estrema rapidità sui prezzi al consumo finale, colpendo in particolare i beni di prima necessità.
L’impatto sulla crescita è quantificabile. Secondo le simulazioni di Confcommercio e i modelli econometrici della Banca d’Italia, uno shock energetico di questa portata riduce direttamente la ricchezza nazionale. Lo scenario ipotizza un greggio stabilmente sopra i 100 dollari al barile e carburanti in aumento a doppia cifra. In queste condizioni il Pil italiano potrebbe ridursi dello 0,2%. In termini economici significa una perdita di circa 4 miliardi di euro di valore aggiunto all’anno.
Fonte: Ministero delle Imprese e del Made in Italy
Anno di riferimento: 2026
