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BreakingDigital. Perché la Rai continua a separare etere e digitale?

Michele Mezza

Michele Mezza

La notizia di oggi è che per media tradizionali, nel mondo contemporaneo, si intende tutto quello che ancora viene mediato o transita per computer residenti.

Mentre l’esoterica formula di nuovi media che ci accompagna da 25 anni, facendo invecchiare già due generazioni di giornalisti, al momento, e non so per quante ore, caratterizza i nuovi linguaggi informativi del mobile.

Questo dato già sta producendo modelli organizzativi e profili professionali.

Il New York Times ha forse tagliato l’ultimo cordone ombelicale che legava la fabbrica delle notizie alla parabola di Gutenberg, annunciando la sua nuova forma di organizzazione redazionale, tutta raccolta attorno al web. Orari, competenze e gerarchia del giornale sono tutti orientati e finalizzati al mondo della rete. Una parte rilevante di questa riorganizzazione vede emergere le nuove edizioni di format mobile. Anzi il giornale tende a selezionare temi, argomenti, trattamenti e tempistica proprio nelle due categorie che ormai esauriscono il mondo del giornalismo: computer e mobile.

Il Washington Post, investito dalla cura ricostituente Bezos, ha rinnovato per oltre due terzi la sua redazione introducendo figure tecno redazionali che sfuggono ad ogni classificazione tipicamente giornalistica e rendono la fabbrica redazionale una filiera che lavora attorno all’algoritmo.

Anche la Tv viene contaminata da questi processi, con il dilagare delle forme di streaming conversativo che i social stanno imponendo, da Twitter a Facebook.

Rimane per tanto curioso leggere in piani industriali o redazionali, come ci è capitato nella Rai di Campo Dall’Orto, che continuiamo a considerare il miglior talento prodotto dal comparto audiovisivo privato italiano, strategie basate sulla continua separazione, per quanto sempre più convergente, fra digitale ed etere. Anzi più si enfatizza la convergenza e più appare eccentrica la separazione.

In particolare ci sembra davvero inspiegabile questa accentuazione del web, nelle sue diverse declinazioni, come grande Marketplace distributivo, invece di assumere la rete come fabbrica di produzione.

Questo è il vero spartiacque. La rete è terreno di esibizione dei maghi del marketing o occasione di rethinking dei content providers? E’ evidente che dalla risposta si ricava un profilo aziendale e una strategia di sviluppo diversa.

Tanto più per un servizio pubblico che non può e non deve solo occuparsi degli output ma anche degli input industriali. Infatti i fornitori nella nuova economia digitale, a differenza di quanto avveniva in quella analogica, non apportano al tessuto aziendale solo beni e servizi, per quanto anche contaminanti come era per i format chiusi che si acquistavano, che in ogni caso non investivano l’autonomia culturale e linguistica del sistema.

Con le forniture di piattaforme, software e linguaggi, oggi la Rai si trova ad importare, prevalentemente a scatola chiusa, vocabolari e sintassi dei propri contenuti.

Per questo leggere il piano editoriale di Rainews24 che non fa cenno alle modalità di riconfigurazione del sistema editoriale, dove quotidianamente si utilizzano categorie culturali attraverso le priorità e le modalità di segnalazione delle notizie, crea un certo allarme: inconsapevolezza o scelta meditata di ignorare il problema?

Così come per i motori di ricerca: è davvero irrilevante capire quale natura e matrice abbia la potenza di ricerca attorno alla quale si decide di ricostruire una filiera di produzione delle news, centrale o territoriale? Allarmante è sia il silenzio di chi propone sia la totale indifferenza di chi giudica questi piani, siano essi membri del CdA che della redazione che vota la fiducia.

Proprio in queste ore sul New York Times si sta scatenando una dura polemica sulle relazioni con il sistema di Instant Articles di Facebook, a cui il giornale cede le sue notizie.

Più di un opinionista interviene constatando come il social di Mark Zuckerberg stia ormai diventando il più grande editore del pianeta imponendo una selezione ed una configurazione delle notizie sulla base dei suoi algoritmi discriminanti.

Sui temi, ad esempio attivando una campagna contro Trump, in virtù di una sistematica marginalizzazione delle notizie conservatrici operata automaticamente dal software di Facebook, o sulle forme di distribuzione, smistando notizie diverse a seconda dei profili o degli argomenti che si stanno trattando nelle sessioni sul social, l’impero di Zuckerberg sta allineando la sua sterminata popolazione sulle sue categorie culturali.

E’ questo un tema che un’azienda editoriale pubblica può ignorare?

Possiamo considerare di per sé ormai, all’alba del 2016, solo l’idea di andare sui social come un elemento di modernità e di competitività?

Sono le domande che non appaiono nella lista della consultazione ministeriale.

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