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BreakingDigital. Apple a Napoli: una miccia per creare nuove idee

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Scrive Enrico Moretti nel suo saggio La nuova geografia del lavoro” che “il nuovo lavoro nasce solo dove ci sono le idee”.

Credo che questo sia il senso dell’ebrezza indotta dall’annuncio dello sbarco a Napoli di Apple.

Non si tratta di una replica dell’Alfa Sud.

L’economia digitale, dovremmo averlo imparato, non si misura in posti di lavoro diretti. Si pesa a valore aggiunto del territorio.

Il motore della ricchezza locale oggi è proprio la capacità di finalizzare le idee, di dare una forma d’impresa all’ispirazione.

Napoli è una città che muore per troppe idee senza forma.

Ci si crogiola nel mito della creatività, ma non si riesce a tradurre in tessuto produttivo la concatenazione di ispirazioni.

Napoli, il sud in genere, è terra di musica ma senza discografici; è terra di scrittori, ma senza editori; è terra di gastronomia, ma senza marchi; è terra di caffè, ma senza Starbuks. E’ terra di università e di ricerca, anche con brevetti e citazioni, ma senza spin off.

Apple apre un ombrellone sulla spiaggia affollata: un incubatore di abilità.

Insieme alla mela arriva anche Cisco.

Non sono decisioni estemporanee.

I due giganti digitali puntano su una grande aggregazione di giovani (Napoli è la città più giovane d’Italia), alfabetizzati, con 7 università, fra cui la comunità formativa pubblica più antica d’Europa come la Federico II, e un’atavica memoria artigiana, versata nell’intraprendenza e nell’adattamento.

Basta a fare festa?

Penso di No.

Napoli non è città da allinearsi a linguaggi e culture esterne.

Le subisce, ma non le interiorizza.

E lo sviluppo del codice vuole aderenza e condivisione.

Per questo bisogna vivere l’opportunità di Apple come un innesco, una miccia per far esplodere dell’altro.

Il nodo riguarda la potenza di calcolo.

Apple propone un ambiente per selezionare i migliori giovani ricercatori.

Cisco si candida a partner della digitalizzazione dell’area partendo da Scampia.

Ma un paese come l’Italia, una realtà come Napoli, può adattarsi a lavorare in sub appalto su culture e logiche altrui?

Certo meglio che niente, ma peggio del bene.

Apple e Cisco ci danno un esempio.

Possiamo usare quel modello per attivare un sistema di calcolo autonomo e sovrano?

I circa 400.000 fra studenti e professori delle università campane, una delle comunità di utenti e consumatori di software più compatte e rilevanti in Europa, possono porsi il tema di contrattare forme e tipologia di algoritmi?

Questo è oggi il tema all’ordine del giorno.

Un esempio ci viene proprio dall’università, dalla Federico II, che contemporaneamente all’annuncio di Apple lancia un master di riprogrammazione umanistica di sistema digitale, Codic@.

Un caso unico in Europa, dove convergono saperi di filosofia, matematica, informatica e sociologia.

L’obiettivo è dare forma ad un’inedita figura professionale di controparte dei sistemisti che forniscono sistemi intelligenti alle imprese del circuito dell’informazione (la riorganizzazione degli apparati giornalistici) e della pubblica amministrazione (smart City).

Questa coincidenza ci mostra un modello virtuoso, accettare la sfida di un monopolio per dotarsi di competenze e saperi per sfruttare l’economia di scala dell’innovazione in senso autonomo e sovrano.

Questo potrebbe essere il caso Napoli, che andrà attentamente monitorato.

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