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Bloomberg su ipotesi elezioni anticipate in Italia, Russiagate, Crisi Venezuela, Attentato Afghanistan, Jeremy Corbyn, Banche venete

finestra sul mondo

L’Italia non ha bisogno di elezioni anticipate

01 giu 11:33 – (Agenzia Nova) – I principali partiti politici italiani hanno trovato l’intesa per una riforma della legge elettorale in senso proporzionale, e paiono condividere anche l’urgenza di anticipare al prossimo autunno le elezioni politiche. In teoria – scrive Ferdinando Giugliano su “Bloomberg” – questa potrebbe essere considerata una buona notizia: l’Italia “si trova di fronte a sfide economiche straordinarie, e un nuovo governo eletto avrebbe un mandato piu’ forte per affrontarle”. Nella pratica, pero’ – sostiene l’autore dell’editoriale – le elezioni anticipate rischiano di trasformarsi in una “scommessa inutile” dall’esito quasi scontato: un parlamento paralizzato dall’assenza di una maggioranza solida. Il ritorno anticipato alle urne, scrive Giugliano, e’ giustificato in parte “dalla debolezza dell’attuale governo”: sin dal suo insediamento, lo scorso dicembre, il premier Paolo Gentiloni “si e’ scontrato con l’incessante opposizione interna al suo Partito democratico”. Il mese scorso, ricorda ad esempio l’autore dell’editoriale, il governo ha faticato a mettere assieme un pacchetto di misure di austerita’ di soli 3,4 miliardi di euro, pari ad appena lo 0,2 per cento del pil. Il governo ha anche dovuto fare alcuni passi indietro rispetto alla riforma di liberalizzazione del lavoro approvata dal precedente governo per evitare uno scontro con i sindacati. Si tratta di ostacoli “insignificanti”, se paragonati alle sfide che attendono il paese il prossimo autunno, quando la Banca centrale europea (Bce) annuncera’ quasi certamente un primo ridimensionamento del piano di quantitative easing da cui l’Italia dipende per tenere a freno i costi di rifinanziamento del debito, e dunque tenere sotto controllo i conti pubblici. La Commissione europea chiedera’ quasi certamente un altro intervento di taglio dei costi e aumento della pressione fiscale, di importo tre volte maggiore a quello di questa primavera. Il governo – quello attualmente in carica, o quello che uscira’ dalle urne a settembre – dovra’ anche vedersela con una serie di insidiose ristrutturazioni, da quella di Alitalia e quelle degli istituti di credito in maggiore difficolta’. A prescindere dalle buone intenzioni di Gentiloni – scrive l’opinionista – e’ difficile pensare che l’attuale governo possa gestire adeguatamente queste sfide, anche perche’ la naturale scadenza del mandato e’ comunque vicina – primavera 2018 – e i parlamentari “saranno riluttanti a sostenere il governo su misure che li renderebbe impopolari”. Eppure, avverte l’autore dell’editoriale, non e’ affatto sicuro che un altro primo ministro si troverebbe in una posizione migliore rispetto a quello attualmente in carica. L’esito di elezioni tenute con un sistema proporzionale sul modello tedesco sarebbe quasi certamente uno stallo superabile solamente con una coalizione; nell’attuale scenario politico italiano, pero’, “e’ difficile immaginare una qualsiasi combinazione di partiti che possa dare qualcosa di simile a un governo stabile”. Il Partito democratico e Forza Italia “sono forse i candidati piu’ adatti” a dar vita a una “grande coalizione”, ma mancano ancora di piattaforme politiche coerenti, e anche assieme paiono non godere dei voti necessari. L’Italia, conclude Giugliano, ha esigenze economiche da tempo inderogabili: “tagliare la spesa pubblica ordinaria per aggredire il debito; tagliare le tasse, specie quelle sul lavoro, e aprire i mercati dei beni e dei servizi per attrarre investimenti esteri”. Una maggioranza debole e malferma sarebbe incapace di adottare queste misure, come del resto e’ accaduto per tutti i governi succedutisi sinora alla guida del paese, scontratisi tutti col muro “dei dipendenti pubblici e dei sindacati”. Data la situazione attuale, “dovrebbe essere consentito a Gentiloni di fare il meglio che gli e’ possibile”; nel frattempo, i partiti potrebbero sfruttare i mesi sino alla primavera del prossimo anno “per approntare programmi piu’ credibili”: i politici italiani, sostiene l’opinionista, “devono pensare meno a come ottenere il potere, e piu’ a cosa farne”.

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Usa, le indagini sul “Russiagate” rischiano di ritorcersi contro l’ex presidente Obama

01 giu 11:33 – (Agenzia Nova) – La commissione d’Intelligence della Camera dei rappresentanti Usa ha emanato ieri sette richieste formali di accesso agli atti nell’ambito delle indagini sull’intromissione della Russia nelle elezioni presidenziali dello scorso anno e sui presunti contatti tra la campagna del presidente Usa Donald Trump e il Cremlino. I destinatari delle richieste sono l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn, il legale personale del presidente Usa, Michael Cohen, e le loro societa’. Tuttavia – scrive il “Wall Street Journal” in un editoriale non firmato, attribuibile alla direzione – le tre richieste di accesso agli atti potenzialmente piu’ interessanti sono quelle emesse dalla commissione parlamentare nei confronti della National Security Agency (Nsa), della Central Intelligence Agency (Cia) e del Federal Bureau of Investigation (Fbi), e legate all'”unmasking” dei collaboratori del presidente Trump nei tabulati delle intercettazioni telefoniche effettuate ai danni della sua campagna lo scorso anno, con l’autorizzazione dell’amministrazione Obama. Le intercettazioni, effettuate dalla precedente amministrazione presidenziale sulla base di un mandato Fisa (“Foreign Intelligence Surveillance Act”), formalmente avevano come bersaglio funzionari diplomatici russi. La legge prevede che i nomi e tutte le informazioni relative a cittadini Usa indirettamente intercettati vengano omesse dai tabulati per tutelarne la privacy; non e’ stato cosi’ per i membri della campagna di Trump: l’amministrazione Obama ha ordinato la messa in chiaro di nomi e informazioni personali alla fine dello scorso anno, e i tabulati sono stati distribuiti, sempre su ordine dell’amministrazione Obama, a tutte le agenzie di intelligence Usa, che poi hanno provveduto a divulgarli in forma anonima alla stampa e ai media; da questi spezzoni di intercettazioni e’ nato lo scandalo sulla presunta “collusione” tra Trump e la Russia, che ad oggi – per stessa ammissione dei vertici dell’intelligence – non ha prodotto alcuna prova incriminante a carico del presidente. Dalle indagini del Senato, scrive il “Wall Street Journal”, difficilmente emergera’ qualche elemento davvero compromettente per il presidente Usa; quel che rischia di emergere, invece, e’ la portata delle attivita’ di sorveglianza e spionaggio su larga scala effettuate dalle agenzie di intelligence durante l’amministrazione Obama, e le ragioni che hanno spinto quest’ultima all'”unmasking” dei suoi oppositori politici. E’ gia’ emerso, nelle ultime settimane, che le richieste di mettere in chiaro i nomi dei collaboratori di Trump intercettati giunsero lo scorso anno dal consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, Susan Rice; dall’ex direttore della Cia, John Brennan; e persino dall’allora ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite, Samantha Power. I Democratici – ricorda l’editoriale – affermano che tali richieste non abbiano nulla di strano, e che rientrassero nelle competenze di Rice. E’ un’affermazione poco credibile, sostiene la direzione del “Wall Street Journal”, dal momento che Rice non dirigeva alcuna indagine di contro-intelligence. La giustificazione puo’ certo valere per Brennan, che gia’ allora, stando alle sue stesse testimonianze al Congresso, aveva ragione di sospettare “contatti” tra la Russia e la campagna di Trump. Quel che invece e’ del tutto ingiustificabile, afferma l’editoriale, e’ che le richieste di messa in chiaro dei collaboratori di Trump siano giunte anche dall’ambasciatrice Power, “il cui unico lavoro era la diplomazia”. L'”unmasking”, sottolinea il quotidiano, e’ o e’ stata sinora una pratica assolutamente straordinaria, ed e’ incredibile che durante l’amministrazione Obama – che si era vantata nel 2014 di aver riformato l’intelligence per “tutelare la privacy” – a ordinarla possa essere stata addirittura un’ambasciatrice. Impossibile non domandarsi, secondo il quotidiano, “che razza di tutela della privacy stava davvero offrendo ai cittadini statunitensi la Casa Bianca di Obama”. Nel frattempo, riferisce l’editoriale, “Circa News” ha pubblicato alcuni documenti dissecretati della Foreign Intelligence Surveillance Court, la corte che emettere i mandati Fisa come quello che ha portato all’intercettazione “indiretta” dei collaboratori di Trump. Stando a questi documenti, la corte contesto’ in piu’ occasioni all’amministrazione Obama di aver violato le tutele legali a protezione della privacy dei cittadini nell’ambito delle attivita’ di intelligence esterna. Su queste violazioni, pero’, le autorita’ giudiziarie Usa hanno mantenuto il riserbo piu’ assoluto sino alla fine del mandato presidenziale di Obama. Si tratta di una questione importantissima per le sue implicazioni, conclude l’editoriale: il Congresso sara’ chiamato infatti entro la fine dell’anno a riautorizzare i programmi di intelligence che consentono lo spionaggio di sospetti stranieri, e che sono essenziali per la lotta al terrorismo. Il Congresso “deve confermare questi strumenti, ma prima ha tutto il diritto di sapere se il team di Obama se ne sia servito per sorvegliare i suoi oppositori politici”.

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Venezuela, rinviata la soluzione diplomatica della crisi

01 giu 11:33 – (Agenzia Nova) – Non sono bastate oltre quattro ore di riunione all’Organizzazione degli Stati americani (Osa), per trovare una posizione comune sulla crisi del Venezuela. Gli sforzi delle 34 delegazioni si sono concentrati nel dibattito su tre proposte di risoluzione senza pero’ arrivare a sciogliere il nodo sul quale si incaglia la divisione tra due gruppi di paesi: e’ giusto intervenire negli “affari interni” di uno Stato membro o l’adesione ai principi dell’organismo impone comunque il rispetto di alcune regole base continentali? Il paese e’ arrivato al sessantesimo giorno di duro confronto sulle strade. Le opposizioni, denunciando abusi da parte delle forze di sicurezza, continuano a reclamare il ripristino del calendario elettorale, il corretto funzionamento delle istituzioni e la liberazione dei prigionieri politici. Il Messico, paese che si candida a mediatore nel tentativo di trovare una formula che consenta di “parlare” con Caracas, si prende altre due settimane di tempo. “Esiste la volonta’ per arrivare a un consenso per trovare un’uscita alla situazione del Venezuela”, ha detto il ministro degli Esteri Luis Videgaray convinto che si sia “trovato l’accordo a mettersi d’accordo”. L’appuntamento e’ per la prossima Assemblea generale dell’organismo, che si terra’ a Cancun tra il 19 e il 21 giugno. Nelle varie discussioni sin qui svolte sul tema Venezuela, il gruppo dei 14 paesi piu’ intransigenti nei confronti del presidente Nicolas Maduro non e’ riuscito mai a raccogliere adesioni tali da superare quota 22, pari ai due terzi degli Stati membri, asticella sotto la quale non e’ possibile adottare risoluzioni vincolanti. Il Venezuela gode dell’appoggio di un gruppo di paesi, principalmente caraibici, con cui nel tempo – e in gran parte grazie al petrolio – ha cementato diversi rapporti commerciali. Tra i punti su cui ci si scontro c’e’ l’efficacia sulla strada individuata da Maduro per riportare il paese alla tranquillita’: le elezioni per una una Assemblea costituente che dovra’ redarre una nuova carta. Lo aveva gia’ fatto l’ex presidente Hugo Chavez ma stavolta, avverte il quotidiano spagnolo “El Pais”, senza prevedere una ratifica popolare dei lavori. Un “tradimento” ai principi chavisti che fa mancare al governo il sostegno di un numero crescente di ex militari ed ex funzionari di Stato. Nel frattempo, la Banca centrale venezuelana e’ nuovamente intervenuta su uno dei due tassi di cambio della moneta nazionale sul dollaro: un biglietto verde vale ora 2.010 bolivar, il 63 per cento in piu’ della quotazione precedente. Il tasso si applica sull’importazione dei beni non essenziali e la nuova svalutazione non frenera’ di certo la corsa dei prezzi. Nel 2016, stime dell’Fmi, l’inflazione si e’ collocata attorno al 720 per cento.

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Germania, il ministero dell’Interno blocca i rimpatri in Afghanistan dopo l’attentato di Kabul

01 giu 11:33 – (Agenzia Nova) – Il ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maizi’ere (Cdu), ha annunciato al Bundestag la sospensione dei rimpatri di immigrati irregolari verso l’Afghanistan, a seguito del gravissimo attentato terroristico di Kabul. Lo riferisce lo “Spiegel”, secondo cui il ministro ha informato i deputati durante una riunione a porte chiuse della commissione Interni. Sino ad oggi, le autorita’ tedesche hanno effettuato rimpatri di cittadini afgani verso zone del paese centro-asiatico ritenute relativamente sicure: tra queste, figurava proprio la capitale, Kabul. Le opposizioni parlamentari, pero’, si sono sempre opposte, sostenendo che gli afgani abbiano diritto all’asilo alla luce dello stato di insicurezza in cui versa il loro paese. La leader della Linke, Katja Kipping, ha definito i rimpatri forzati di immigrati afgani “disumani”, e quella dei Verdi, Katrin Goering-Eckardt, ha chiesto al ministro degli Esteri Sigmar Gabriel (Spd) di rivedere la valutazione in merito allo stato di sicurezza in Afghanistan. Il gravissimo attentato terroristico di ieri al quartiere delle ambasciate di Kabul ha coinvolto anche l’ambasciata tedesca in Afghanistan. Stando alle informazioni fornite dal ministero della Salute afgano, l’attentato ha provocato al morte di 90 persone e il ferimento di almeno 300, tra cui molte donne e bambini. L’ambasciata tedesca, che si trova a circa 300 metri dal luogo dell’attentato, e’ stata pesantemente danneggiata, e una delle guardie di sicurezza afgane a presidio dell’edificio e’ rimasta uccisa. In un messaggio di condoglianze al presidente afghano Ashraf Ghani il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ha denunciato un “atto atroce di terrorismo”. L’attentato, compiuto tramite un camion-bomba all’ora di punta, e’ l’ottavo a colpire Kabul dall’inizio dell’anno. L’esplosione e’ avvenuta in una strada trafficata tra l’Ambasciata tedesca e un posto di guardia a Sanbak Square, nella zona dove si trovano il quartier generale della Nato e i ministeri afgani.

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Terrorismo in Europa, “Spiegel”: autorita’ incapaci di garantire la sicurezza

01 giu 11:33 – (Agenzia Nova) – I recenti attentati terroristici che hanno sconvolto l’Europa sono tutti accomunati da un elemento: i responsabili erano gia’ noti alle autorita’, ma sono stati lasciati liberi di agire. Dal 2014 ad oggi, sottolinea il tedesco “Spiegel”, tale considerazione vale per tutti e 24 i responsabili dei 13 attentati ricondotti alla matrice del terrorismo islamico. E’ difficile stabilire quanto cio’ avrebbe davvero consentito di scongiurare gli attacchi. La valutazione delle agenzie di sicurezza, scrive il settimanale tedesco, e’ piu’ complessa di quanto possa sembrare. Eppure, dei 24 terroristi 22 avevano avuto contatti con altri islamisti o reti islamiste; 21 erano in liste del terrore o segnalati; 17 avevano avuto precedenti condanne con obbligo di segnalazione; 13 erano stati in aree a rischio in Siria o Iraq, e 12 di questi erano monitorati dalla polizia. Anis Amri, il terrorista di Berlino, detiene probabilmente il record di segnalazioni, eppure ha potuto agire indisturbato. Era stato condannato in Italia per aggressione e incendio doloso a quattro anni di carcere. I Servizi italiani lo avevano monitorato dopo la detenzione per sospetto di radicalizzazione, cosi’ come la polizia di Krefeld. Faceva inoltre parte della scena islamista di Hildesheim ed era stato segnalato come individuo pericoloso dalla polizia criminale (Lka) del Nord Reno-Vestfalia. A suo carico era stata avviata un’inchiesta per frode sociale e diversi soggetti dell’ambiente che frequentava erano stati arrestati. I servizi segreti marocchini avevano avvertito quelli tedeschi due volte di possibili attacchi terroristici; l’uomo aveva assunto 14 identita’ differenti ed era stato coinvolto in un accoltellamento in un bar del quartiere berlinese di Neukoelln. Impossibile, sottolinea il settimanale, chiedersi quale sia la soglia entro la quale puo’ scattare l’intervento delle autorita’, e se questi casi non vadano valutati anche sotto il profilo delle responsabilita’ politiche C’e’ soprattutto da chiedersi per quale ragione i governi e le agenzie di sicurezza premano cosi’ insistentemente per erodere le liberta’ e la privacy degli individui, sorvegliando su vasta scala le conversazioni private, sanzionando i pensieri “scorretti” e arrivando persino a ipotizzare banche dati universali del dna, quando dalla storia degli attentati terroristici emerge come le autorita’ dispongano gia’ dei mezzi necessari a individuare efficacemente i soggetti realmente pericolosi, ma li lascino comunque liberi di agire. Le autorita’, afferma lo “Spiegel”, dovrebbero interrogarsi seriamente sui mezzi di intervento reali a disposizione delle agenzie di sicurezza e sull’impotenza della politica, che contribuiscono ad alimentare il divario tra sicurezza percepita e reale. Non e’ possibile, concludere l’editoriale, rassegnarsi a fare del terrorismo una nuova norma con cui convivere passivamente, specie sapendo che gia’ oggi le autorita’ sono perfettamente in grado di individuare i soggetti pericolosi.

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Jeremy Corbyn, “Un buon risultato? Vincere le elezioni”

01 giu 11:33 – (Agenzia Nova) – Jeremy Corbyn, leader del Labour, principale partito di opposizione del Regno Unito, ha deciso all’ultimo momento di partecipare al dibattito televisivo ospitato dalla Bbc, l’emittente pubblica, al quale invece ha rifiutato di prendere parte la premier e leader Tory, Theresa May, facendosi rappresentare dalla fedele segretaria all’Interno, Amber Rudd, benche’ in lutto per la morte del padre. Gli altri presenti, riferisce il quotidiano britannico “The Guardian”, erano i leader dei liberaldemocratici, Tim Farron; dell’Ukip, il Partito per l’indipendenza del Regno Unito, Paul Nuttall; dei verdi, Caroline Lucas; del Partito del Galles, Leanne Wood, e il numero due del Partito nazionale scozzese (Snp), Angus Robertson. Corbyn ha incalzato Rudd sui tagli alla spesa pubblica: “Pensa che questo paese sia a suo agio con se stesso: e’ mai stata in una banca alimentare? Ha visto la gente che dorme vicino alle stazioni? Ha visto i livelli di poverta’ che esistono a causa delle vostre consapevoli decisioni sui benefit?”, le ha domandato. “Il modo per evitare che la gente ricorra alle banche alimentari e’ avere un’economia piu’ forte”, e’ stata la risposta. Rudd, a sua volta ha accusato l’avversario di voler finanziare le sue promesse elettorali con un “magico albero dei soldi” e ha messo in discussione la sua leadership. “La leadership ha a che fare con la comprensione della gente che si rappresenta. Con la disponibilita’ ad apprendere. Non con l’essere cosi’ in alto e potenti da non poter ascoltare i suggerimenti”, ha replicato Corbyn. Secondo l’ultimo sondaggio di YouGov per “The Times”, effettuato nei due giorni scorsi, il distacco tra Tory e Labour si e’ ridotto ulteriormente, scendendo a tre punti: 42 contro 39 per cento. A seguire i Lib Dem al sette per cento e l’Ukip al quattro. A una settimana dal voto il Labour ha raggiunto il punto piu’ alto dall’inizio della campagna elettorale. Il divario rilevato da YouGov e’ il piu’ piccolo tra i maggiori istituti demoscopici, ma tutti segnalano la stessa tendenza. In un’intervista a “The Independent” un fiducioso Corbyn, interrogato su quale sarebbe un buon risultato per il partito, risponde esplicitamente: “Vincere le elezioni”. “Il nostro sostegno sta crescendo. Le piccole donazioni stanno crescendo e questo significa qualcosa. C’e’ entusiasmo. Un sacco di gente sta facendo campagna per il Labour e cio’ che li invitiamo a fare (…) e’ parlare del tipo di societa’ e di mondo in cui vogliamo vivere”, racconta Corbyn. Il leader non commenta i sondaggi, ma ammette che le regole televisive sulla par condicio hanno contribuito al recupero. Se fosse eletto primo ministro, Corbyn potrebbe rinviare la visita di Stato del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, anche se ovviamente “deve esserci una relazione col governo Usa”. Tra le sue priorita’ ci sarebbe l’aiuto ai giovani gravati dai prestiti studenteschi. Riguardo alla Brexit afferma: “Negoziero’ quello che ho gia’ detto: un accesso senza tariffe al mercato europeo, la tutela dei diritti dei lavoratori, dei consumatori e dell’ambiente ottenuta con l’appartenenza all’Ue e la protezione dei cittadini comunitari che vivono qui”. Sulla difesa un governo Corbyn procederebbe a una revisione strategica, che comprenderebbe “anche il ruolo del nucleare” e si concentrerebbe “su cio’ che costituisce una grave minaccia”, come gli attacchi informatici, chiedendosi se le risorse siano spese nella giusta direzione. Ribadisce che il congresso del partito ha votato per il mantenimento del programma di deterrenza nucleare Trident, ma che lui intende avere un ruolo attivo contro la proliferazione, anche nominando un sottosegretario competente sulle questioni del disarmo e della pace.

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Italia, torna la tensione sulle banche venete in difficolta’

01 giu 11:33 – (Agenzia Nova) – Si fa sempre piu’ stretta la porta per il salvataggio delle banche venete in difficolta’: lo scrive il quotidiano economico francese “Les Echos” in una analisi in cui il so corrispondente da Roma Olivier Tosseri spiega come Popolare di Vicenza e Veneto Banca non siano riuscite a convincere gli investitori ne’ le autorita’ europee con cui stanno negoziando da diversi mesi. La Commissione europea infatti esige che i due istituti raccolgano almeno un altro miliardo di euro di capitale privati per poter dare la loro autorizzazione alla ricapitalizzazione preventiva da 6,4 miliardi a carico dello Stato italiano: di fronte all’inflessibilita’ di Bruxelles, scrive Tosseri, sta riemergendo lo spettro di un “bail-in”, la regola che costringerebbe azionisti e creditori delle banche a metter mano al portafogli per contribuire al salvataggio. Una situazione che ha anche dissuaso il fondo Atlante dall’investire ancora nel due istituti veneti nei quali ha gia’ iniettato 3,5 miliardi negli ultimi mesi; anche perche’, come ha detto il suo presidente Alessandro Penati, le risorse del fondo sono pressoche’ esaurite. Anche la principale banca italiana, Intesa San Paolo, ha respinto l’idea di un nuovo contributo da parte delle banche sane, in particolare attraverso il Fondo interbancario di garanzia dei depositi: “I privati hanno gia’ perso troppi soldi”, ha dichiarato il suo amministratore delegato, Carlo Messina. Da parte sua il governo italiano sta cercando di convincere le istituzioni europee del carattere sistemico della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca che sono fondamentali per il Nord-Est della Penisola, una delle regioni piu’ ricche ed industrializzate dl paese: infatti Roma ha gia’ sondato diversi imprenditori veneti sollecitandoli a mettere assieme almeno 700 milioni per contribuire al salvataggio dei due istituti; e potrebbe anche sollecitare un intervento da parte di Poste italiane. In ogni caso, ha dichiarato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, “l’ipotesi di un bail-in e’ esclusa”. Il governo italiano, riassume “Les Echos”, vuole una soluzione che da un lato garantisca la stabilita’ delle due banche venete e dall’altro preservi completamente i risparmiatori, pur rispettando le regole europee; una soluzione che va trovata “rapidamente”: entro la fine del mese di giugno, esigono a Bruxelles.

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La considerazione della Germania per il Regno Unito e’ in calo

01 giu 11:33 – (Agenzia Nova) – Quando la cancelliera della Germania, Angela Merkel, ha detto che l’Europa non puo’ piu’ fare pieno affidamento sui suoi alleati anglofoni, si riferiva soprattutto agli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump. Tuttavia, osserva l’editorialista del “Financial Times” Tony Barber, specialista di affari europei, il suo discorso ha evidenziato anche l’arretramento del Regno Unito nella lista dei partner piu’ stretti della Germania, iniziato col voto referendario britannico dell’anno scorso per l’uscita dall’Unione Europea. Citare insieme Londra e Mosca come capitali con cui avere buoni rapporti, come ha fatto la cancelliera, e’ qualcosa di inedito per un leader tedesco in quasi settant’anni di storia della Nato, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, e della Germania democratica. Con la campagna elettorale in corso in Gran Bretagna per il voto dell’8 giugno, le dichiarazioni di Angela Merkel hanno suscitato reazioni tra politici ed esperti. L’ex cancelliere dello Scacchiere George Osborne, ora direttore del “London Evening Standard”, ha accusato la premier, Theresa May, che non l’ha voluto nel suo governo, di arroganza e di danneggiare il posizionamento internazionale del paese. Nel tentativo di limitare i danni, la segretaria all’Interno, Amber Rudd, ha ribadito che Londra restera’ un partner affidabile della Germania e del resto d’Europa nella difesa e nella sicurezza. Dalla prospettiva della Germania, pero’, Rudd non ha colto il punto. I politici, i diplomatici e gli imprenditori tedeschi ritengono che il Regno Unito, uscendo dall’Unione Europea, danneggera’ se stesso e perdera’ la sua influenza internazionale. La classe politica britannica, invece, forse anche perche’ quasi nessuno conosce la lingua tedesca, appare piuttosto inconsapevole del tono caustico della maggior parte dei commentatori in Germania sui piani di Downing Street riguardo ai negoziati per la Brexit. Qualcuno, ad esempio, paragonando May al presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, ha scritto che ha “perso il contatto con la realta’ europea”. I tedeschi disprezzano Trump e tengono in scarsa considerazione la Gran Bretagna della Brexit perche’ non sono in sintonia con il loro paese, la cui sicurezza, prosperita’ e identita’ moderna risiedono nella cooperazione europea, un sentimento che si e’ intensificato con l’elezione di Emmanuel Macron alla presidenza della Francia.

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Spagna, bufera sul procuratore anticorruzione

01 giu 11:33 – (Agenzia Nova) – L’ottimismo nato ieri dall’approvazione della legge di Bilancio per il 2017 si e’ offuscato con il montare delle notizie sulla sorte di Manuel Moix, il procuratore capo dell’agenzia anticorruzione al centro di diversi casi controversi a cavallo tra giustizia e politica. L’ultimo in ordine di tempo, ma il piu’ scottante, e’ quello nato dalla scoperta che Moix e’ titolare del 25 per cento di una societa’ offshore, nel paradiso fiscale di Panama. una impresa ereditata assieme ai suoi fratelli dal padre e che il procuratore generale ammette ora di non aver denunciato al momento della sua nomina all’incarico. Moix sostiene di aver sottovalutato l’importanza del fatto, insiste nel ricordare che l’impresa e’ di famiglia e non sua, spiega che la partecipazione nella finanziaria non ha ricadute dirette sul lavoro da procuratore generale anticorruzione. Ma la polemica, nelle ultime ore, non ha fatto che crescere. Il quotidiano “El Pais” pubblica un editoriale in cui definisce “inappellabile” la dimissione di Moix: la “lotta contro la corruzione deve comprendere un atteggiamento ferreo contro l’elusione fiscale e richiede una ostentazione di esemplarita’ che non e’ compatibile con la permanenza” del procuratore. La testata considerata vicina all’opposizione, ne approfitta per incalzare il presidente del governo Mariano Rajoy, accusandolo di aver troppe volte eluso comportamenti stringenti nei confronti di personalita’ del suo entourage coinvolte in scandali di vario genere. Il governo, per la verita’, pare avre smesso di difendere Moix. Il ministro della Giustizia Rafael Catala’ ha rimesso la questione alla decisione del procuratore generale dello Stato, aprendo per prima volta anche se implicitamente all’ipotesi dimissioni. Una strada che l’esecutivo aveva sbarrato nel corso delle tante polemiche montate su Moix a ritmo incalzante – un po’ a sorpresa, segnalano alcuni media. Ha fatto ad esempio rumore l’intercettazione eseguita nei confronti dell’ex governatore della Comunita’ di Madrid, che – pressato dalle indagini a suo carico per diversi casi di corruzione – si rallegrato della nomina di Moix. Per alcune fonti governative citate dal quotidiano conservatore “El Mundo” la pressione registrata ai danni di Moix e’ sospetta: dietro anonimato, uomini dell’esecutivo alludono alla possibilita’ che la manovra sia stata appoggiata anche da uomini della procura: critici nei confronti dell’operato di Moix su alcuni casi scottanti dell’agenda giudiziaria nazionale, sarebbero stati loro a filtrare le notizie piu’ urticanti per le sorti del procuratore, a partire da quella relativa alla offshore di Panama.

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Francia, lo scandalo Ferrand agita la campagna per le elezioni parlamentari

01 giu 11:33 – (Agenzia Nova) – Il presidente francese Emmanuel Macron ieri mercoledi’ 31 maggio e’ infine sceso in campo per difendere il suo ministro della Coesione territoriale, Richard Ferrand, investito dallo scandalo dei contratti che hanno favorito la moglie ed altri parenti quando era direttore generale della societa’ mutualistica Mutuelles de Bretagne: lo scrive tra gli altri il quotidiano conservatore “Le Figaro”, riferendo come dopo giorni di assordante silenzio sulla vicenda il neo presidente della Repubblica finalmente abbia affrontato la questione nel corso del Consiglio dei ministri. Macron ha stigmatizzato la campagna mediatica contro Ferrand: “Non va bene”, ha detto, “che sia la stampa ad erigersi a giudice” della moralita’ di un ministro; cionondimeno, ha ribadito il portavoce del governo Christophe Castaner, “se mai Ferrand dovesse essere incriminato dalla magistratura, il primo ministro Edouard Philippe gli chiederebbe immediatamente di dare le dimissioni”. Macron, che in questi giorni ha moltiplicato i segnali di amicizia nei confronti del suo ministro al centro del ciclone delle polemiche, ha poi esortato tutti i membri del governo a dar prova di “solidarieta’”: ma cosi’ dicendo ha ammesso implicitamente come sia nell’esecutivo che nel partito Lrem le accuse rivolte al ministro Ferrand stiano sollevando dubbi ed inquietudine. La coalizione di governo sembra infatti aver perso la sicurezza di vincere a mani basse le elezioni parlamentari dell’11 e 18 giugno prossimi e conquistare la maggioranza nella futura Assemblea Nazionale. A scuoterne le certezze, oltre allo scandalo Ferrand, c’e’ anche l’indagine aperta dalla Procura di Parigi sulla ministra degli Affari europei, Marielle de Sarnez: e’ accusata di aver messo sotto contratto di lavoro fittizio alcuni funzionari del suo partito Movimento democratico (MoDem), assumendoli come assistenti parlamentari quando era deputata europea. Inaspettatamente, la questione morale ora e’ tornata a dominare la campagna elettorale: la destra de I Repubblicani (Lr), in particolare, accusa Macron ed il suo governo di ipocrisia e di aver disatteso la promessa di risanare la vita politica del paese. E’ in questo contesto agitato che nel primo pomeriggio di oggi giovedi’ 1° giugno il ministro della Giustizia, il centrista cattolico Francois Bayrou leader del Movimento democratico (MoDem), presentera’ il suo progetto di moralizzazione della vita pubblica, il primo testo di legge del quinquennato di Macron.

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