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Bandi Infratel, schiarita fra Governo e Tim. Rispunta l’ipotesi società delle reti

Fibra

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Il ministro Carlo Calenda tende la mano all’ad di Tim a Flavio Cattaneo e in un’intervista distensiva al Sole 24 Ore lo definisce “un ottimo manager”. Dopo settimane di muro contro muro fra Governo e azienda sui bandi Infratel per la banda ultralarga nelle aree bianche, sembra tornare il sereno fra le parti, che nei prossimi giorni, potrebbero finalmente sedersi al tavolo per discutere.

Telecom Italia, titolo in ripresa

Oggi il titolo Telecom Italia ha beneficiato di questo nuovo clima, mettendo a segno un incremento in apertura dell’1,5% dopo il tonfo del -2,7% di venerdì legato in realtà alle persistenti voci di una possibile uscita dell’amministratore delegato, smentita dall’interessato, che tuttavia secondo varie indiscrezioni sarebbe in rotta con Vivendi, a causa del clima teso venutosi a creare con il Governo italiano.

Un secondo fronte aperto per Vivendi in Italia, già alle prese con l’impasse con Mediaset per la mancata acquisizione di Premium.

Alcuni osservatori insistono sul fatto che Vivendi, desiderosa di siglare la pace con il Governo sulla fibra, starebbe spingendo per l’arrivo al timone di Tim dell’israeliano Amos Genish, già Ceo di Gtv e di Telefonica in Brasile, che otterrebbe le deleghe operative di Cattaneo formando un triumvirato alla guida della società, con il presidente Arnaud De Puyfontaine e il vice presidente Giuseppe Recchi.

Altri osservatori sostengono che Flavio Cattaneo resterà in sella, come da lui sostenuto a chiare lettere, fino al termine del contratto nel 2020. Di certo, la semestrale fissata per il 27 luglio sarà uno spartiacque importante e secondo gli analisti deporrà a favore dell’ex ad di Terna, che con la sua cura iniziata a marzo 2016 ha contribuito ad abbattere i costi e il debito, riportando i conti del gruppo in ordine. Il trend secondo gli analisti sarà confermato anche per i primi sei mesi del 2017.

 

Ipotesi Mediaset

Altre indiscrezioni arrivano oggi da Lettera43, secondo cui Cattaneo starebbe lavorando dietro le quinte per accasarsi in Mediaset o Fininvest, non prima però di aver incassato almeno in parte la buona uscita di circa almeno 40 milioni legata ad una sua uscita prematura da Tim.

Anche Affaritaliani.it rilancia l’ipotesi di un passaggio dell’attuale ad di Tim in Mediaset, certamente interessata ad una risistemata ai conti.

Calenda (ri)propone la società delle reti

Secondo l’agenzia Reuters le tensioni fra l’ad e Vivendi permangono, ma nel frattempo il ministro Calenda si è detto aperto a ragionare sulla costruzione di una società delle reti che quindi unisca Tim e Open Fiber. “Sono favorevole ad una società delle reti e non escludo che in un futuro anche prossimo se ne possa riparlare, ma deve esserci la volontà delle parti di farlo” ha detto. Secondo alcuni analisti, per quanto riguarda il tema della società delle reti, la soluzione più percorribile rispetto allo scorporo della rete da Telecom sarebbe il conferimento di Open Fiber in Tim con la creazione di uno zoccolo duro di azionisti domestici di rilievo in Tim come Cdp e Enel (Equita ipotizza che possano avvicinarsi al 10% complessivamente e che questa ipotesi possa riequilibrare l’azionariato Telecom e aprire alle sinergie sulla rete).

Ciclicamente si torna a parlare della società delle reti, vedremo se sarà questa la volta in cui le voci si tramuteranno in fatti, anche se non sembra una soluzione né semplice né rapida né indolore.

 

Doppia rete, rischio salasso come in Australia?

Ma forse sarebbe la soluzione meno dolorosa per Tim e Open Fiber, chiamati ad investimenti molto onerosi per una battaglia sulla fibra casa per casa che si preannuncia sanguinosa. Il rischio di un “bagno di sangue” per la fibra viene ribadito oggi dall’agenzia australiana AAP che paragona il dualismo Tim-Open Fiber a quello australiano negli anni ‘90 fra l’incumbent Telstra e Optus, che portarono avanti progetti paralleli (e spesso sovrapposti) di cabalggio in fibra casa per casa.

Duplicando la rete di Optus, Telstra riuscì ad affondare la rivale, ma fu una vittoria di Pirro visto che la svalutazione dell’investimento per i due player superò i 2 miliardi di dollari.

La posta in gioco

Per Tim la posta in gioco sulla fibra è alta, visto che da anni controlla quasi interamente il mercato wholesale, rivendendo l’accesso agli operatori che poi vendono il servizio al cliente finale.

Questo business genera 2 miliardi di euro all’anno per le casse di Tim, una parte consistente dei circa 15 miliardi di euro di ricavi della business unit domestica.

Secondo stime di Morgan Stanley, Tim potrebbe perdere fino ad un terzo dei 2 miliardi derivanti dal business wholesale entro il 2022 a causa della concorrenza con Opn Fiber.

Tanto più che gli operatori retail come Vodafone, Wind Tre e Tiscali stanno già scaldando i motori in attesa di appoggiarsi alla nuova rete di Open Fiber.

Unire le forze, però, sarebbe la strada economicamente più percorribile per Tim e Open Fiber e il Governo si starebbe adoperando appunto per raggiungere questo obiettivo. Il problema principale riguarda il valore della rete in rame di Tim, che vale fra i 13 e i 15 miliardi di euro.

Ma su tutto l’ultima parola spetterà a Vivendi.

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