Finestra sul mondo

Attentato Parigi, Germania-Turchia, Crisi Venezuela, Obamacare, Brexit, Crescita economica Spagna

Poteri, economia, finanza e geopolitica nelle ultime 24 ore

di Agenzia Nova |
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Finestra sul mondo è una rubrica quotidiana con le notizie internazionali di Agenzia Nova pubblicate in collaborazione con Key4biz. Poteri, economia, finanza, lette in chiave di interdipendenza con un occhio alla geopolitica. Per consultare i numeri precedenti, clicca qui.

L’attentato terroristico a Parigi scombussola l’ultimo dibattito presidenziale in tv

21 apr 11:14 – (Agenzia Nova) – La notizia dell’attentato terroristico a Parigi ieri sera giovedi’ 20 aprile e’ piombata come un fulmine sull’ultimo dibattito televisivo organizzato un vista del primo turno delle elezioni presidenziali francesi di domenica prossima 23 aprile: il quotidiano economico “Les Echos” pubblica oggi venerdi’ 21 un resoconto dettagliato degli interventi dei candidati presenti nello studio della rete pubblica “France 2”. Ma non tutti i candidati hanno potuto reagire compiutamente alla notizia: il programma infatti non era organizzato come un vero e proprio dibattito, quanto piuttosto come una successione di interventi degli undici candidati, che hanno avuto a disposizione ciascuno 15 minuti per parlare separatamente e senza contraddittorio: di conseguenza solo gli ultimi candidati ad intervenire hanno potuto commentare i drammatici eventi accaduti poco prima sugli Champs Elyse’es. L’ultimo ad intervenite e’ stato il candidato del centro-destra, Francois Fillon: e la notizia dell’attentato, successivamente rivendicato dallo Stato islamico in Iraq e Siria (Isis), gli ha offerto su un piatto d’argento l’occasione di cambiare totalmente il testo preparato del suo intervento. Fillon cosi’ e’ stato praticamente l’unico degli undici candidati a poter dilungarsi sulla minaccia terroristica che negli ultimi anni aleggia sulla Francia e delle misure di sicurezza che a suo parere sono necessarie per farvi fronte: gli altri hanno hanno potuto parlarne solo nei 2 minuti assegnati a ciascuno di loro per le dichiarazioni finali. Secondo Fillon dunque, “la lotta contro il terrorismo deve essere la priorita’ assoluta del prossimo presidente della Repubblica”: “E’ necessario”, ha affermato, “contrastare l’avanzata del fondamentalismo nella religione musulmana e quei predicatori radicali ospitati in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo Persico”. Il candidato del centro-destra ha proposto inoltre che ai jihadisti francesi andati a combattere in Siria ed Iraq non sia concesso di tornare in patria; quanto agli estremisti presenti in Francia, Fillon vuole che siano arrestati per “intelligenza con il nemico” tutti quelli di cui siano provati i legami con l’Isis. Quanto alla guerra in S‏iria, il candidato del centro-destra si e’ scagliato contro la “finzione” della “coalizione anti-Isis”: “Quella coalizione non esiste, da un lato c’e’ la Russia e dall’altro gli Stati Uniti”, ha scandito, aggiungendo che “la questione fondamentale e’ il coinvolgimento della Russia” in una soluzione del conflitto siriano.

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Germania-Turchia, Erdogan: “Non presto attenzione a cio’ che dice Sigmar Gabriel”

21 apr 11:14 – (Agenzia Nova) – Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha commentato le critiche ricevute a livello internazionale dopo il referendum costituzionale di domenica scorsa, che ha visto approvato per un soffio l’accentramento dei poteri in senso autocratico. Erdogan ha menzionato apertamente il ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel (Spd): questi aveva dichiarato alla “Bild” che “la reintroduzione della pena di morte nei Paesi candidati all’adesione alla Ue equivarrebbe alla fine del sogno dell’Europa”. Il presidente turco, che a seguito dell’approvazione del referedum progetta proprio la reintroduzione della pena di morte, ha risposto alle parole di Gabriele dicendo “Allora non parla di noi”, come riferito dall’agenzia di Stato Anadolu Le osservazioni di Gabriel sono “scandalose”, ha detto il presidente turco. “Io non presto attenzione a cio’ che dice Sigmar Gabriel, o a quanto possono dire altri. Solo il Parlamento e il popolo possono esprimersi sulla reintroduzione della pena di morte”, ha detto Erdogan. Il forte sostegno degli elettori turchi in Europa alla riforma costituzionale voluta da Erdogan ha imbaldanzito il presidente, che e’ tornato sulle tensioni con diversi governi europei prima del voto, quando ad esponenti del governo di Ankara era stato proibito di tenere comizi elettorali sulle piazze europee: “Con la forza e con la violenza non e’ possibile sopprimere la volonta’. Il fatto che in Germania il consenso sia stato cosi’ alto, come in Austria e Olanda, li ha gettati nel panico”. Riguardo alla contestazione delle elezioni da parte delle opposizioni, che hanno denunciato brogli e chiesto invano un riconteggio dei voti, il ministro della Giustizia turco Bekir Bozdag ha affermato: “La nostra Costituzione chiarisce che le decisioni della Commissione elettorale sono definitive e non v’e’ alcun appiglio attraverso cui queste decisioni possono essere contestate”. “Nessun organismo internazionale ha la capacita’ di dichiarare nullo un referendum in qualsiasi Paese”, ha detto il segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjorn Jagland a Strasburgo.

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Venezuela, la protesta diventa permanente: l’America Latina alza la voce

21 apr 11:14 – (Agenzia Nova) – Il confronto, e lo scontro, di piazza in Venezuela rischia di diventare permanente. Nonostante le tensioni e i morti registrati mercoledi’ in una giornata segnata dagli scontri tra protestanti e forze di sicurezza, le opposizioni hanno promesso manifestazioni quotidiane contro il governo di Nicolas Maduro. L’azione trova da subito una nuova sponda oltre frontiera. I governi di Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Messico, Paraguay, Peru’ e Uruguay hanno firmato una dichiarazione congiunta nella quale “condannano con forza” la violenza che si e’ scatenata in Venezuela, denunciando il mancato rispetto dell’appello fatto dalla comunita’ internazionale “perche’ le manifestazioni annunciate potessero trascorrere in un clima pacifico e senza violenze”. Le risposte del governo non si sono fatte attendere. L’esecutivo denuncia i comportamenti “estremisti” e “violenti” delle opposizioni guidate dal Washington, responsabili della sorte di uno dei due civili uccisi negli scontri di mercoledi’, una donna che sarebbe caduta per mano di un militante del partito della antichavista Maria Corina Machado. E Maduro promette ripercussioni anche sul piano internazionale: il capo di Stato assicura che esiste un piano per uccidere tutti i leader delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) che hanno firmato l’accordo di pace con il governo del presidente Juan Manuel Santos. “Tirero’ fuori tutte le registrazioni e i segreti che ho del processo di pace perche’ si capisca che genere di farsa e’ stato”, ha spiegato Maduro rilanciando la notizia dell’uccisione di Luis Alberto Ortiz Cabezas, leader guerrigliero che stava rientrando alla vita civile proprio grazie all’intesa. Le manifestazioni, dunque, proseguiranno sempre con l’obiettivo di convocare elezioni, sanare l’emergenza umanitaria causata da una grave mancanza di farmaci e beni di prima necessita’ e liberare i prigionieri politici. L’idea e’ quella di non abbassare la pressione, anche se il livello di confronto pare difficile da sostenere, come dimostra un video che ha conquistato l’attenzione dei media regionali. Un filmato nel quale si vede un militare aggirarsi per la strade cittadine, intento a sparare dentro le case apparentemente senza ricevere minacce. E che si chiude con un colpo che raggiunge proprio la donna che stava girando il video. Nel frattempo fa rumore la notizia che la Citgo, filiale dell’impresa venezuelana petrolifera Pdvsa, avrebbe pagato 500 mila dollari per finanziare la cerimonia di investitura del presidente Usa Donald Trump. Un esborso che sarebbe molto superiore a quello versato da altre compagnie private statunitensi.

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Usa, la Casa Bianca rischia l’arresto delle operazioni governative per spingere il Congresso a rivedere l’Obamacare

21 apr 11:14 – (Agenzia Nova) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sta forzando la maggioranza parlamentare repubblicana e il Congresso federale verso una nuova, drammatica prova di forza sulla riforma dell’Affordable Care Act (“Obamacare”), nel tentativo di ottenere una vittoria legislativa di rilievo entro i primi cento giorni della nuova amministrazione presidenziale. Ieri Trump ha sfoggiato ottimismo. Il progetto di riforma della sanita’ elaborato dalla leadership Repubblicana alla Camera, che la Casa Bianca ha sinora inutilmente tentato di far digerire all’ala conservatrice del partito, “diventa ogni giorno migliore, e’ diventato davvero ottimo, un sacco di gente lo apprezza”, ha detto il presidente; a detta di Trump, il disegno di legge potrebbe ottenere l’approvazione del Congresso “molto presto. Vorrei dire la prossima settimana, ma in ogni caso ci arriveremo”. Nel frattempo, sul Congresso torna a profilarsi all’improvviso l’ombra dello “shutdown” governativo: i Repubblicani dovranno conquistare in qualche modo l’appoggio della minoranza democratica per approvare il finanziamento delle operazioni governative oltre la fine del mese di aprile. Il rifinanziamento emergenziale del governo va necessariamente approvato entro la mezzanotte del 28 aprile, e i Repubblicani temono che il progressivo smantellamento delle politiche domestiche della precedente amministrazione Obama da parte della Casa Bianca possa calcificare l’ostruzionismo della minoranza parlamentare, facendo precipitare la situazione e prospettando lo spettro dell’arresto dello Stato. La situazione, del resto, e’ assai piu’ grave di quanto l’amministrazione e il Congresso si aspettassero: poco prima delle elezioni presidenziali dello scorso novembre, il Tesoro aveva accumulato nelle proprie casse 425 miliardi di dollari tramite l’emissione di debito sovrano. Dopo la vittoria a sorpresa di Trump, pero’, quel denaro si e’ volatilizzato: i burocrati del ministero hanno improvvisamente cessato l’emissione di titoli, e il pagamento di quelli gia’ emessi ha praticamente azzerato il denaro accumulato dal Tesoro, che all’8 marzo scorso aveva a bilancio appena 88 miliardi. Appena approdato alla Casa Bianca, insomma, Trump ha trovato del tutto drenato il conto che avrebbe dovuto gestire come presidente degli Stati Uniti. Nei soli giorni immediatamente successivi all’insediamento di Trump, il Tesoro ha deciso di ripagare 57 miliardi di buoni in scadenza. L’effetto concreto di questo inusuale, mancato finanziamento a debito del deficit operativo e’ che il governo ha visto volatilizzarsi dalle proprie casse 294 miliardi di dollari in pochi giorni; un effetto secondario, probabilmente, e’ stata la temporanea impennata di Wall Street di cui lo stesso Trump si e’ attribuito il merito: la galoppata dell’azionario, infatti, e’ stata probabilmente generata dalla “liberazione” di fondi miliardari sul mercato finanziario a seguito dalla mancata riemissione di debito sovrano. La “carta di credito” dell’amministrazione Trump, insomma, sta per esaurirsi; quel che i suoi avversari all’interno del governo non hanno calcolato, pero’, e’ che il presidente, con la sua imprevedibilita’, potrebbe portare il braccio di ferro sul tetto del debito sino al limite estremo. L’esito della battaglia politica sul tetto del debito e’ difficilmente prevedibile, ma il rischio, per l’amministrazione, e’ che la guerra di trincea al Congresso blocchi a tempo indeterminato la riforma del fisco fortemente voluta dal presidente. Per quanto riguarda il rischio di “shutdown” governativo, invece, i Repubblicani stanno tentando di negoziare un provvedimento emergenziale che garantisca il finanziamento delle attivita’ governative nei giorni immediatamente successivi al 28 aprile.

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Brexit, la Commissione europea inasprisce la linea sui diritti dei lavoratori comunitari

21 apr 11:14 – (Agenzia Nova) – La Commissione europea, riferisce il “Financial Times” citando un documento informale interno riguardante le linee guida per il negoziato sulla Brexit, punta a ottenere che i cittadini comunitari che vivono e lavorano nel Regno Unito, circa tre milioni di persone, cosi’ come i britannici residenti in altri paesi membri dell’Unione Europea, mantengano a vita il pieno godimento dei loro diritti, sotto la giurisdizione della Corte europea di giustizia. Il capo negoziatore di Bruxelles, Michel Barnier, vuole chiedere alla Gran Bretagna di continuare a seguire alcune fondamentali norme sull’occupazione e i benefit sociali per i lavoratori provenienti dall’Ue e per i familiari che li raggiungeranno, anche dopo la Brexit. Cio’ significa, ad esempio, che alcuni controversi assegni familiari, per minori che risiedono altrove, potrebbero essere pagati potenzialmente per decenni. Londra, inoltre, altro punto molto controverso, dovrebbe sottostare a eventuali “future modifiche” delle leggi europee, sulle quali non avrebbe piu’ voce in capitolo. A garantire il rispetto di tutte le norme oggetto di “applicazione continuata” sarebbe la Cgue, mentre la Commissione avrebbe un ruolo di supervisione.

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Trump elogia il contributo dell’Italia nei teatri di crisi, ma esclude un ruolo degli Usa in Libia

21 apr 11:14 – (Agenzia Nova) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ricevuto ieri a Washington il presidente del Consiglio italiano, Paolo Gentiloni. Trump ha colto l’occasione per elogiare il contributo dell’Italia alle operazioni militari in Iraq e Afghanistan, e gli sforzi profusi da Roma per la stabilizzazione della Libia; il presidente, pero’, ha escluso che gli Stati Uniti possano intervenire in quel paese. Nel corso di una conferenza stampa congiunta con il premier italiano, Trump ha chiarito che la sua amministrazione non scorge “alcun ruolo” per gli Usa nel processo di stabilizzazione del paese nordafricano, fatta eccezione per la lotta allo Stato islamico. “Credo che al momento gli Stati Uniti abbiano gia’ assunto ruoli a sufficienza. Abbiamo un ruolo ovunque, percio’ non credo sia il caso. Vedo invece un ruolo nella lotta all’Isis. Su quel fronte stiamo dimostrando una grande efficacia”. La disgregazione istituzionale, politica e sociale della Libia a seguito della deposizione di Muammar Gheddafi, nel 2011, ha contribuito ad alimentare la crisi migratoria nel Mediterraneo Centrale, cui l’Italia e’ esposta in prima linea. Gentiloni ha tentato di convincere Washington ad un ruolo attivo nel teatro nordafricano: “Un paese diviso e preda di conflitti arreca danno alla civilta’. Il ruolo degli Stati Uniti e’ essenziale”. Trump si e’ impegnato a esplorare politiche comuni per far fronte alla sfida delle “migrazioni su larga scala” e del traffico di esseri umani. A questo proposito, il presidente Usa ha sottolineato l’importanza di rafforzare i confini nazionali, ed ha affermato: “Un approccio responsabile ai rifugiati non puo’ che concentrarsi sul loro successivo ritorno nei paesi d’origine, cosi’ che possano contribuire alla ricostruzione delle loro nazioni”. Trump e Gentiloni hanno discusso anche “di come rendere questo rapporto ancor piu’ produttivo negli anni a venire”, e sottolineato l’importanza delle “reciproche” relazioni commerciali. Il presidente Usa ha colto l’occasione per richiamare i paesi europei a contribuire maggiormente ai costi della difesa comune nel contesto della Nato; e per attaccare l’Iran, che a suo dire “non ha tenuto fede allo spirito” dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano adottato nel 2015. Trump ha ribadito che la sua amministrazione sta conducendo una “revisione molto, molto attenta” dell’accordo; il governo Usa ha notificato al Congresso la scorsa settimana che Teheran sta tenendo fede agli impegni assunti con la comunita’ internazionale, ma l’amministrazione presidenziale ritiene comunque che quest’ultimo lasci troppo campo libero alle ambizioni di potenza regionale della Repubblica islamica. Ieri Trump e’ tornato a definire l’accordo con l’Iran un grave errore, ma non ha parlato apertamente di una sua possibile rescissione da parte di Washington. La visita di Gentiloni a Washington precede il summit del G7 in programma per il mese prossimo a Taormina, in Sicilia, che coincidera’ con la prima visita ufficiale di Trump in Europa.

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Spagna: Rajoy alza ancora le stime di crescita economica per il 2017

21 apr 11:14 – (Agenzia Nova) – Per il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy, la migliore risposta ai problemi giudiziari che assediano il Partito popolare, e’ legata a “uno dei suoi migliori argomenti politici: la forte crescita economica” che si sta producendo nel paese. Lo scrive il quotidiano conservatore “El Mundo” presentando il piano con cui l’esecutivo intende aumentare la previsione ufficiale di crescita nel 2017, dal 2,5 al 2,7 per cento. La stima, ha sottolineato il capo dell’esecutivo, sara’ approvata dal Consiglio dei ministri della settimana prossima e diverra’ il punto di riferimento ufficiale per i documenti contabili nazionali. Di fatto, sottolinea la testata, la previsione assegna al paese iberico una prospettiva di crescita record: secondo l’ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale, la Germania crescera’ “solo” dell’1,6 per cento, e la Francia dell’1,4 per cento. Il valore individuato da Rajoy supera di un punto percentuale la proiezione fatta sulla media dei paesi Ue. “E se comparato con l’Italia, il risultato e’ ancora piu’ clamoroso, visto che il Pil di questo paese avanza solo dello 0,8 per cento”. la crescita del 2,7 per cento supera di un decimo quella stimata dall’Fmi ma, scrive “El Mundo”, e’ ancora prudenziale rispetto alle analisi del Banco de Espana o di quelle fatte da istituti privati come BbvaA Research o Afi. Uno stato di salute dell’economia nazionale che si prolunghera’ anche nei prossimi anni, assicura Rajoy pur invitando a non abbassare la guardia e mantenere l’equilibrio sul fronte delle spese. in gioco c’e’, e secondo molti ci sara’ ancora per anni, il timore del mancato rispetto del tetto del 3,1 per cento del deficit sul Pil.

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Regno Unito, May mette a fuoco la sua visione per il paese

21 apr 11:14 – (Agenzia Nova) – Fino all’annuncio a sorpresa delle elezioni anticipate, osserva il settimanale britannico “The Economist” nella rubrica “Bagehot”, dedicata agli affari interni, la maggior parte dei suoi connazionali considerava la premier del Regno Unito, Theresa May, “un’onesta sgobbona”; in fondo e’ andata al potere perche’ sulla questione piu’ importante del suo tempo, l’appartenenza all’Unione Europea, si era espressa in modo tiepido, schierandosi come “Remainer riluttante” nella campagna referendaria. Dopo la decisione sul voto anticipato i tratti salienti della reputazione della prima ministra sono stati messi in discussione. Una leader rassicurante? Diversi esperti avevano sconsigliato il Partito conservatore di correre il rischio di un’elezione in un paese in cui il 48 per cento ha votato contro la Brexit. Una che mantiene le promesse? Piu’ volte aveva assicurato che avrebbe rispettato la scadenza naturale della legislatura. Una politica di seconda linea? La mossa potrebbe permetterle di imprimere la sua autorita’ e passare alla storia. May si e’ rivelata piu’ ambiziosa di quanto si pensasse, e anche piu’ spietata, come ha dimostrato facendo fuori i piu’ stretti collaboratori del suo predecessore, David Cameron. May non e’ una donna di grandi idee, ma sa che paese vuole: “la Gran Bretagna delle roccaforti provinciali conservatrici, una Gran Bretagna di solidi valori e radicate certezze, di duro lavoro e mobilita’ sociale verso l’alto”, che vuole andare avanti ma trova tempo per chi rimasto e’ indietro. Col ceto medio Tory, Cameron non e’ mai stato davvero di casa: troppo aristocratico, troppo metropolitano. Per la figlia di un vicario della Chiesa d’Inghilterra, invece, la gente della classe media e’ la sua gente. Theresa May non si e’ insediata con un’ideologia ben elaborata, come Margaret Thatcher, ne’ con un “progetto” a lungo accarezzato, come David Cameron, ma i suoi “pregiudizi provinciali” stanno diventando “una dottrina politica coerente”: una versione aggiornata di quel conservatorismo unificante che domino’ il suo partito prima di essere polverizzato dalla Signora di ferro. May e’ piu’ propensa dei suoi predecessori a intervenire nel mercato; vuole rendere le acquisizioni straniere piu’ difficili; ha perfino parlato della presenza dei lavoratori nei consigli di amministrazione. Nick Timothy, il suo guru, e’ un ammiratore di Joseph Chamberlain, il vittoriano “Tory del popolo” che condusse una battaglia contro il libero scambio. Mentre Thatcher propugnava la liberta’ dei mercati e Cameron quella dei costumi, May e’ preoccupata dell’atomizzazione sociale, vuole ricostruire le comunita’ uscite a pezzi dai recenti cambiamenti e disdegna i “cittadini di nessuna patria”. Il vento soffia forte nella sua direzione. Il Labour e’ nel caos. I liberaldemocratici sono ostacolati da una leadership debole. Il Partito nazionale scozzese (Snp) sta perdendo slancio. Tuttavia, questi sono tempi incerti e anche vincendo le elezioni di giugno, come e’ probabile, May, apostola del conservatorismo “one nation”, continuera’ a governare un paese profondamente diviso.

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Germania, il ministro Schaeuble immagina un “Fmi europeo”

21 apr 11:14 – (Agenzia Nova) – Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble (Cdu) vuole espandere il Meccanismo europeo di stabilita’ (Mes) sino a farne una sorta di “Fondo monetario europeo” entro breve termine, cosi’ da eliminare la dipendenza dal Fondo monetario internazionale (Fmi) per operazioni di salvataggio come quella della Grecia. “Vorrei cercare di sviluppare il Mes in direzione di un Fondo monetario europeo”, ha spiegato il ministro tedesco a Washington, precisando di aver gia’ discusso la questione con il cancelliere Angela Merkel (Cdu). Secondo Schauble, il rafforzamento delle disponibilita’ e del mandato del Mes potrebbe costituire la chiave per consentire alla Grecia di uscire dalla crisi; l’Fmi e Bruxelles sono in disaccordo sul salvataggio della Grecia, che il Fondo ritiene debba passare per una ristrutturazione del debito di Atene. Il Paese potrebbe essere salvato. “E’ possibile, qualora (Atene) rispetti almeno il 50 per cento degli impegni assunti in materia di riforme”, ha puntualizzato Schaeuble. Anche per questo e’ necessario il completamento dell’unione bancaria. “Prima pero’ e’ necessario fare pulizia dei crediti in sofferenza. Solo quando cio’ sara’ stato fatto si potra’ pensare ad una messa in comune delle responsabilita’”, ha concluso il ministro.

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Italia, un referendum per una maggiore autonomia in Lombardia e Veneto

21 apr 11:14 – (Agenzia Nova) – La Lombardia ed il Veneto, due regioni confinanti relativamente foride nel nord dell’Italia, organizzeranno nel prossimo mese di ottobre altrettanti referendum per ottenere una maggiore autonomia dal potere centrale di Roma: lo riferisce il quotidiano economico francese “La Tribune” dopo la conferenza stampa con cui ieri giovedi’ 20 aprile il presidente della Lombardia, Roberto Maroni, ha annunciato la tenuta delle due consultazioni popolari. I due referendum avranno solo valore consultivo e non legale; ma se dovesse vincere il “Si” all’autonomia, questo rafforzerebbe ulteriormente il partito federalista della Lega nord che e’ gia’ molto radicato nelle due regioni settentrionali. Nel veneto in particolare, a causa del retaggio dell’antica Repbblica di Venezia, un eventuale vittoria del “Si” all’autonomia darebbe forza all’attuale presidente della Regione, Luca Zaia, che la guida al 2010: Zaia e’ visto dagli ambienti politici italiani come un potenziale rivale del leader della Lega Nord, Matteo Salvini, il cui programma populista ed anti-europeo secondo i sondaggi gli ha conquistato a livello nazionale il sostegno del 12 per cento dell’elettorato. “Per lui sarebbe un trampolino ideale”, ha commentato alla “Tribune” Francesco Galietti, direttore della societa’ di consulenza politica Policy Sonar: popolare ed efficiente, Zaia ha il potenziale per diventare il leader del centro-destra italiano, in grado di dialogare positivamente con il partito Forza Italia dell’ex premier Silvio Berlusconi, e come tale potrebbe essere candidato alla presidenza del Consiglio. La fiscalita’ sara’ certamente al centro del dibattito in vista delle due consultazioni popolari: la Lombardia in particolare, il cui capoluogo Milano e’ il polmone finanziario dell’Italia, e’ la regione piu’ popolosa della Penisola ed anche la piu’ ricca: la sua economia infatti produce il 20 per cento del Pil dell’intero paese. In Veneto per la verita’ l’intenzione originaria di Zaia era di proporre un referendum che chiedesse agli abitanti se vogliono la secessione dall’Italia o almeno se desiderano che la Regione conservi per se’ l’80 per cento delle imposte raccolte; la Corte costituzionale pero’ si e’ opposta ad una tale formulazione e quindi la domanda proposta agli elettori sara’: “Volete che il Veneto sia dotato di una forma particolare di autonomia?”; al momento non e’ ancora chiaro quale sara’ l’esatta formulazione del quesito referendario proposto in Lombardia, ne’ in quale data si terranno le due consultazioni.

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