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AssetProtection. Social Corporate Responsibility: Non sarà solo uno slogan?

Lo scorso 22 aprile si è celebrata, come ogni anno, la giornata della terra. L’iniziativa, nata nel 1970, ha come obiettivo quello di promuovere il riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali, la limitazione dei prodotti chimici dannosi, il contenimento dei disboscamenti e la salvaguardia delle specie animali in pericolo d’estinzione. Ha generato un tam tam mediatico veramente intenso, specie sui social network. E molte aziende hanno aderito, promuovendo le politiche adottate al riguardo.

Le principali aree di intervento consistono nell’acquisto di stampanti ecosostenibili, la promozione di modalità ecologiche per il raggiungimento del posto di lavoro, l’impiego di carta riciclata e parallelamente la dematerializzazione della documentazione cartacea. Attività certamente nobili, ma con un potenziale di incidenza marginale sugli effettivi problemi di salute del nostro pianeta.

Per affrontare l’argomento in modo completo è anche doveroso ricordare che l’aspetto ambientale è solo una delle due macro aree che riguardano la sostenibilità. L’altro importante aspetto si riferisce alle persone. Anche se fortunatamente nel nostro paese gli aspetti normativi di natura giuslavorista garantiscono un ottimo presidio, sussistono tuttavia pericolose zone grigie nelle relazioni di lavoro. Ed è a tal riguardo che proliferano in rete illustrazioni e video che pongono in relazione senza mezzi termini lo stile autoritario del boss con l’atteggiamento collaborativo e funzionale alla crescita del leader. E’ una questione che merita una riflessione, perché se da una parte alcuni saranno propensi a pensare che il modello del bastone e della carota, oppure peggio ancora solo del bastone, funziona ancora bene, d’altro canto il presidio dello stress da lavoro correlato fa parte a tutti gli effetti della normativa di Sicurezza e Salute sul Lavoro.

Entrambi gli aspetti della CSR (Responsabilità Sociale d’Impresa) dei quali abbiamo fatto menzione sono legati con la normativa sulla Responsabilità Amministrativa delle Organizzazioni ed hanno quindi un’implicazione diretta con il Modello di Organizzazione e Gestione Aziendale. Questi sono inoltre fortemente presidiati anche da schemi di certificazione volontaria che rispondono ai requisiti internazionali definiti al riguardo.

Ma la questione sulla quale mi vorrei soffermare non è tanto quella che riguarda il presidio e le relazioni normative, piuttosto sulla strana, e per alcuni versi inattesa, attenzione che sta ricevendo l’argomento. Intendiamoci, l’etica del business è fondamentale. E tra l’altro ha molto a che vedere con la Business Continuity – tema per noi di ANSSAIF molto caro – ma si basa su attività concrete che affondano le proprie radici in due concetti fondamentali: la definizione di obiettivi a lungo termine, presidiati dalle dovute attività di risk management, e sul controllo indipendente.

E’ inoltre corretto che, in un sistema di analisi e gestione dei rischi, le aziende vogliano scovare oltre ai pericoli anche le opportunità. Ma quando si notano le avvisaglie di un meccanismo di agenda setting ed i media generalisti si dedicano tanto ad una questione, qualcosa non va per il verso giusto. Non sarà forse perché quasi il 70% dei consumatori – come dichiarano Ixè e Osservatorio Socialis in Solidarietà ed etica, report 2 del 2014 – valuta che “il marchio abbia un comportamento etico nei confronti dei suoi lavoratori?” Per non parlare poi del più dell’80% dei consumatori che reputano importante che “il marchio rispetti l’ambiente” (Ixè e Osservatorio Socialis, CSR e scelte d’acquisto, Report n. 1 del 2014).

In sostanza emerge che la reputazione di un marchio sia costituita in gran parte anche dall’elemento etico. L’importante è che dietro tanto parlare ci siano delle attività concrete, perché se fosse solo uno slogan per coinvolgere investitori o clienti, sarebbe veramente un colpo basso che di etico non avrebbe proprio un bel niente.

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