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AssetProtection. Sicurezze infette: l’urgenza come male contemporaneo

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Nell’ultimo pezzo, AssetProtection. Comunicazione strutturata, anche in emergenza, ho introdotto alcuni temi correlati tra loro a cui tengo particolarmente e che vale la pena approfondire.

Iniziamo dal risk-based thinking, ben descritto nella bozza finale della nuova ISO 9001:2015. Questo identifica, nella pianificazione e nell’applicazione delle azioni necessarie ad individuare ed indirizzare i rischi e le opportunità, un’attività necessaria per le organizzazioni.

 La rubrica AssetProtection, ovvero Riflessioni su sicurezza e terrorismo, a cura di Anthony Cecil Wright, presidente Anssaif (Associazione Nazionale Specialisti Sicurezza in Aziende di Intermediazione Finanziaria). Per consultare gli articoli precedenti clicca qui.

Se nella versione della norma del 2008 già erano presenti degli elementi di rimando, questi erano certamente più impliciti e, potremmo dire, a corto raggio. Infatti i relativi requisiti si limitavano a richiedere, attraverso la messa in opera delle azioni preventive, l’eliminazione delle situazioni future potenzialmente non conformi e, attraverso il trattamento delle non conformità già individuate, anche l’analisi delle cause.

Infine, con le azioni correttive si prevedeva l’applicazione di soluzioni definitive finalizzate in qualche modo a controllare gli effetti indesiderati nel tempo. Tutto ciò era però organizzato in un quadro frammentato, i cui elementi non trovavano una vera e propria continuità su un ipotetico asse temporale passato-presente-futuro.

Contrariamente, con un approccio fondato sull’analisi e la gestione dei rischi, le azioni pianificate e realizzate nel presente avvengono in base ad una considerazione di cosa è già successo in passato e una previsione di cosa succederà in futuro, tendando di indirizzarne il corso.

Nel punto presente anche qualsiasi evento inatteso, sia esso un incidente oppure il realizzarsi di condizioni favorevoli e auspicabili, è correlato al passato poiché entra a far parte dei corsi e ricorsi che l’organizzazione è tenuta a registrare per poter poi analizzare l’impatto e la verosimiglianza sulle condizioni future. Accede poi al futuro in modo consapevole sotto forma di decisione presa a seguito di una valutazione del rischio.

Il fatto che nell’esplicitazione dei requisiti si faccia sempre riferimento al binomio rischi – opportunità ha generato però un’insana tendenza ad attribuire al rischio l’accezione di incombenza di una minaccia, mentre all’opportunità è relegato il ruolo di antagonista: dove il rischio non si trasforma in incidente, automaticamente si è colta un’opportunità. Infatti, in senso comune, l’opportunità potrebbe essere genericamente definita come possibilità imminente di guadagno.

Il risk-based thinking invece suggerisce un’interpretazione differente che si connota a cominciare dalla definizione del rischio, da considerarsi in modo neutro come effetto dell’incertezza sugli obiettivi, e chiarisce poi che nello scostamento positivo rispetto ai risultati definiti può – ma non è una relazione formale – individuarsi un’opportunità.

Inoltre il concetto di opportunità deve essere inserito anch’esso in un contesto di continuità sulla linea temporale, poiché non può solamente essere effetto del caso bensì deve divenire un prodotto futuro generato da una ricerca e valutazione nel presente, attraverso uno schema organizzato, che tenga conto anche di eventi storicizzati nel passato.

A scanso di equivoci – e ne ho sentite di persone che ragionano così – l’opportunità non consiste nel risparmio derivante dall’accettazione di un livello di rischio elevato (non applico le contromisure così risparmio) ma può essere individuata nelle scelte consapevoli prese, anche a fronte di un rischio elevato. Si pensi che persino un incidente, se gestito da manuale, può rappresentare un’opportunità.

In conclusione vorrei quindi sottolineare ulteriormente quanto tutta la fretta di vivere il presente, senza spaziare con la mente – e con dati alla mano – nel passato e nel futuro, rappresenti un male profondo anche del nostro modo di lavorare oltre che di vivere. Sembra quasi sia un brutto virus latente che intacca profondamente le radici delle sicurezze.

Zygmunt Bauman, nel delineare la nostra società liquido-moderna in Consumo, dunque sono, configura un tempo puntinista “che non è ciclico o lineare. […] è frazionato, o addirittura polverizzato, in un gran numero di istanti eterni (eventi, avvenimenti, incidenti, avventure, episodi), di monadi racchiuse in se stesse, pezzi separati, ognuno ridotto a un punto sempre più prossimo al suo ideale geometrico di non dimensionalità”.

Sarà forse il caso di cominciare a ragionare sul serio? Oppure siamo veramente schiavi dell’urgenza a tutti i costi, come sostiene Aubert, per “la grande intensità, e la rassicurante evidenza, o la prova decisiva, della propria capacità di essere all’altezza della sfida?”.

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