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AssetProtection. Parigi, cosa è rimasto tre anni dopo Charlie Hebdo

A due anni da quel giorno, abbandoniamo un attimo i cyber crime, gli smartphone, le app, e chi gira attorno a questo mercato, e pensiamo a quella data.

di Anthony Cecil Wright, presidente Anssaif (Associazione Nazionale Specialisti Sicurezza in Aziende di Intermediazione Finanziaria) |

La rubrica AssetProtection, ovvero Riflessioni su sicurezza e terrorismo, a cura di Anthony Cecil Wright, presidente Anssaif (Associazione Nazionale Specialisti Sicurezza in Aziende di Intermediazione Finanziaria). Per consultare gli articoli precedenti clicca qui.

Il 7 gennaio 2015 è una data tragica: fu in quel giorno che 12 persone furono uccise e altre 11 ferite. Ma da quel giorno si sono succedute altre tragiche uccisioni, non sono in Francia, ma anche in altre città europee.

 

A due anni da quel giorno, abbandoniamo un attimo i cyber crime, gli smartphone, le app, e chi gira attorno a questo mercato, e pensiamo a quella data.

 

Ho pensato di ricordarla citando una recensione scritta, diverso tempo fa da Mauro Mariani per la nostra newsletter.

 

Quando vidi “Il Buio su Parigi” di Giovanna Pancheri su quel tavolo, tra tanti libri aventi come comune denominatore la sicurezza, lo presi subito: mia figlia si è trasferita da sei anni a Parigi, dove ora vive e lavora e speravo che la lettura mi avrebbe potuto chiarire come è cambiato il modo di vivere nella città dopo l’annus horribilis.

 

È un libro originale, diverso da quelli che ho letto fino ad ora scritti da giornalisti. Infatti non si tratta di un’inchiesta, di un’analisi, di un reportage, ma è semplicemente il racconto di una persona che per il suo lavoro era lì nei giorni degli attentati del 2015.

 

Scorrendo le pagine del libro ho avuto la sensazione di un lavoro fatto da due persone, o dalle due anime della stessa persona, una più forte e più ferma nei principi, l’altra più pratica e più umana.

 

Sembra che la gente di Parigi cerchi la rivalsa piuttosto che la vendetta, pensi al riscatto piuttosto che alla sconfitta, coltivi la speranza piuttosto che la paura e spera che gli attentati non diventino un pretesto per giustificare l’intolleranza e il razzismo o l’equazione “immigrazione = terrorismo”. Questa gente vuole continuare a garantire la libertà a tutti, laici, cristiani, ebrei e musulmani, come del resto la famiglia della nostra Valeria Solesin, che vuole che la loro figlia sia ricordata come simbolo di pace e non come vittima di guerra. I terroristi non hanno distrutto Charlie Hebdo, che anzi ora è conosciuto da tutti, me compreso che non lo avevo mai sentito nominare e la loro vittima più grande è stata la comunità islamica, come grida quella copertina che ha fatto il giro del mondo, con Maometto piangente che tiene il cartello “Je suis Charlie”. Hollande alla manifestazione con i principali leader del mondo, tra i quali il nostro Presidente del Consiglio, intervenne senza cappotto, malgrado il clima lo richiedesse, perché tutti potessero vedere che non indossava il giubbotto antiproiettile. La partita allo Stadio di Francia continuò dopo l’attentato suicida, consenzienti gli allenatori delle due squadre, Francia e Germania, e soprattutto gli ottantamila spettatori, che avevano capito che quei botti non erano stati causati da petardi.

 

Ecco, questa gente sembra dire “vogliono metterci paura, vogliono metterci l’uno contro l’altro, vogliono dividerci, ma non ci riusciranno perché loro hanno il culto della morte, mentre noi abbiamo l’amore per la vita”.

 

Tuttavia qua e là sembra che la paura s’insinui con i suoi tentacoli invisibili ma soffocanti, perché nelle strade, nei caffè, in metro qualcuno guarda per cercare segni distintivi, una barba lunga, un velo e non perché germogli il razzismo, ma la paura. Sembra che qualcuno dica “la paura c’è, si fa presto a dire che la dai vinta ai terroristi, qualunque squilibrato può diventare un terrorista, un posto sicuro non esiste, non esiste più, che puoi fare? Niente!”. Questo qualcuno sembra dire “ora potrebbe toccare a noi”. Ora i terroristi non scelgono i provocatori di Charlie Hebdo, gli ebrei, i turisti occidentali in visita nei paesi islamici, che in fondo se la sono cercata. Ora i terroristi scelgono noi, noi che lavoriamo, studiamo, andiamo allo stadio, nei locali, a prenderci una birra o una pizza e stanno ribaltando le due più grandi conquiste dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale: la pace e la libertà di circolazione, perché il male non viene dal mare, ma si annida e prospera all’interno dell’Europa stessa.

 

Ecco, sembra che dopo queste ondate di terrore ci siamo scoperti molto più uomini che eroi.

 

In ultima analisi, sembra che queste due persone, o queste due anime della stessa persona di cui parlavo all’inizio, trovino un punto d’incontro nell’antico motto di Parigi, scritto da qualche parte nel libro, “fluctuat nec mergitur”, “naviga tra le onde, ma non affonda”, che tradotto liberamente e adattato al nostro caso significa che queste campagne di odio viscerale possono causare sbandamenti, panico, possono anche vincere nel breve e medio periodo, ma sul lungo periodo sono destinate inesorabilmente a perdere.

 

Anthony.wright@anssaif.it

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