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AssetProtection. Nei paesi liberi i cittadini sono sicuri?

sicurezza Ue

Tornare a parlare dei recenti fatti di cronaca, legati alle stragi di Bruxelles e Lahore, non servirebbe a molto. Né gli assassini che le hanno progettate e messe a segno meritano tanta popolarità. Ma un’ulteriore riflessione, con l’ambizione sempre più forte, convinta, che si evolva in misure concrete, è necessaria. E si deve articolare su differenti livelli che viaggiano paralleli.

Se da una parte è corretto speculare sull’analisi delle cause che hanno generato l’insofferenza e l’emarginazione (tanto per dirla con un eufemismo) di alcuni gruppi sociali – sarebbe oramai inappropriato parlare di Islam radicale, posto il fatto che la religione è diventata uno scudo linguistico che nasconde ben più grandi problematiche – dall’altra è d’obbligo una reazione difensiva immediata.

L’Europa Unita è complessivamente un bel disegno in corso d’evoluzione ma è anche una macchina, in queste circostanze, ancora troppo lenta. In sostanza, dal punto di vista della sicurezza, fa acqua.

La forte carenza di un coordinamento transnazionale delle attività di intelligence e sicurezza ha di fatto determinato l’inadeguatezza, in questo contesto, del trattato di Schengen.

E l’Italia ha poco da vantarsi, ricordando che è dotata di reparti speciali allevati in campo contro le brigate rosse e la mafia. Non esistevano neanche le caselle di posta elettronica. Figuriamoci stare dietro alla velocità della fibra e tutto ciò che comporta: sistemi informatici evoluti – fortunatamente utilizzati ancora in modo improprio dagli attaccanti – abbattimento completo di qualsiasi frontiera geografica, istantaneità della comunicazione.

Ad aggravare la situazione degli attentati c’è, oltre alla natura del movente poco chiara, anche un modus operandi che, celato dietro tanta organizzazione, in realtà potrebbe essere in parte affidato all’iniziativa individuale, quasi al caso. In questi ultimi anni di terrore, diviene difficile prevedere (e proteggere) i possibili obiettivi sensibili. Adesso si spara letteralmente nel mucchio (con grande rispetto per tutte le vittime e famiglie colpite).

La sicurezza delle infrastrutture critiche diventa quindi un’urgenza, specie da quando il rumore mediatico sulle armi chimiche e la ricerca di materiale sporco è sempre più forte. Sino ad ora metropolitane, stazioni e aeroporti, sono stati colpiti per affollamento ma senza lo scopo di arrecare un danno maggiore, al livello nazionale. E se così succedesse, saremmo preparati? Si sente parlare poco di sicurezza delle reti idriche e di crisis management nelle banche. E’ da brivido se ci si ferma poi a pensare che una delle arterie principali del paese (la A1) passa esile tra gallerie e ponti in moltissimi tratti.

La faccenda sulle misure preventive non è da meno. La questione si concentra sulla necessità di identificare in modo certo le persone pericolose e tracciarne gli spostamenti, possibilmente anche in modo preventivo. S’è parlato di PNR (Passenger Name Record) unico e condiviso, almeno al livello europeo, e del progetto della banca dati europea del DNA. Ed incredibile a dirsi, nonostante l’urgenza per la sicurezza (non del governo, non delle istituzioni, ma dei cittadini) sia ben maggiore rispetto alla tutela dei dati personali, c’è ancora chi, di fronte a progetti ben fatti e pronti a partire, tira il freno a mano della privacy.

E’ plausibile quindi il dubbio che l’atteggiamento americano al riguardo sia più lungimirante che ingiusto e che la sicurezza nazionale in qualche modo debba prevalere sulla sicurezza dei dati personali? Tutto questo in un ambiente adeguatamente sterilizzato, privo del germe della corruzione e del tornaconto personale di pochi potenti.

Ma mentre va in scena questo balletto inquietante del cane che si morde la coda, il terrorismo trova terreno fertile per agire indisturbato (o quasi), innocenti perdono la vita, cittadini di paesi storicamente liberi si trovano ancora a combattere contro l’ombra oscura del terrore.

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