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AssetProtection. La sicurezza è nulla senza il controllo

Security

Lo slogan di una nota società che produce pneumatici recita cosi: “la potenza è nulla senza controllo”. E non credo sia la prima volta che ne parlo. Perché è sempre attuale, estremamente emblematico di un dualismo – più che altro un conflitto – disarmante, sfiancante, veramente difficile da gestire.

Da una parte c’è il business, veloce, in continuo cambiamento. Dall’altra l’esigenza di renderlo sicuro, per le aziende che lo propongono sul mercato, per i dipendenti che vi lavorano e per i clienti che comprano. Per di più, ad aggravare le cose, subentra anche il discorso sulla personalizzazione del prodotto. Perché non è più il risultato finale che conta, ma la strada che si percorre per arrivarci: l’ormai nota customer experience.

Quindi bisogna analizzare rischi e fare controlli, in modo veloce e poco invasivo, su scenari sempre diversi, anch’essi in continua trasformazione. Il tutto senza disturbare la suscettibilità di nessuno, destreggiandosi agilmente tra cose dette e a volte fatte, oppure dette a metà (in modo delicato) o non dette per niente e poi fatte per intero. E se prima tutto ciò era considerato come un valore aggiunto, oggi è requisito imprescindibile del business stesso.

Avete notato che ho parlato di cambiamento e trasformazione ma mai di evoluzione? Assisto spesso a caroselli interminabili che girano sempre in tondo, senza arrivare da nessuna parte. Tutta colpa di quel maledetto triangolo (modello di project management) in cui tempo, risorse e qualità si trascinano vicendevolmente. Guai però a tentare d’imbrigliare l’imprenditore in un meccanismo così confinato, limitante.

L’imprenditore è colui che vede lontano, abbatte le barriere, tramuta i sogni in realtà. Ci sono quelli che si pongono il dubbio “se il fine giustifichi i mezzi”, quelli che si giocano una partita con regole tutte loro, non scritte né dette, e quelli che vanno avanti dando un colpo al cerchio e uno alla botte, anche se alla fine la botte dev’essere palesemente piena e la moglie per lo meno alticcia, se non proprio ubriaca.

Altro che sistemi di gestione, metodologie, indicatori, audit, riesami e miglioramento; insomma tutto quello che si studia ai master sulla sicurezza. Ci vuole una laurea in psicologia, per capire ed evitare possibili problemi pronti a detonare come bombe, e una in scienze della comunicazione, per riuscire a trasmettere messaggi efficaci verso target sostanzialmente distinti.

Quella in ingegneria non basta per chi si vuole occupare della materia; ed è bene che questo i giovani che tentano di relazionarsi con il mercato del lavoro ce l’abbiano ben chiaro. Perché altrimenti si rischia “la follia” ad immaginare utopie di sistemi giusti, proprio come Erasmo da Rotterdam.

Infine comincio ad avere il ragionevole sospetto che le generazioni emergenti l’abbiano capito bene. Quelle generazioni che sono accusate di tentare di non trovare lavoro, quando invece provano solo a proteggersi da una macchina impazzita. Quelle generazioni confinate nel meccanismo delle start up innovative oppure, ancora peggio, nelle Srl con capitale sociale da 1 euro e che cercano disperatamente di creare un mercato sano, trasparente, sostenibile: tutti sintomi di un mercato sicuro.

Cari ragazzi, la security è anche questo. Ed è bene che lo sappiate.

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