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Arriva la fibra multicore di Open Fiber. Ecco che cos’è

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Per capire perché la notizia conta, vale la pena partire dalla tecnologia: una fibra ottica tradizionale è composta da un singolo nucleo, detto appunto core, attraverso cui si propaga la luce che trasporta i dati. In una fibra multicore, all'interno dello stesso rivestimento esterno convivono più nuclei indipendenti.

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Il 20 maggio 2026 Open Fiber ha annunciato l’attivazione del primo collegamento in fibra ottica multicore su rete reale in Italia: una tratta di 2,1 chilometri che unisce i POP (Point of Presence) di Baggio e Galvani, nell’area metropolitana di Milano, già operativa per il trasporto dei servizi di telecomunicazione.

Il progetto è stato realizzato insieme a Tratos Cavi, che ha sviluppato il microcavo, e a Heraeus Covantics, fornitore della fibra multicore a quattro canali. Per capire perché la notizia conta, vale la pena partire dalla tecnologia: una fibra ottica tradizionale è composta da un singolo nucleo, detto appunto core, attraverso cui si propaga la luce che trasporta i dati. In una fibra multicore, all’interno dello stesso rivestimento esterno convivono più nuclei indipendenti, ognuno dei quali funziona come un canale separato di trasmissione.

Nel caso del collegamento milanese i core sono quattro, il che significa che una singola fibra può trasmettere, in linea di principio, fino a quattro volte il volume di dati di una fibra convenzionale. Più che comprimere o accelerare il segnale all’interno dello stesso canale, si tratta di moltiplicare i canali fisici disponibili senza moltiplicare i cavi, distinzione che fa tutta la differenza sul piano infrastrutturale.

Le reti ottiche devono fare i conti con una crescita del traffico dati che negli ultimi anni ha accelerato in modo strutturale, spinta dallo streaming ad alta risoluzione, dall’espansione del cloud e, più di recente, dalla domanda generata dall’intelligenza artificiale generativa e dai data center che la supportano. Secondo stime già circolanti in ambito europeo (il progetto di ricerca Safari, finanziato dall’Ue, le aveva anticipate) il traffico sulle reti ottiche cresceva di oltre il 40% l’anno già prima che l’AI diventasse un tema di massa. «Investire in tecnologie come la fibra multicore significa anticipare l’evoluzione del mercato», ha dichiarato Nicola Grassi, Direttore Technology di Open Fiber, «perché con questo progetto costruiamo una rete più efficiente, sostenibile e capace di rispondere alla crescita del traffico dati nei prossimi anni».

Meno cavi, meno scavi, meno energia

Il vantaggio più immediato della fibra multicore riguarda non solo la capacità trasmissiva ma anche il modo in cui quella capacità si ottiene. Con una fibra tradizionale, raddoppiare la banda disponibile su un percorso significa posare più cavi, aprire nuovi cavidotti, affrontare iter autorizzativi, cantieri stradali e relative interruzioni del traffico urbano: costi civili e tempi che in Italia, dove la burocrazia legata alle opere infrastrutturali è notoriamente lenta, pesano in modo tutt’altro che trascurabile. La fibra multicore aggira questo collo di bottiglia.

Aumentando la capacità all’interno dello stesso filamento, consente infatti di valorizzare l’infrastruttura esistente senza aprire nuovi scavi. Una singola fibra a quattro core può gestire il volume di traffico che altrimenti richiederebbe quattro fibre distinte, il che si traduce, nelle stime di Open Fiber, in una possibile riduzione fino a un quarto del numero complessivo di collegamenti fisici necessari.

Il secondo fronte su cui la tecnologia produce effetti rilevanti è quello energetico: concentrare più capacità per collegamento significa poter ridurre progressivamente il numero di apparati attivi nella rete primaria (tra cui amplificatori, ripetitori, elementi di gestione del segnale) con ricadute dirette sui consumi di alimentazione e raffreddamento.

Per i data center, che sono tra le infrastrutture più energivore dell’economia digitale e che stanno moltiplicando le proprie interconnessioni ottiche per sostenere i carichi generati dall’intelligenza artificiale, il beneficio potenziale è notevole. L’analisi presentata in sede ITU-T da Vincent Ferretti aveva già indicato la fibra multicore come risposta concreta alla crescente densità delle connessioni nei data center: più capacità nello stesso spazio fisico, meno cavi da installare, tempi di deployment più rapidi.

Dove si gioca la partita: i nodi strategici della rete

Per capire dove la fibra multicore ha le ricadute più importanti bisogna tenere a mente com’è strutturata una rete di telecomunicazioni moderna. La parte che raggiunge le abitazioni e le imprese – il cosiddetto ultimo miglio, quello su cui si concentra gran parte del dibattito pubblico sulla banda ultralarga – è solo la punta dell’iceberg, perché al di sopra ci sono i nodi di interconnessione: i POP, le centrali di commutazione, i punti in cui il traffico di migliaia di utenti converge prima di essere instradato verso la rete di trasporto nazionale e internazionale.

È qui, in questi segmenti, chiamati dagli operatori rete primaria o backbone, che la pressione del traffico si fa più intensa e che la saturazione delle infrastrutture esistenti è un problema già attuale.

Ecco il motivo del collegamento tra i POP di Baggio e Galvani: Open Fiber ha scelto Milano, e quindi la città italiana con la maggiore densità di traffico dati, ma anche la più alta concentrazione di data center e il tessuto produttivo più interconnesso, come banco di prova per una tecnologia destinata, nelle intenzioni, a scalare.

La tratta è già operativa per il trasporto dei servizi, il che significa che la multicore ha superato il confine tra ricerca applicata e gestione ordinaria della rete. Intanto, chi vuole farsi un’idea concreta delle offerte di fibra ottica disponibili oggi sul mercato italiano, in attesa che tecnologie come questa ridisegnino ulteriormente le prestazioni delle reti, può confrontarle su SOSTariffe.it, dove sono raccolte e aggiornate le principali proposte degli operatori per la connettività domestica e aziendale.

La prossima sfida è la scalabilità: una tecnologia di rete diventa davvero mercato quando può essere adottata con costi prevedibili e standard consolidati, integrati in maniera fluida con le architetture già esistenti.

Dalla sperimentazione al mercato: cosa cambia per le reti italiane

Il collegamento di Milano ha un valore che va oltre il primato in sé, perché dimostra che la fibra multicore può entrare nei processi ordinari di un operatore di rete senza richiedere una sostituzione integrale dell’infrastruttura, e che l’ecosistema industriale necessario, dai produttori di fibra ai fornitori di microcavi, è già abbastanza maturo da sostenere un’implementazione reale.

La partecipazione di Tratos Cavi e Heraeus Covantics al progetto milanese indica che la filiera produttiva esiste e che la tecnologia non dipende da un singolo attore.

Il quadro di riferimento in cui tutto questo si colloca è quello della crescita strutturale della domanda di connettività, accelerata dall’AI generativa e dall’espansione dei data center che la supportano. Le reti italiane, e in particolare i segmenti di rete primaria che collegano i nodi strategici dell’infrastruttura digitale, si trovano di fronte a una pressione che non si esaurirà nel breve periodo.

La multicore non è la risposta unica a questo problema, ma è una delle poche tecnologie disponibili oggi che permette di aumentare la capacità senza proporzionale aumento di cavi, scavi e consumi energetici.

Per gli operatori che nei prossimi anni dovranno gestire volumi di traffico in crescita rapida su infrastrutture in larga parte già posate, è una leva che difficilmente resterà confinata a una singola tratta sperimentale di 2,1 chilometri a Milano.

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