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Apple, Microsoft, Amazon, Nvidia, Tesla, Alphabet e Meta valgono il 26% del valore totale di S&P500, circa 11 trilioni di dollari

Dominio delle Big Tech

Un pugno di grandi aziende, comunemente conosciute come Big Tech, detiene oltre un quarto del valore complessivo dello Standard & Poor 500, più noto nella forma abbreviata S&P 500, il più importante indice azionario statunitense relativo alle 500 aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione.

Secondo quanto riportato da Bloomberg, solamente sette grandi società rappresentano il 26% del valore totale dell’indice, in significativo aumento rispetto al 20% di inizio anno.

Si tratta di Apple, Microsoft, Amazon, Nvidia, Tesla, Alphabet e Meta, che assieme rappresentano una fetta di S&P500 del valore di oltre 11 trilioni di dollari.

Un dato che rappresenta bene il peso delle Big Tech all’interno dell’indice, e quindi della finanza americana e globale. Da un lato, senza i loro guadagni la crescita del mercato sarebbe state molto più contenuta, dall’altro, basta che uno o due di questi giganti tecnologici inciampino in qualche operazione su scala globale per creare perdite significative un po’ a tutte le altre società dello S&P500.

Allo scoppio della pandemia da Covid-19 in molti si interrogavano sullo strapotere delle Big Tech sul mercato azionario, ma, come ricordava Sean Markowicz in un articolo su schroders.com, è grazie ad esse che gli investitori hanno sostenuto l’intero indice.

Il problema è la forte concentrazione del mercato che si è venuta a creare attorno ai titoli tecnologici. La mancanza di diversificazione non dovrebbe essere presa alla leggera, perchè qualsiasi perturbazione nel sentiment sul tech può avere un impatto spropositato sull’intero mercato.

Forse è per tutti questi motivi che le Big Tech stanno spendendo milioni di dollari all’anno per cercare di influenzare le autorità e i politici su questioni di policy, dalla privacy dei dati alle questioni fiscali.

L’effetto cascata

Diciamo che le Big Tech in questione appena si muovono generano nel bene o nel male un effetto finanziario a cascata su tutte le altre che compongono l’indice.

I loro titoli azionari sono scambiati con premi esageratamente più alti rispetto ai concorrenti, secondo Bloomberg con una media di 38 volte superiore ai guadagni, rispetto ad una media di 20 volte per le altre aziende selezionate da S&P500.

Un risultato che è possibile ottenere, ad esempio, sfruttando l’interesse e le aspettative del mercato per le nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale, ad esempio, è una di queste leve finanziarie. Le novità in arrivo da OpenAI, Microsoft, ma di recente anche Meta e Apple, non fanno altro che creare ulteriori attese ed aspettative sui mercati (supportate anche dai media), che a loro volta faranno lievitare il valore azionario delle Big Tech menzionate.

A riguardo, un articolo su finanzaonline.com segnala le performance di Nvidia, che da fine maggio ha realizzato un incremento del 28% (+165% da inizio anno), entrando così nella top 6 delle società a maggiore capitalizzazione al mondo (oltre 1 trilione di dollari).
Ma non solo, ricordiamo anche i rialzi di altri titoli che hanno beneficiato del recente boom dell’IA come quelle di Meta (+122% da inizio anno), AMD (+87% da inizio anno), Google (+43% da inizio anno), Microsoft (+37% da inizio anno) ed Apple (+40% da inizio anno).

Ogni nuova tecnologia sufficientemente sostenuta a livello di sviluppo e di comunicazione potrebbe offrire delle rilevanti opportunità di business e di conseguenza crea crescenti attenzioni da parte del mondo della finanza ed altrettante aspettative sul mercato.

Big Tech tra aspettative e rischi

Il problema è che quanto le aspettative superano una certa soglia, poi rappresentano anche dei rischi di pari rilievo. Gli investitori si interessano anche rapidamente ad una tecnologia, ma bisogna stare attenti a non fare passi falsi poi, perché altrettanto rapidamente possono rimanerne delusi.

Se una delle Big Tech in questione delude gli investitori si può generare un processo inverso a quello descritto qualche riga sopra, cioè possono trascinare verso il basso una grande fetta di mercato.

Come detto, ci si ritrova sempre davanti ad un effetto cascata, in questo caso, se negativo, frutto cioè di valutazioni errate, progetti fallimentari, o novità deludenti, può limitare la capacità di raccogliere capitali e di finanziare piani di crescita di altre società.

In definitiva, la domanda di base è la seguente: se il mercato pubblicitario di Meta va male, o se l’IA di Microsoft raggiunge un livello di adozione tra le imprese più basso delle aspettative, che succede al resto del mercato azionario?

Al momento, quello che sta accadendo è che all’interno dello S&P500 solo una manciata di titoli sta trascinando tutti i restanti. Se invece di sette, prendiamo le prime dieci società, queste rappresentano più del 30% del valore dell’interno indice.

Questo significa che il rialzo del 12% dell’indice, raggiunto in questi primi sei mesi del 2023, è sostenuto solo da questi 10 titoli, perchè se si guarda al suo interno il volume di quelli in negativo è maggioritario. Ma può bastare l’hype attorno all’intelligenza artificiale per tenere su virtualmente questo mercato e in generale Wall Street?

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